Sì alle intercettazioni. Nei programmi di Fini non c’è la rottura col Pdl
10 Giugno 2010
Bagarre senza sosta oggi al Senato. Il ddl intercettazioni sul quale il governo ha posto la fiducia è stato approvato con 164 voti a favore e 25 contrari. Approvato, ma senza i voti dell’opposizione. Già, perché i senatori del Pd hanno dato corso fino in fondo a quello che peraltro avevano già dimostrato ieri: ostruzionismo a oltranza. Risultato: non hanno partecipato alla votazione, abbandonando l’Aula in segno di protesta, insieme ai colleghi dell’Mpa e delle autonomie.
Maggioranza compatta, invece, decisa a “tirare dritto” sul provvedimento, come auspicato dal premier Berlusconi. Finiani allineati, ma non rinunciatari al solito distinguo. E’ Granata a dire che la decisione di mettere la fiducia sul testo “ha impedito modifiche asupicabili nel contrasto alle mafie e alla criminalità organizzata” e il think thank finiano “Farefuturo” non è da meno. Ma se si guarda la questione a giochi chiusi e dal punto di vista politico, emerge chiaramente un dato: il presidente della Camera e i suoi fedelissimi non vogliono rompere col Pdl.
Certo, sul piano tecnico in queste settimane hanno portato avanti istanze e richieste al centro di mediazioni e limature al testo, puntando molto sulla visibilità mediatica e sull’effetto che essa produce. Tuttavia Fini sa bene che una rottura definitiva con Berlusconi non lo porterebbe da nessuna parte. E l’idea del partito della Nazione con Casini e Rutelli , secondo autorevoli fonti pidielline, viene tenuta sullo sfondo più per fare pressing sul Cav. che per reale volontà di “divorzio”. L’unica cosa certa, dunque, è che Fini continuerà a essere una spina nel fianco di Berlusconi, ma dentro il partito non fuori. E su questo la maggioranza dovrà prendere le misure.
Mattinata di fuoco. Tutto comincia con una concitata apertura di seduta, con il presidente del Senato Renato Schifani costretto a disporre l’espulsione dei 14 senatori dell’Idv che avevano occupato i banchi dell’Aula durante la notte per protestare contro il provvedimento. Solo a quel punto la seduta ha potuto avere inizio, con un Di Pietro durissimo nei confronti della maggioranza, accusata perfino di aver instaurato uno “stato di illegalità permanente nel Parlamento”.
Parole pesanti quelle del leader del’Idv che ha già annunciato la raccolta di firme per il referendum abrogativo e sulla stessa lunghezza d’onda . Un intervento sostenuto dalla presidente dei senatori Pd Anna Finocchiaro che si è appellata alla Corte Costituzionale facendo intendere che i democrat sono pronti al ricorso alla Consulta. "Il testo sulle intercettazioni – ha dichiarato – è pieno di elementi di irragionevolezza. Ci sono motivi per ricorrere alla Corte Costituzionale, prima di qualsiasi attività referendaria". Meno oltranzista la posizione dell’Udc anche se Casini non ha nascosto perplessità quando ha detto che “questa legge così ancora non va e servirebbe un dibattito ampio per rafforzare il senso della legalità e il ruolo della stampa”.
Ma i toni del dibattito parlamentare si sono fatti ancora più caldi quando il presidente dei senatori Pdl Maurizio Gasparri ha difeso il provvedimento, ormai da due anni in via di costruzione (uno dei quali al Senato): “Votiamo sì orgogliosi e convinti, come sempre, questa legge utile e importante”, ha scandito Gasparri sottolineando l’orgoglio “di avere fatto un confronto.
Il Pdl si confronta e applica al suo interno la democrazia che voi oggi ignorate e calpestate” ha poi affermato rivolto all’opposizione tra gli applausi dei senatori del suo gruppo. Poi l’affondo sul “comportamento antidemocratico” della minoranza. Quanto al merito del ddl, ha insistito sul fatto che le intercettazioni “sono l’extrema ratio per le indagini e invece ora se ne fa un uso costante, continuo per indagare, anzi si comincia intercettando».
Infine un passaggio che è sembrato contenere un riferimento indiretto alla mobilitazione già messa in campo dalla Fnsi. Gasparri ha citato alcuni “colleghi giornalisti” come Piero Ostellino che sul Corriere della Sera ha scritto che “i processi si fanno in Tribunale e non sui giornali” e il presidente dell’ Ansa Giulio Anselmi “che tempo fa ha detto che una legge sulle intercettazioni è necessaria perché abbiamo pubblicato intercettazioni inutili e dannose».
Un ragionamento, quello del senatore, in linea con quello già avanzato ieri da Berlusconi che si era dichiarato soddisfatto considerando il provvedimento licenziato oggi dal Senato un “primo passo importante, cercheremo di migliorarlo più avanti. Solo una piccola lobby di magistrati e giornalisti è contraria alla legge sulle intercettazioni, la grandissima maggioranza degli italiani è stanca di non poter usare il telefono perché teme di essere spiata”.
Ma la protesta non è solo dentro il Palazzo. Da domani infatti, scattano manifestazioni davanti alle sedi istituzionali ed è già in programma uno sciopero generale dei giornalisti, a luglio, annunciato dalla Federazione nazionale della stampa che, intanto, propone di listare a lutto i giornali in edicola domani. L’opposizione è già pronta a cavalcare l’onda delle proteste. Strumentalmente.
