La ragnatela del ladro di simboli e il rebus di Luca e Lollo
12 Agosto 2010
Lollo mi aveva dato una buona chiave. Credevo di non riuscire a decifrare il messaggio che, due giorni fa, ho trovato nella cassetta della posta del mio ufficio. Una busta gialla. "All’attenzione del responsabile dello studio investigativo Luca Fei, viale Giulio Cesare, 8", si legge in testa. La grafia era la sua, tremolante ed elementare come sempre. Era il terzo messaggio che mi arrivava nel giro di un mese. Questa volta, mi ripetevo, sarebbe stata quella buona: dovevo mettere fine a quella serie di furti. Prima il "ciondolo dell’Ape" a palazzo Barberini; poi la "Pigna d’oro" nella Chiesa del Gesù; e infine, la settimana scorsa, la tela del "Drago dalla testa nera" al Campidoglio.
Sulle prime il messaggio mi sembrava come gli altri: incomprensibile. Avevo sfogliato invano tomi sulla simbologia dell’arte di Roma: aquile, grifoni, putti, cavalieri, ghirlande. In testa solo simboli, che si sovrapponevano in una confusione totale. Aveva una passione per l’arte, lo stronzo! E mi faceva impazzire lasciandomi indovinelli per darmi l’appuntamento al colpo successivo. Gli ho sempre dato buca, prima di questa sera. Prima che Lollo, il mio giovane assistente, decidesse di fermarsi per un caffè. Ha parcheggiato come poteva davanti ad un arco. Maestoso e annerito dallo smog, sembrava l’entrata di un palazzo reale ma era semplicemente l’ingresso del quartiere Coppedè. "Cos’è quest’arco?" mi ha chiesto Lollo, appena scesi dalla macchina. Ho iniziato a spiegargli che si trattava di una zona costruita agli inizi del ‘900.
Così, incuriosito dalle mie parole, mi ha spinto ad addentrarci per via Dora. Ho risposto ai suoi quesiti da liceale: voleva sapere dei palazzi, della fontana e dello stile architettonico degli edifici. Era come incantato, mentre io continuavo a descrivergli ciò che ci circondava. "Guarda, questo qui a destra è chiamato il ‘palazzo del Ragno’", con il dito gli indicavo l’immagine del portone sopra l’ingresso. "Quello lì, più avanti, è il complesso conosciuto come Villini delle Fa…". Mi sono interrotto e in un momento l’adrenalina m’aveva invaso il corpo. Lollo mi osservava come se fossi un alieno, con gli occhi sbarrati, rimaneva muto.
Ho iniziato a cercare freneticamente il biglietto con l’indovinello. L’ho aperto immaginando già come le tessere venivano a comporre il mosaico: "il ragno, le fate… Che si riferisse proprio ai palazzi?", avevo pensato ad alta voce. "Vorresti dire che il prossimo furto avverrà qui?", mi ha interrotto Lollo con aria dubbiosa. "Non saprei… Ma è l’unico indizio che abbiamo. L’unica cosa che so è che questa sera ci faremo trovare qui. Lo aspetteremo!".
Siamo ancora qui, in piazza Mincio, ad attendere che succeda qualcosa. Intanto ho cercato di ripetere il mio ragionamento, ma ancora non riesco a venirne a capo. "La vita sarà mia": cosa vorrà intendere? Vorrà uccidere qualcuno? Coppedè è un quartiere lussuoso, dove certo non mancano oggetti da rubare. Perché ammazzare e lasciarsi sfuggire l’occasione? No, non può trattarsi di un omicidio. Il ladro vuole completare il cerchio: rubare. Rubare il simbolo del quartiere. Ma quale, tra i tanti? Il caldo mi sta facendo perdere le forze ed imito Lollo che, ormai cotto, ha deciso di rinfrescarsi il viso alla fontana, al centro della piazza. Avvicinandomi, fisso l’acqua "sputata" dalla bocca di una…..RANA!
"Come ho fatto a non pensarci prima?!", ho urlato a Lollo. "La rana..la rana..la rana!". I miei studi sui simboli tornano utili: "la rana, nell’antico Egitto, era considerata simbolo della rinascita e della continua generazione della vita". La vita, sì proprio quella del messaggio. Ora inizia ad essermi tutto più chiaro: il ladro vuole rubare il "diamante della Rana", appartenuto a Gino Coppedè. Messo all’asta per i soli abitanti del quartiere, affinché potesse rimanere all’interno della sua opera, fu comprato dalla famiglia De Marini, di cui unica discendente è la contessa Vittoria De Marini. "Corri al palazzo degli Ambasciatori, in quella direzione", gli indico l’entrata di via Brenta.
Ma è in quest’ istante che io e Lollo ci blocchiamo, impietriti dall’urlo di una donna, proveniente dal balcone del terzo piano dell’edificio. "Aiuto!Aiuto! Mi ha rubato la ‘Rana’. Qualcuno lo fermi, vi prego!". "Ascoltami – prendo per la giacca Lollo – tu aspetta qui, all’ingresso. Non dobbiamo farcelo scappare". E inizio a correre. Lo lascio lì, in preda al terrore, ed i suoi occhi mi seguono perplessi. Bisogna bloccargli tutte le uscite. L’ho visto correre sull’arco che collega le terrazze dei palazzi degli Ambasciatori. Avrà pensato, vedendoci, che fossimo ad aspettarlo lì al portone di via Brenta e che non sapessimo che poteva fuggire anche da via Dora.
Nell’atrio illuminato di un color ambra, eccolo lì, furtivo, con la presa forte sul bottino. È una cassetta di metallo quella che stringe nella mano destra: non immagina di trovarmi appostato. Ad aspettarlo, nascosto dietro il muro. È esile, ma con le spalle forti che sembrano uscirgli dal vestito nero. Mi passa accanto, tranquillo. Con un passo forte e ritmato.
"Posa la cassetta per terra e metti le mani sulla nuca", gli intimo, spuntandogli da dietro con la mia Beretta. Lui esegue con un sorriso amaro, stampato sul volto. "Questa volta ho vinto io!" gli urlo in faccia soddisfatto e pieno di rabbia. "È finita…È finita", continuo a dire.
