Per i Serbi il calcio è soprattutto una questione identitaria
14 Ottobre 2010
Dopo la canea del Marassi è scoppiata la solita bolla cospirazionista nel web: l’hooligan serbo supertatuato, ribattezzato subito "l’uomo nero", da essere una montagna di lardo scoperta dalla polizia nel portabagagli di un pullman mentre cercava di fuggire, si è trasformato nel tribuno delle plebi calcistiche in rivolta, nel "capataz fidanza" del neofascismo serbo, in un mafioso di Belgrado infiltrato a Genova per mettere a segno un colpo di stato in patria – una versione accreditata da autorevoli fonti politiche dello stesso governo serbo.
Nei prossimi giorni si deciderà il destino dell’ingresso di Belgrado nella Ue, mentre il segretario di stato americano Clinton viene accolta tra ali di folla nel Kosovo indipendente; questi avvenimenti avrebbero spinto i movimenti ultranazionalisti serbi a incendiare il recente Gay Pride belgradese e poi ad esportare in Italia il risentimento anti-europeo e anti-americano (l’Italia che bombardò la Serbia, leale alla Nato ma sorda ai richiami dell’Onu). Addirittura la celebre rivista d’intelligence Stratfor ha paventato la lunga mano di Mosca, stato-guida dell’Ortodossia, nel caotico sommarsi di teppaglia e rigurgiti omofobici: uno squadrismo organizzato con il beneplacito dei partiti nazionalisti serbi all’opposizione – ostili a Bruxelles e al grande capitale internazionale.
Tutto questo marasma ha senza dubbio un fondo di verità, il calcio quando serve viene sempre sfruttato come una protesi della lotta politica, ma il ciccione che l’altra sera ha tagliato con le cesoie la rete metallica del Marassi è solo una patetica controfigura del Comandante Arkan, l’assassino di kosovari reclutato "in curva" da Milosevic. Per una volta bisognerebbe separare il pallone dalla politica (e dalla geopolitica), e riconsegnarlo alla dimensione che più gli è cara, che non è tanto ideologica ma simbolica e identitaria.
Per spiegarci meglio torniamo alla partita, sospesa, dell’altra sera. A un certo punto il telecronista vede il "tifoso" incappucciato che mostra alle telecamere tre dita della mano e commenta: "ecco, vogliono farci una tripletta". Alla RAI i telecronisti non sono più i Sandro Ciotti di una volta, e si vede: in realtà quelle tre dita alzate sono si un segno di vittoria ma rappresentano innanzitutto il simbolo del suprematismo serbo – dio, patria e sovrano -, qualcosa di più antico di un paio di calzoncini corti e una pur nobile partitella di calcio.
Un simbolo che appartiene a un passato mitico, una Serbia amata e perduta, isolata e fiera di esserlo, tanto romantica da aver prodotto quei "cetnici" che durante la Seconda Guerra mondiale combatterono con i nazisti, e che durante le guerre balcaniche sposarono il nazionalismo di Milosevic prima di abbandonarlo al suo destino. Più che alle cospirazioni e ai colpi di stato sarebbe meglio pensare alla Storia e all’identità di questi "huligani", e alla loro concezione di Patria, per spiegarsi la motivazione dei loro gesti.
Durante la partita abbiamo visto le bandiere albanesi che bruciavano. A Belgrado non sono in pochi a temere le manovre di Tirana in Kosovo, nell’ottica di una "Grande Albania". Così i giornali italiani hanno giustamente rievocato la storia della battaglia di Kosovo Polje, combattuta nel medioevo, quando i serbi del principe Lazar fermarono l’avanzata degli invasori ottomani nella Piana dei merli (gli albanesi oggi sono in prevalenza turchi). Una sconfitta che nella mentalità popolare è stata elevata a vittorioso sacrificio su cui costruire – ma siamo già nei libri di scuola ottocenteschi – l’idea di una "Grande Serbia".
Se l’uomo nero è un patriota probabilmente ha qualche infarinatura di storia e questo spiega perchè godeva nel vedere le bandiere albanesi bruciare e alzava al cielo le tre dita aperte. Ma attenzione, perchè parlando di identità si finisce spesso per avere delle grosse sorprese.
L’identità di ogni popolo si forma attorno a una simbologia che, dovendo recuperare ed istituzionalizzare il passato, si nutre di miti fondativi artatamente indirizzati alle esigenze di questa o quella classe dirigente. Nel caso serbo, la battaglia di Kosovo Polje è stata recentemente usata dai nazionalisti, e dai loro "soldati" negli stadi, per legittimare la pulizia etnica nel Kosovo musulmano (anche gli albanesi sono in prevalenza islamici). E’ questo tipo di retorica che ieri l’altro ha riempito di rabbia i giovani ultras cresciuti nel dopoguerra balcanico ed ora esposti alla disoccupazione e alla crisi economica. Da quei ricordi scolastici nasce la loro reazione identitaria, come se si sentissero ancora gli epigoni dell’armata di Lazar.
Il problema è che alcuni storici la battaglia della "Piana dei merli" la raccontano diversamente. A combattere con il serbo Lazar ci furono anche molti abitanti di quello che oggi è lo stato del Kosovo, e gli allora cristiani albanesi e dei Balcani. Come dire, l’identità storica di un popolo è un attimo più complicata delle tre dita alzate o di un "dalli all’albanese". Purtroppo i fascismi e i totalitarismi europei del secolo scorso si basavano proprio su queste brutali semplificazioni e il risultato si vede ancora oggi sui loro seguaci allo stadio, che ignorano la complessità della loro storia e usano la propria identità come una clava.
