Il Cav. si rimette il doppiopetto per non finire prigioniero di Fini e Tremonti
09 Giugno 2010
Stilettate a Fini, monito a Tremonti, affondo sulle toghe militanti e sulla Rai. Silvio Berlusconi si rimette il doppiopetto e si riprende la scena politica. Lo fa prima col Pdl sulle intercettazioni, poi con Tremonti sulla manovra, quindi passa al contrattacco sui pm politicizzati che vorebbero sostituirsi al popolo sovrano e sul servizio pubblico televisivo annunciando da ministro dello Sviluppo economico (con delega alle telecomunicazioni) che se "non cambia", il contratto di servizio non verrà rinnovato.
In una giornata carica di tensione tra Palazzo Madama (dove il ddl intercettazioni torna in commissione per l’esame delle modifiche ai nuovi emendamenti) e Montecitorio (dove la maggioranza va sotto sul decreto del governo sulle demolizioni in Campania, con annessa bagarre tra Cicchitto e il presidente di turno, Rosy Bindi), il premier torna a dire come la pensa senza girarci troppo intorno, spingendosi perfino a dire che non invierà più la Protezione civile in Abruzzo dopo l’indagine della procura sulla Commissione grandi rischi che non avrebbe valutato adeguatamente la portata del terremoto. E’ la cifra che il Cav. è stufo, interpretano alcuni deputati pidiellini in Transatlantico: lacci e lacciuoli non sono il suo forte, come pure la mediazione permanente, strumenti necessari in politica ma che talvoltvive come veri e propri ostacoli all’azione di governo.
E in una delle giornate clou per la maggioranza, tutto ciò non lo ha voluto tenere per sè, facendo intendere che lui non vuole farsi fare prigioniero da nessuno. Non da Fini sul ddl intercettazioni ad esempio ("sono due anni che ci lavoriamo" è lo sfogo davanti all’assenblea di Federalmberghi) al quale indirettamente manda a dire che il testo, frutto del paziente lavoro di cesello dei suoi sherpa, lui lo avrebbe voluto più incisivo perché così com’è "non rispecchia al cento per cento il programma elettorale su tutela della privacy e abuso delle intercettazioni".
Lo dimostra nell’ufficio di presidenza del Pdl dove la sua è l’unica astensione dal voto che dà il via libera all’ultima versione degli emendamenti che da oggi tornano nell’Aula di Palazzo Madama (la maggioranza conta di chiudere entro giovedì ma non è ancora chiaro se il governo deciderà di porre la fiducia sul provvedimento). I finiani dicono "sì" al testo ma al Cav. non basta perché non ha intenzione di farsi dettare l’agenda dai fedelissimi del presidente della Camera. E’ per questo che al co-fondatore del Pdl manda un messaggio chiaro, lo stesso che scandisce davanti ai suoi uomini presenti nel parlamentino Pdl (Urso e Viespoli): il tempo della mediazione è scaduto, il ddl sulle intercettazioni non si tocca più, sara licenziato dal Senato e nell’iter parlamentare a Montecitorio non sono più ammesse modifiche.
E il "sì" certificato praticamente all’unanimità (se si esclude la suia astensione) nell’ufficio di presidenza del Pdl diventa "vincolante" per senatori e deputati. Ma ai piani alti della Camera l’aut aut del Cav. non riscuote entusiasmi, così i due co-fondatori del Pdl si punzecchiano a distanza. Lo si capisce nella replica di Fini, perplesso non solo per l’appunto sul mancato rispetto del programma elettorale ma anche sulla blindatura del ddl intercettazioni. In particolare, osservano dall’entourage finiani, non è piaciuta la sottolineatura del premier che vorrebbe dipingere il presidente della Camera come qualcuno che spinge il partito a "strambare" rispetto agli impegni assunti con gli elettori.
Di qui il "controcanto" piccato di Fini: "Va ad onore di Berlusconi essersi astenuto sul ddl intercettazioni perché a suo avviso non manterrebbe in toto gli impegni con gli elettori in materia di tutela della privacy. Comunque sono certo che Berlusconi concordi con me sul fatto che la nuova formulazione del ddl fa sì che esso di certo non contrasti con altri impegni presi con gli elettori: quelli sulla lotta alla criminalità e di difesa della legalità". Un segnale che fa capire come, nonostante "i passi in avanti" di questi giorni (ribaditi dagli stessi finiani), la fase di disgelo tra i due sia in realtà solo all’inizio. Da Fini a Tremonti.
Il premier torna a parlare di manovra economica per dire che non è solo "rigore e tagli" bensì contiene interventi concreti a favore della ripresa e dello sviluppo. Il monito a Tremonti sta nel passaggio in cui il Cav. ribadisce che la cifra messa nero su bianco nel decreto legge (24 miliardi) non può essere modificata ma che nell’iter parlamentare ci saranno margini per apportare modifiche e correttivi. In altre parole, i gruppi parlamentari potranno prendersi spazi d’intervento.
Ma ci sono altri capitoli sui quali il Cav. torna a dire la sua alzando gli scudi contro chi lo critica a prescindere e chi lo ostacola nell’azione di governo. Davanti agli albergatori scandisce che "la sovranità non è più nelle mani del popolo, ma in quelle di alcuni pm che attraverso la Corte Costituzionale si fanno abrogare le leggi".
Quei pm che "dopo il primo grado respingono un cittadino innocente nel girone infernale dei processi perché con il loro mestiere ci guadagnano, perché vogliono dimostrare il loro teorema accusatorio, perché gli stai antipatico o solo per pregiudizio politico". Magistrati che, incalza il premier, lo hanno spinto a chiedere alla Protezione civile di "non andare più all’Aquila perché dopo la denuncia di mancato allarme da parte della magistratura, qualche mente fragile che ha avuto morti sotto le macerie potrebbe arrivare a sparare". Parole che sollevano un vespaio di polemiche e scatena l’opposizione. Dall’Aquila il procuratore Rossini si limita a ricordare che il lavoro dei magistrati va avanti "come al solito bene, velocemente e rispettando le leggi vigenti". L’inchiesta che conduce ha portato a sette avvisi di garanzia, tra i quali quelli nei confronti dei vertici della Protezione civile che hanno partecipato alla riunione della Commissione Grandi Rischi del 31 marzo 2009, cinque giorni prima del terremoto.
Per la procura che indaga sull’ipotesi di omicidio colposo, la stessa Commissione non avrebbe adottato provvedimenti preventivi per garantire la sicurezza della popolazione. Una questione che, c’è da giurarci, terrà banco ancora per molto nel già infuocato dibattito politico. Come del resto quella sulla Rai. Anche qui il Cav. ci va giù duro (il riferimento seppure indiretto è ai casi Santoro o Ruffini solo per citare quelli più eclatanti) annunciando che se l’azienda di viale Mazzini non cambia registro, da ministro dello Sviluppo Economico, non rinnoverà il contratto di servizio (vedi canone).
Quello che si è visto ieri è un premier battagliero, intenzionato a non fare più sconti a nessuno, deciso a recidere quei lacci e lacciuoli che vorebbero imbrigliarlo. Fuori e dentro la maggioranza. E chi lo conosce bene, giura che l’insofferenza del Cav. verso quanti stanno tentando di rallentare il cammino delle riforme e della modernizzazione del Paese è il miglior carburante che userà per spingere il piede sull’acceleratore.
