Vogliono usare lo spettro del fascismo per impedire il presidenzialismo

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Vogliono usare lo spettro del fascismo per impedire il presidenzialismo

18 Aprile 2010

Tutte le sere Hitler gioca al Berghof col fido Blondi, guarda Eva Braun fare il bagno e poi si suicida a Berlino su History Channel. Mussolini lo troviamo in tutte le salse ogni giorno sui media. Il povero Ben è stato voltato e rivoltato da tutte le parti, neppure sul tavolo dell’autopsia è stato lasciato in pace. L’ultima notizia dalla perfida Albione è che il Duce nel 1917 sia stato addirittura una spia di Sua Maestà britannica. Per non dire degli eterni diari di cui si parla di tanto in tanto o della fantomatica corrispondenza con Churchill.

Una lettera o una pagina autografa di Ben è lo scoop sognato da ogni contemporaneista. Che si tratti di un uso eccessivo della storia, usata come spettacolo, gossip e business è evidente e disturbante, ma è ancora più preoccupante la strumentalizzazione del passato a fini politici. L’antifascismo non è soltanto sempre al centro dell’attenzione degli storici ed è una bella industria editoriale, ma è anche sempre presente e attivissimo nella nostra vita politica. Dalla caduta del Unione Sovietica, l’antifascismo è più zelante che mai a denunciare l’incombente rinascita del fascismo, conclusosi il 25 luglio ’43 e poi distrutto definitivamente il 25 aprile del 1945. La sinistra orfana dell’Urss ha monopolizzato l’antifascismo e usa la storia come una clava contro qualsiasi discussione per riformare la Carta costituzionale, diventata un Moloch intoccabile, anche se criticata – come ha scritto Giuseppe Bedeschi sul Giornale del 14 aprile – da antifascisti come Gaetano Salvemini, che la considerava “la costituzione più scema che sia mai stata prodotta dai cretini di tutta la storia dell’umanità”.

Per Mario Paggi era “vecchia prima di nascere” e per Calamandrei progettata sui modelli costituzionali di un secolo prima. La difesa della Costituzione è diventata un totem della sinistra, il simbolo dell’antifascismo e chi la tocca è il nuovo Mussolini, anzi il nuovo Hitler. La Carta è diventata addirittura un fumetto per spiegarla ai bambini nelle scuole, per vaccinarli fin dalla più tenera età dal pericolo del fascismo incombente. Ci sono anche appositi libri illustrati per insegnare la Costituzione ai piccolini e filastrocche come: “La Costituzione è come una mamma, ormai nonna. È la legge del grande mondo perché comprende tutte le regole. Viva la Costituzione con tutto il suo lavorone. Per lavorone intendo che lei c’ha da tenere buona tutta l’Italia. Complimentissimi Costituzione”. Chissà cosa sarebbe scappato di bocca a Salvemini.

Ma i problemi non finiscono qui. Di recente si è parlato di nuovo di Repubblica Presidenziale. In una trasmissione dell’Infedele prima delle regionali, si parlava di fine del regime e non del “regime berlusconiano”, ma della crisi della Repubblica Parlamentare. Nel corso della discussione, Gian Enrico Rusconi, consapevole che la sinistra si aggrappa al mito della Costituzione, come se la Costituzione non fosse il prodotto di una congiuntura storica tramontata da tempo, per difendere un sistema politico in decomposizione, ha preso in considerazione il presidenzialismo. Subito però ha messo le mani avanti: per fare il presidenzialismo sarebbe necessario un trauma, essere sull’orlo della guerra civile, come la Francia dopo la guerra di Algeria, e soprattutto sarebbe necessario un generale De Gaulle, ma in Italia un generale De Gaulle non c’è, quindi, niente da fare.

Sergio Romano, rispondendo il 10 aprile a un lettore, che gli chiedeva cosa pensasse del presidenzialismo alla francese, ha risposto similmente a Rusconi che la Francia non avrebbe mai approvato l’elezione diretta del presidente della Repubblica, se il candidato non fosse stato De Gaulle, che l’aveva riscattata dalla sconfitta nella seconda guerra mondiale e aveva evitato nel 1958 lo scoppio della guerra civile. In Italia non c’è un generale che ha appena riscattato il paese dalla sconfitta, l’ha salvato dalla guerra civile, ma c’è Berlusconi col suo macroscopico conflitto d’interessi e poi gli italiani avrebbero paura di un ritorno al fascismo.

Lavori documentatissimi come quelli di Eugenio Di Rienzo e di Mirella Serri, tanto per citare due tra i tanti storici che si sono dedicati allo studio della cultura antifascista, hanno dimostrato che quasi tutti i giornalisti, gli scrittori, gli accademici che avevano collaborato ai quotidiani, alle riviste, alle istituzioni fasciste passarono tranquillamente dal fascismo all’antifascismo. Il rinnovo di buona parte della classe politica verificatosi alla caduta del fascismo, non si estese alla società civile, nella quale si assistette dopo il 25 aprile a quel cambio di casacca di massa mirabilmente descritto dall’ultima scena de Il conformista di Bernardo Bertolucci.

Gli italiani, com’è noto, cominciarono a diventare antifascisti quando si profilò la sconfitta e lo divennero con ostentazione dopo il 25 aprile 1945. Il voltagabbanismo non è un fenomeno specificamente italiano, come ci viene solitamente presentato con giudizi di valore diversi, ma un comportamento tipico di ogni nazione costretta a cambiare sistema politico in seguito a una sconfitta bellica. Thomas Hobbes, l’inventore del Leviatano, teorizza che in caso di guerra, quando il sovrano è fatto prigioniero dal nemico, ai sudditi non rimane altra scelta se non di diventare sudditi del sovrano vittorioso e di adeguarsi ai suoi dettami. Sono questioni vecchie come il cucco, regole ferree della politica, sulle quali è inutile continuare a discutere.

Certo, è stata è una sorpresa sapere dopo la fine dell’Urss che i padri dell’antifascismo, persino il rigorosissimo Bobbio, erano stati fascisti, come confessò in un’intervista a Buttafuoco, e dopo i libri di Serri e Di Rienzo non ci ha stupiti apprendere da Paolo Rossi un anno fa che è falsa la tesi del nicodemismo di Eugenio Garin, secondo il quale gli intellettuali durante il fascismo avevano recitato la parte dei fascisti, ma erano sinceramente antifascisti. Secondo Rossi, che è del ’23, tutti i suoi coetanei, tranne pochi di famiglie antifasciste, non solo erano fascisti, ma avevano anche accettato la tesi del nicodemismo, continuando a imbrogliare le carte. Non si comprende, quindi, come il presidenzialismo potrebbe fare ritornare il fascismo, visto che l’Italia attuale è composta in gran parte di generazioni nate dopo il fascismo, ma educate e formate all’antifascismo da ex-fascisti fuggiti precipitosamente da un treno che andava verso la catastrofe, come afferma Rossi, per salire velocemente su un altro che andava nella direzione vincente. Paradossalmente e surrealisticamente, l’Italia educata da falsi antifascisti sarebbe strutturalmente fascista e forse sarebbe il caso di affidare l’incarico a qualche genetista britannico, rigorosamente ateo e devotamente darwinista, di rintracciare il gene fascista del DNA italico, per smetterla con questa comica dell’antifascismo.

Se poi una delle condizioni necessarie per il presidenzialismo è essere sull’orlo della guerra civile. Dovremmo averlo da sempre. In realtà, la nostra “guerra civile” è soltanto la democrazia abborracciata e arruffona che le nostre élite hanno deciso di montare in Italia, dividendo il popolo bue in fazioni contrapposte sullo stile guelfi e ghibellini o su quello ancora più pecoreccio dei tifosi di Bartali e Coppi, Mazzola e Rivera, Valentino Rossi e Max Biaggi. Quanto alla seconda condizione necessaria al presidenzialismo, la presenza di un generale De Gaulle, occorre osservare che i francesi non si posero affatto il problema, quando optarono per la repubblica presidenziale, se De Gaulle si sarebbe trasformato in Napoleone, un generale piuttosto importante nella storia francese, che si autoproclamò imperatore e causò non poche guerre alla Francia.

Ogni nazione ha la propria storia e non costruisce il futuro restando prigioniera del passato. Rusconi, studioso raffinato di von Clausewitz, e Romano, storico attento ai dettagli, si sono dimenticati che in Francia, prima del generale De Gaulle c’è stato il generale Napoleone, ma i francesi, quando scelsero il presidenzialismo non vivevano col fantasma di Napoleone. Forse sarebbe il caso per nostri opinion makers di uscire per qualche giorno dai loro cliché.