Muccino a quarant’anni ritorna sui suoi passi ma anche sui suoi eccessi

Banner Occidentale
Dona oggi

Fai una donazione!

Gli articoli dell’Occidentale sono liberi perché vogliamo che li leggano tante persone. Ma scriverli, verificarli e pubblicarli ha un costo. Se hai a cuore un’informazione approfondita e accurata puoi darci una mano facendo una libera donazione da sostenitore online. Più saranno le donazioni verso l’Occidentale, più reportage e commenti potremo pubblicare.

Muccino a quarant’anni ritorna sui suoi passi ma anche sui suoi eccessi

07 Febbraio 2010

Si assiste a Baciami ancora con una certa trepidazione e con molte aspettative. È pur logico, allora, formulare una serie di domande prima della visione di questo blockbuster all’italiana: sarà in grado Muccino di non far rimpiangere il capostipite? Il soggiorno americano avrà raffreddato i suoi furori di sano raccontatore di storie? Come saranno i quarantenni di oggi?

Peccato che di fronte ai 150 minuti di pellicola molte di queste domande non riescono a trovare una convincente risposta e, insidioso, serpeggia il dubbio che questo film, più che sentito, sembri solo un mero atto di marketing, nemmeno tanto bene riuscito.

Carlo e Giulia sono una ex coppia in attesa del divorzio: lui salta da un letto all’altro e lei pare abbia trovato una certa stabilità con un attore. Attorno a loro si muove la girandola di anime formata dai loro amici “storici”: Paolo soffre di crisi depressive e ha una relazione con Livia, ex moglie di Adriano che ritorna a Roma dopo due anni di galera in Sud America per una partita di cocaina; Marco e Veronica sono ai ferri corti perché non possono avere figli; Alberto, il “nerd” del gruppo, lavora in un supermercato e sogna di ripartire per un viaggio lontano e fuori dagli schemi.

Approfondire la trama sarebbe la cosa più sadica che il buon critico potrebbe fare e, inoltre, toglierebbe allo spettatore il desiderio di sorbirsi due ore e passa di convulsioni e di angoscia. Perché, sia ben chiaro, Muccino il fatto suo lo sa bene e le cause le sa perorare più del miglior avvocato in circolazione. Ora rimane da considerare se questo minestrone interminabile sia o no valido di una visione o, per l’amore dei vecchi “cineforumisti”, di dibattito. La risposta è ambigua quanto il film stesso: Ni.

I fasti americani hanno senza dubbio conferito al regista quella maturità e, soprattutto, quella sfacciataggine melò che molto spesso manca nelle pellicole di casa nostra. Ma se il soffio e la giustificazione trovavano un’esaltante e congrua manifestazione d’essere nei due precedenti lavori a stelle e strisce, stavolta l’impianto scricchiola e la verosimiglianza pare spesso dileguarsi in scene clou e in dialoghi in bilico tra il patetico e il ridicolo involontario.

Se in Ricordati di me (forse il suo lavoro più bello, crudele e compatto) Gabriele Muccino era riuscito a dare corpo e vigore al senso di insoddisfazione della vita di tutti i giorni, in Baciami ancora si compiace di rimescolare situazioni trite e ritrite senza donargli grazia o autonomia.

Eccessive scene madri, urla, strepiti, anime convulse che vomitano addosso il loro malessere e che tentano di trovare una soluzione ai loro problemi, vengono splamati da Muccino con superba eleganza nel formato e con la giusta dose di angoscia ( musiche e fotografia sono perfette nel sottolineare l’atmosfera di tragedia perennemente dietro l’angolo) ma senza il nerbo necessario. Pur realistici e veritieri, i problemi di questo gruppo di “amici” in un interno (borghesissimo e romanocentrico) appaiono come cristallizzati in una serie di teche senza anima, belle da vedere ma senza sussulti. Eppure la materia e il ventaglio tematico era abbastanza largo e variegato: corna, maternità, depressione, vecchiaia, c’è tutto ma allo stesso tempo la lama del coltello/cinepresa non si spinge al di là del semplice graffietto e così, anche, il bel poker di attori non sembra rispondere adeguatamente: Favino è bravo ma in continuo overacting, Accorsi spaesato, Puccini diligente, Pasotti e Cocci volenterosi. Gli unici una spanna sopra sembrano solo Claudio Santamaria e Sabrina Impacciatore, alle prese poi con due ruoli estremamente complessi.

Insomma lo spettacolo mucciniano c’è tutto, ma stavolta si dimentica facilmente e senza troppi problemi, come l’orecchiabile e martellante canzone leitmotiv di Jovanotti.