Finiani e berluscones si giocano il futuro del Pdl, aspettando il Cav.
30 Giugno 2010
Una inutile prova di forza per i finiani, un "puntiglio" per dirla con Fini. Una via obbligata per la maggioranza del Pdl, dopo due anni di discussione su una legge – quella delle intercettazioni – che il Senato ha licenziato tenendo presente da un lato i rilievi del Colle, dall’altro quelli della minoranza interna al partito. E’ anche sulla partita della giustizia (dalla costituzionalizzazione del Lodo Alfano sulla quale si annunciano novità tra cui l’ulteriore estensione dello scudo a premier e ministri, alla riforma complessiva del sistema giudiziario) che il Pdl si gioca la faccia e il consenso.
Ma a ben guardare, la fotografia è sempre la stessa, identici i contorni: sfocati, sovrapposti. Perché il conflitto ormai permanente tra finiani e maggioranza Pdl dà chiara l’immagine di due partiti in uno. E non da ora.
Il bollettino quotidiano del Pdl è zeppo di botta e risposta, di toni alti per marcare il proprio spazio o guardagnarne di nuovo e repliche ad alzo zero, calibrate sulle stesse frequenze. "E’ la democrazia, bellezza", interpretò Italo Bocchino non molto tempo fa in un’intervista; "la minoranza non può dettare le regole alla maggioranza" fu la replica secca da via dell’Umiltà.
Il punto è che dal redde rationem della direzione nazionale, la strada dei finiani e quella del resto del partito sembrano restare parallele: pochi fino ad ora i punti di convergenza. E dell’accordo tra il Cav. e Fini che ne è stato? Da settimane, ormai, ci lavorano le "colombe" di Fi, i mediatori di An e i "lealisti" dell’ala finiana ma i risultati non sono ancora chiari. Eppoi, l’accordo si farà veramente o i veti dei colonnelli di An in rotta di collisione con l’ex leader lo impallineranno in nome delle vecchie e nuove divisioni che il partito di via della Scrofa ha traghettato nel Pdl?
Ancora: quanto costa (politicamente) al Cav. la tregua armata con il co-fondatore oggi a capo della corrente del dissenso? E’ realistico per la maggioranza Pdl cedere un pò di terreno nella speranza che ciò basti a evitare il conflitto permanente e i suoi effetti per la stabilità del centrodestra?
Interrogativi che attraversano i ranghi pidiellini, in una fase delicata per la legislatura, con il pacchetto giustizia incardinato in Parlamento, l’opposizione sugli scudi, e la manovra economica che incassa i maldipancia nella maggioranza e la protesta delle Regioni guidate dal berlusconiano Formigoni.
Certo, un accordo con la componente di minoranza, appare la via obbligata per uscire dal cono d’ombra, superare le ostilità e tornare a concentrarsi sul programma di governo; eppure i giorni passano e il livello di scontro interno resta tale e quale. Come ieri, ancora una volta sul ddl intercettazioni.
Se il Pdl imprime un’accelerazione, coerentemente con quanto ribadito finora (voto prima della pausa estiva), e ottiene in conferenza dei capigruppo alla Camera che la legge venga inserita nell’ordine del giorno dell’Aula il prossimo 29 luglio, l’inquilino di Montecitorio accoglie la richiesta (non facendolo ”sarei venuto meno al ruolo istituzionale”, spiega), ma definisce ”irragionevole” l’accelerazione aprendo un nuovo braccio di ferro con il premier che sabato scorso aveva ancora una volta auspicato un iter rapido del provvedimento.
Un’accelerazione, quella del Pdl, sostenuta da Umberto Bossi (molti esponenti pidiellini lo leggono come un segnale di presa di distanza da Fini) e dal sì del Carroccio alla calendarizzazione del testo per fine luglio. Insomma, quella che è sembrata una prova di forza della maggioranza, continua e ciò che si profila all’orizzone non promette nulla di buono, a giudicare dall’ennesimo avvertimento del finiano Fabio Granata secondo cui "se il testo non cambia in modo ragionevole noi certo non lo voteremo. E voglio proprio vedere cosa succederà".
Identica linea dall’opposizione, mentre l’Udc con Vietti, usa toni più soft annunciando di essere pronta a trovare un punto di equilibrio, anche se per aprire un confronto vero – ammonisce – il centrodestra deve abbandonare il pugno di ferro e la corsa contro il tempo. La mossa dei centristi, malignano nelle file democrat, è collegata a una partita tutta da giocare, quella sulle elezioni per il Csm. Casini e i suoi, infatti, punterebbero a destinare alla vicepresidenza dell’organo di autogoverno della magistratura proprio Vietti. E ad un accordo del genere, ricordano dal Pd, ci si arriva da strade diverse.
Ma al di là delle tattiche, la novità è che adesso a sparare a zero sulle intercettazioni ci si mette pure il Garante sulla privacy Francesco Pizzetti secondo il quale la libertà di stampa è davvero a rischio. Il Pdl si difende ribadendo come fanno Cicchitto e Quagliariello che "conciliare giustizia, informazione e riservatezza non è facile, ma crediamo che dopo due anni di approfondimento il Parlamento sia giunto a individuare un buon punto di equilibrio che si fonda sul principio di responsabilità". Quindi la sottile stoccata: "Tra le tante anomalie italiane in tema di intercettazioni non vorremmo ritrovarci anche con un Garante per la Privacy che la sinistra tenta di arruolare contro la riservatezza".
E come se non bastasse, il giorno dopo la sentenza Dell’Utri, ad accendere le polemiche arrivano anche le dichiarazioni di Beppe Pisanu (vicino all’area finiana) presidente della commissione Antimafia a Montecitorio che nella sua relazione parla di una convergenza di interessi tra Cosa Nostra, altre organizzazioni criminali, logge massoniche segrete, pezzi deviati delle istituzioni, uomini dei servizi segreti, mondo degli affari e politica, ai tempi delle stragi di mafia (’92-’93).
Intanto, la Consulta Giustizia del Pdl, studia il da farsi pur attendendo indicazioni dal governo ma al tempo stesso fa sapere che il testo potrebbe non subire modifiche, anche se prevale un certo scetticismo sulla possibilità di chiudere il dossier entro l’estate.
Più probabile che il provvedimento venga votato alla Camera e se vi saranno modifiche, torni al Senato a sette,bre. I vertici del gruppo a Montecitorio, si vedranno oggi per fare il punto anche sui tempi.
Insomma, il quadro è molto fluido, specie nella maggioranza. Ma proprio per questo sono in molti ad auspicare l’unica mossa in grado di cambiare rotta e riprendere la navigazione. La mossa del Cav.
