Berlusconi ha la fiducia grazie ai finiani ma il governo regge
29 Settembre 2010
Berlusconi incassa la fiducia ma coi voti decisivi di Fini e Lombardo. Niente autosufficienza dai futuristi che in tandem coi deputati dell’Mpa alla fine, hanno pesato. I sì sono stati 342, i no 275 e tre gli astenuti. Ma al netto dei calcoli numerici e dei voti che non si contano ma si pesano, il dato di fatto è che il governo oggi ha ottenuto una fiducia più ampia di quella ricevuta due anni e mezzo fa (i sì allora furono 335 ). Adesso spetta ai finiani onorare l’impegno politico assunto a Montecitorio perché un governo si sostiene nel suo fare ed è per questo che i futuristi dovranno dimostrare coerenza, passaggio per passaggio.
“Un governo serve a governare e con i 342 voti incassati oggi c’è una maggioranza più ampia e dunque si va avanti indipendentemente dai calcoli”, ragiona Gaetano Quagliariello. Il che vuol dire che si procede lungo la strada indicata nei cinque punti programmatici illustrati da Berlusconi in mattinata alla Camera. Nessun allarmismo quindi, “si torna alle urne quando qualcuno sta nella maggioranza con l’intento di logorare il governo. Fino a che ciò non si verifica sui singoli provvedimenti, sulle singole riforme, l’azione del governo continua”. Molto adesso dipenderà dalla strategia che il Cav. deciderà di seguire per non finire nel pantano della mediazione permanente.
Tornando alla cronaca della giornata se dai 342 voti a favore si sottraggono i 34 dei deputati del Fli (Fini come da prassi non ha votato) e i cinque dell’Mpa si arriva a quota 303, cioè al di sotto della fatidica soglia dei 316 che avrebbe garantito l’autosufficienza dai finiani. C’è poi il fatto che al voto non hanno partecipato nove deputati e tra questi due del Pdl – il sottosegretario Menia (finiano) e Pitelli, oltre a Gaglione di Noi Sud e Misiti dell’Mpa. Menia e Pittelli hanno dichiarato di non aver fatto in tempo a raggiungere l’Aula ma non manca chi nel centrodestra sospetta che si sia trattata di una mossa ad hoc per evidenziare maggiormente il ‘peso’ dei futuristi nella maggioranza.
Ma al netto del voto parlamentare, nel discorso del Cav. ci sono molte cose. Visione di prospettiva sulla fase due della legislatura e strategia. I toni calibrati, pesati, prudenti ma decisi sulle cose da fare servono da un lato ad aprire i confini della maggioranza e incassare il sostegno di settori moderati finora collocati all’opposizione; dall’altro a spuntare le armi dei finiani ( già divisi al loro interno come emerso anche ieri nella riunione dei futuristi con il presidente della Camera alle prese con chi come Barbareschi proponeva il voto contrario) mettendoli di fronte ad un’assunzione di responsabilità davanti agli elettori, tanto chiara quanto forte.
Ancora: Berlusconi non concede quel riconoscimento che Fli va chiedendo da settimane. No, per il Cav. non c’è nè ci potrà essere alcuna “terza gamba” della maggioranza. Ed è su questo che nei prossimi giorni si giocherà un’altra partita politica: la nascita del partito di Fini. Un’accelerazione – è il ragionamento ricorrente tra i deputati pidielle – che punta a prenderselo comunque questo riconoscimento e a porsi nei confronti del Pdl al pari della Lega. Passaggio che implicherebbe le dimissioni dell’ex leader di An da presidente della Camera – ieri il suo portavoce Alfano ha smentito decisamente -, ma che da giorni rimbalza nei palazzi della politica e tra i fedelissimi della terza carica dello Stato come un ‘passo imminente’. Ecco allora l’annuncio per martedì della formazione di un comitato costituente del nuovo partito che dovrà forgiarsi in un primo momento attorno agli eletti (deputati, senatori ed europarlamentari), per poi allargarsi alle forze provenienti dal territorio. Ieri la mossa di Viespoli, finiano moderato, che ha lasciato la poltrona di sottosegretario per guidare il gruppo di Fli a Palazzo Madama, è intesa come una sorta di posizionamento verso il nuovo partito.
E quando il nuovo soggetto politico “sarà chiamato ad entrare nell’agone politico, Fini dovrà guidarlo senza aver condizionamenti e non certo in part-time”, spiega un futurista. E’ solo così l’ex leader di An potrà avere le ‘mani libere’ per condurre a tutto campo la sua battaglia politica che punta almeno a tre obiettivi, tutti strategici. Il primo: Berlusconi dovrà trattare con Fini. Il secondo: l’acquisizione della golden share del governo. Il terzo: superare le divisioni interne tra bocchiniani e anti-bocchiniani tenendo saldamente nelle sue mani le redini del nuovo soggetto politico, usando fino in fondo l’autorità del leader. Ipotesi, scenario, che nel Pdl viene letto non senza una certa preoccupazione perché significherebbe riaprire il meccanismo della mediazione permanente ed esporre maggioranza e governo al rischio dell’istabilità. Anche per questo nel discorso di Berlusconi si può intravedere l’intenzione di andare oltre e di condurre il Pdl oltre. Oltre Fini e a prescindere da Fini.
Come? L’appello ai moderati e ai riformisti non è solo finalizzato a incassare i sì alla fiducia sui cinque punti programmatici, ma guarda lontano. Guarda al progetto che da quindici anni il Cav. coltiva e che forse proprio in questa fase della legislatura potrebbe prendere avvio per poi concretizzarsi – se ci saranno le condizioni – in un contesto di medio-lungo termine, ma con uno step abbastanza ravvicinato: marzo, se si andrà al voto anticipato. Il progetto si chiama ‘partito dei moderati’: un ressemblement trasversale di parlamentari che condividono valori e ideali di cui il Pdl vuole essere punto di riferimento. E’ evidente che questo scenario nella sua evoluzione futura si tradurrà in un’Opa sul centro (a maggior ragione dopo che Casini ha scelto la via dell’opposizione guidando il partito nella direzione del Pd) e non è un caso che proprio nell’intervento a Montecitorio il premier si sia soffermato con attenzione sui temi etici (rilanciando l’agenda bioetica del governo) e della famiglia (confermando l’introduzione del quoziente familiare) , sulla centralità della persona.
Un messaggio molto chiaro a tutti quei cattolici che si sentono compressi dentro i recinti di Pd e Udc e non condividono il feeling tra Bersani e Casini. Gli stessi temi sui quali le prove tecniche d’intesa nell’area moderata sono già nei fatti, anzi negli atti parlamentari di questa legislatura (dal biotestamento alle cure palliative, alla 194 alla Ru 486). Ma nel discorso del Cav. si può cogliere anche un appello all’opposizione affinchè non si arresti il processo avviato nel 2008: quello di un sistema bipolare nel quale esaltare la sovranità popolare e la semplificazione del quadro politico. Una sorta di sollecitazione a non farsi condizionare dalle sirene populiste di Di Pietro o dalle tentazioni da prima Repubblica che pure in questi mesi tribolati si sono riaffacciate sulla scena politica.
Scenari che si vanno componendo, più o meno lentamente, e che per ora restano sullo sfondo. In attesa di capire se la fiducia incassata dal Cav. a Montecitorio (oggi si replica al Senato) sarà per davvero il suo ‘lasciapassare’ verso il traguardo naturale del 2013.
