“Le riforme mancate di Zapatero hanno portato la Spagna al collasso”

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“Le riforme mancate di Zapatero hanno portato la Spagna al collasso”

13 Maggio 2010

Qualche giorno fa l’Eurogruppo ha imposto un taglio di 15 miliardi di euro alla spesa pubblica spagnola e molti economisti temono il crack dell’intero sistema economico della Spagna. Dopo il pressing del cancelliere Angela Merkel e il monito del presidente Barack Obama, Zapatero si avvia ad inaugurare la stagione dell’austerity con tagli senza precedenti nella storia democratica della Spagna. Sul premier socialista pesa però la minaccia delle rivolte sociali da parte dei sindacati che, intanto, hanno già annunciato il primo sciopero generale per il prossimo 2 giugno. Ma la sforbiciata agli stipendi e agli investimenti statali, il congelamento delle pensioni e l’eliminazione di alcune misure sociali saranno misure sufficienti a non fare affondare la barca spagnola? Ne abbiamo parlato con Fernando Navarrete, Direttore del settore economico e di politica pubblica di FAES, la fondazione presieduta dall’ex premier José María Aznar.

Dall’essere un esempio di prosperità, nel giro di pochi anni la Spagna è passata a costituire la principale minaccia per la stabilità dell’Europa intera. Che cosa è accaduto?

La situazione in Spagna è talmente seria che il governo è stato obbligato dall’Ue ad adottare delle misure drastiche e precipitose. Il giro di vite alla spesa pubblica – che interesserà milioni di persone – ha preso alla sprovvista l’intera società perché, fino a poco fa, Zapatero continuava a non affrontare seriamente la crisi e, sottovalutandola, non ha avuto il tempo necessario per preparare la società e per spiegare la bontà delle riforme che oggi sono imprescindibili per andare avanti, come quelle del lavoro e del sistema bancario. L’economia spagnola è finita in questo abisso perché entrare nella moneta unica comportava non solo benefici nel breve termine ma anche l’adozione di un nuovo modo di fare politica economica. L’obiettivo doveva essere quello di puntare sulla flessibilità del mercato e andare avanti con le riforme. Negli ultimi 6 anni, però, questa politica economica riformista è stata paralizzata. La mancanza di riforme si è quindi tradotta nel deficit strutturale dei conti pubblici spagnoli, ma il vero problema di fondo è la mancanza di uno spirito riformista in politica economica.

Quanto ha pesato quindi la “bolla immobiliare” nella crisi spagnola?

La bolla immobiliare non è accaduta solo in Spagna. C’è stata anche in Gran Bretagna, in Irlanda e negli Usa, così come in altri Paesi si è sentita ma in misura molto minore. La bolla risponde ad una causa esterna ai singoli Paesi, cioè la politica monetaria. Le principali banche centrali del mondo hanno applicato per anni una politica mirata a mantenere bassi i tassi d’interesse. In certi Paesi, questa linea ha portato alla bolla immobiliare mentre in altri Stati ha danneggiato settori diversi. In Spagna, la speculazione immobiliare ha colpito così duramente perché è stata fomentata dalla politica fiscale: tra il 2004 ed il 2007 (nei primi 3 anni di governo della sinistra dopo gli 8 anni guidati dall’ex premier José Maria Aznar, ndr) la politica fiscale spagnola è stata straordinariamente espansiva visto il momento di prosperità economica. Non sto parlando di espansione fiscale – che tra l’altro si è dimostrata inefficace come misura anti-ciclica – ma bensì di una politica fiscale di aumento della spesa statale che ha alimentato le varie bolle. La Spagna, infatti, non è stata colpita solo da quella immobiliare ma anche quella avvenuta nel settore delle energie rinnovabili. In altre parole, siamo stati testimoni passivi di una dilatazione talmente grande della spesa pubblica (pompata dall’eccesso di domanda per gli aiuti e i finanziamenti statali) che ha provocato un deficit di competitività anche a livello globale.

Il premier Zapatero ha investito molte risorse finanziarie sull’economia sostenibile come metodo per creare nuovi posti di lavoro durante questa crisi.

La Green Economy ha in realtà ben poco di sostenibile. In periodi di crisi, tutti i settori che hanno contribuito alle finanze pubbliche perdono la loro fonte di finanziamento, dando vita ad una bolla che si espande ad altri settori. Se aggiungiamo dei costi energetici aggiuntivi al tessuto produttivo spagnolo, nel medio termine si verifica una perdita di competitività e di posti di lavoro. Questa per la Spagna è stata una delle grandi lezioni della crisi, ossia che non possiamo privilegiare alcuni settori solo perché ci sembrano simpatici o perché crediamo che guardino al futuro. Per decidere su queste faccende c’è il mercato. In realtà bisogna creare le condizioni per favorire tutti i settori economici affinché possano godere della loro opportunità nel mercato. Altrimenti, l’alternativa è quella che i posti si lavoro creati col sostegno dello stato diventano posti di lavoro insostenibili. E’ il caso del lavoro sub-prime, cioè quei lavori creati dalle imprese che vivono solo grazie alle sovvenzioni pubbliche le quali, in tempi di crisi, vengono a loro volta tagliate. Queste società spariscono in un batter d’occhio e senza possibilità di reagire soprattutto perché non rispondono agli stimoli del mercato ma a reazioni discrezionali dei decisori della politica economica. Le imprese che attuano politiche ecosostenibili avranno il loro momento di sviluppo, ma deve essere il mercato a decidere i tempi e le forme.  

Secondo lei qual è il maggior errore che ha fatto il governo Zapatero fino a questo momento?

La prima e più evidente è la mala-gestione della crisi. Zapatero ha infatti aspettato 2 anni prima di adottare misure efficaci per contrastare la recessione. Questa inerzia ha avuto un altissimo costo sociale: la perdita di oltre 2 milioni di posti di lavoro e una disoccupazione che supera il 20 per cento. Ma in realtà siamo arrivati a questo punto a causa dell’eccessiva spesa pubblica in periodi di benessere economico. Il vero problema appunto non è la cattiva gestione della crisi, ma bensì la cattiva gestione della prosperità economica. In Spagna, per esempio, siamo riusciti a non sentire la crisi del “Punto-com” (la crisi speculativa avvenuta tra il 1997-2001 causata dal boom delle imprese online, ndr), mentre altri Paesi, tra cui l’Italia, Francia, Stati Uniti, ne hanno risentito e di molto. Quella crisi è avvenuta a livello globale, ma la Spagna neanche se ne accorse perché, fino a quel momento, era stata portata avanti una buona gestione delle finanze.

Ma il premier Zapatero continua a dire che la situazione spagnola non è grave e ha ripetuto più volte che non ha nulla di simile alla crisi della Grecia. E’ d’accordo?

Ogni situazione è diversa e per questo è un’ovvietà dire che quella spagnola è diversa da quella greca. Lo stato di salute spagnolo è migliore in certi settori e peggiore in altri. Il nostro tasso di disoccupazione, per esempio, è il doppio di quella greca. La situazione delle finanze pubbliche sono però migliori di quelle di Atene. La competitività nei mercati è invece molto maggiore di quella ellenica. Abbiamo punti di forza e di debolezza. Ciò che fa riflettere è che le politiche di contrasto adottate dalla Grecia siano molto simili a quelle che Zapatero ora è stato obbligato ad intraprendere: il tipo di misure che l’Unione Europea ha preteso dalla Spagna assomiglia infatti molto di più a quelle che sta attuando Atene rispetto a quelle di Berlino. Il che significa che la Spagna ha problemi seri. A differenza della Grecia, però, nel nostro Paese è molto facile fare riforme. Non ci sarà la resistenza sociale che si è vissuta ad Atene perché i cittadini capiscono la necessità di fare riforme e la sostengono perché è quanto chiedono da anni. E’ però importante che il governo resti sulla strada delle riforme e che il mondo politico spieghi agli spagnoli l’urgenza di fare riforme, non quelle shock, ma quelle necessarie. La società spagnola andrà avanti da sola e lo farà con molta forza, come ha già fatto in passato.

Sembra molto convinto dell’“animo” più pacifico degli spagnoli rispetto ai cugini ellenici ma i leader sindacali hanno annunciato il primo sciopero generale, un fatto che non si viveva dal 2002. Perché esclude che in Spagna non possa succedere una “rivolta sociale” come è accaduto in Grecia?

Il potere sindacale in Spagna è completamente controllato dalla politica. In questo momento stanno, per così dire, mettendo in scena il malcontento generale ma in modo molto controllato e organico. Le forze sociali non sono indipendenti, in realtà non riflettono il disagio sociale della popolazione. Ognuno interpreta la propria parte in questo grande teatro in cui tutto è molto organizzato. In passato, è già accaduto che le riforme siano state fatte anche senza il plauso sindacale. Le riforme devono essere fatte e la gente le appoggia, le sostiene e le capisce. Ci saranno proteste e scioperi in piazza, ma in una forma molto contenuta. Una cosa è certa, non sarà un’esplosione come abbiamo visto in Grecia perché non è mai successo prima d’ora e non credo proprio che accadrà in futuro.

Allora quale futuro dobbiamo attenderci per la Spagna?

La Spagna andrà verso dove vorranno andare i suoi cittadini. Nonostante tutto, gli spagnoli sono ancora padroni del loro destino. La nostra non è una barca che va alla deriva. Se la riforma verrà spiegata in modo giusto all’opinione pubblica e il governo continuerà ad andare avanti lungo la strada delle riforme, la Spagna avrà un futuro raggiante. Se invece Zapatero si limiterà ad aspettare le chiamate di Obama o di Angela Merkel per mettere in atto le riforme, senza poi avere una continuità nel tempo, allora il suo futuro sarà grigio: la sua crescita sarà anemica, tra l’1 e il 2 per cento di crescita al massimo, un dato insufficiente per riuscire ad riassorbire in pochi anni il numero di disoccupati (attualmente vicino ai 5 milioni). A differenza di altri Paesi, la Spagna è capace di convivere con un alto tasso di disoccupazione senza creare tensioni sociali. Ma si tratta della peggiore fotografia che abbiamo, una Spagna che guarda solo a se stessa e che si lecca le proprie ferite, come è accaduto negli ultimi anni ‘80 e nei primi anni ‘90. La decisione resta nelle mani degli spagnoli: tra un futuro riformatore e prospero o convivere con la situazione attuale che non può che andare a peggio.