Per l’Onu Israele non ha sconfinato in Libano, per la grande stampa sì

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Per l’Onu Israele non ha sconfinato in Libano, per la grande stampa sì

05 Agosto 2010

Venti di guerra sono tornati a soffiare lungo il confine di Israele con il Libano. Tutto è cominciato intorno a mezzogiorno di martedì, quando alcuni soldati israeliani aiutati da una gru hanno tentato di sradicare alcuni alberi cresciuti a ridosso del reticolato elettrificato eretto da Tsahal dopo il ritiro dal sud del Libano nel 2000.

L’intento degli israeliani era di eliminare gli arbusti per installare delle telecamere lungo la frontiera – dove in alcuni tratti la "Linea Blu" si sovrappone al segmento del reticolato israeliano, mentre altrove i due tracciati sono distanti fino a qualche decina di metri fra loro. Ma i soldati libanesi sono intervenuti ed è cominciato uno scambio di colpi di arma da fuoco. La scaramuccia è poi degenerata in un più esteso attacco aereo e d’artiglieria israeliano alle postazioni libanesi sulle colline di Adaysse e Tayybe e in una prolungata sparatoria lungo la strada Adaysse-Kfar Kila. Dopo 24 ore di incertezze su chi dovesse ricadere la colpa, l’Unifil, la forza Onu nel sud del Libano, ha affermato che a seguito delle prime indagini condotte sul luogo degli scontri, l’albero che stava per essere sradicato dall’esercito israeliano era situato a sud della Linea Blu di demarcazione tra i due Paesi, quindi in territorio israeliano.

Ma in che modo Reuters e Yahoo hanno raccontato la notizia? Riportando che i soldati israeliani avevano oltrepassato la linea di confine e che per autodifesa le forze libanesi hanno aperto il fuoco. Alcune altre agenzie hanno fortunatamente dato un’altra versione della vicenda: “Israele ha affermato che i suoi soldati erano dentro il proprio territorio, il Libano, dal canto suo, ha affermato che invece erano subentrati nel loro”.

Secondo Reuters: “Un soldato israeliano è stato visto su una gru nella parte libanese del confine vicino Adaysse, a sud del Libano, 3 agosto 2010”. E ancora: “Martedì, l’artiglieria israeliana ha bombardato la località libanese, ferendo due persone, dopo che le truppe dell’esercito libanese hanno sparato colpi di avvertimento contro i soldati israeliani”. Secondo quanto riportato da Yahoo “un ufficiale libanese che ha mantenuto l’anonimato ha detto che lo scontro si è verificato quando le truppe israeliane hanno tentato di rimuovere un albero dal lato libanese del confine”. Nessua citazione di fonti israeliane.

Anche Ap ha spiegato a modo suo la vicenda: “La violenza è scoppiata apparentemente perché i soldati israeliani stavano abbattendo un albero lungo il confine di demarcazione, un segno del livello elevato delle tensioni alla frontiera dove Israele ha combattuto nel 2006 con il gruppo militante libanese Hezbollah… Non c’era alcun segno di più ampi preparativi israeliani per un’operazione su vasta scala – una prima indicazione dello scontro potrebbe non innescare un conflitto più ampio”. Ap, tra l’altro, ha mostrato tutta la sua ‘accuratezza’ nel correggere il nome del loro fotografo ma non si è minimamente preoccupata dell’erronea faziosità dei fatti che ha raccontato.

Anche il New York Times non è stato da meno, approcciandosi alla vicenda in modo non proprio neutrale: “Ognuna delle due parti ha addossato la colpa all’altro per il flare-up, accusandosi reciprocamente di violare la risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite su cui poggiano i quattro anni di cessate il fuoco tra i due Paesi”. Ma la cosa più sorprendente sono le informazioni aggiuntive che ci dicono tutto sullo stato del giornalismo contemporaneo: “Israele ha detto che le sue forze erano impegnate in lavori di manutenzione di routine nel un divario tra la cosiddetta Blue Line, il confine internazionalmente riconosciuto, e la sua barriera di sicurezza, e che li aveva coordinati in anticipo con l’Unifil, la forza Onu nel sud del Libano”.

Non è forse il caso che il gigante dell’informazione si documenti meglio sulla vicenda? Questo caso di disinformazione non è poi così sorprendente, se si pensa che lo stesso quotidiano non è in grado di provare, cosa già pubblicamente nota, che il gruppo IHH turco che ha organizzato la flottiglia di Gaza affonda le sue radici nel terrorismo. Come se non bastasse il New York Times è caduto in un altro pietoso errore, non menzionando minimamente le cause che stanno alla base del conflitto tra i due Paesi. Per come il ‘grande giornale dei record’ tratta la vicenda, Israele avrebbe attaccato solo arbitrariamente il Libano nel 2006.

La verità dei fatti è facile da dimostrare ma le parole del colosso dell’informazione tendono a distorcerla contribuendo a fornire a i suoi lettori una visione del tutto fallace degli eventi che vedrebbero Israele l’aggressore che ha causato lo scoppio dei combattimenti.

Se i mass media non hanno fatto chiarezza su come sono realmente andate le cose questa volta non potranno di certo riferire con precisione su altri episodi – che hanno visto ogni volta Israele capro espiatorio della situazione – come quello del 2000, quando Israele ha offerto di restituire le Alture del Golan alla Siria in cambio della pace, offerta rifiutata da quest’ultima. Ancora, quando l’Autorità palestinese ha rifiutato l’offerta di Israele che si proponeva di accettare uno Stato palestinese indipendente nell’intera Striscia di Gaza, nella West Bank, e nella maggior parte di Gerusalemme est.

O quando nel 2008 Hamas ha rotto il cessate il fuoco dando il via a una massiccio attacco con il lancio di missili e colpi di mortaio sui civili israeliani. Situazione durante la quale Israele ha dovuto difendersi. E non ultimo, l’episodio di quest’anno della Freedom Flottilla, quando un’organizzazione terrorista turca vicina a Hamas ha inviato su una nave un gruppo di jihadisti che dicevano di essere disposti a uccidere gli ebrei e si autodefinivano martiri jihadisti. Quando i soldati israeliani sono sbarcati sulla nave, i jihadisti li hanno attaccati con le armi, o cercando di farli prigionieri. A quel punto le forze israeliane hanno soccorso i soldati, uccidendo nove assalitori.