L’Italia ha il dovere di dire a Obama che la sua politica mediterranea è sbagliata

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L’Italia ha il dovere di dire a Obama che la sua politica mediterranea è sbagliata

06 Giugno 2011

Dopo la vittoria di De Magistris e di Pisapia, entrambi non provenienti dal Pd, si discute degli errori della destra. Inutile negare il peso della campagna condotta per due anni da Repubblica e Corriere contro Berlusconi e, soprattutto, della guerra di Libia, uno stato sovrano con cui l’Italia aveva un trattato, ratificato dal Parlamento, stracciato dopo una telefonata del premio Nobel per la pace Barack Obama. L’Italia si è allineata ed è andata con la Nato a bombardare la Libia, un paese amico alla cui storia siamo legati e con cui da 40 anni abbiamo sempre avuto buoni rapporti, che non aveva attaccato alcun vicino, né nazioni della Nato, né gli Stati Uniti. La Libia, non le feste di Berlusconi, ha giocato sull’astensione dell’elettorato della destra e della Lega, elettorati esigenti. Se avessi dovuto votare a Milano, avrei avuto difficoltà ad andare a votare Pdl, e non perché la Moratti sia diventata antipatica all’improvviso. Non m’interessa affatto cosa fanno i politici a letto, né mi va che un magistrato possa intercettare i miei amici per sapere cosa facciamo quando ci vediamo e vorrei essere rassicurata dal Presidente della Repubblica di vivere in Italia e non nell’ex-Ddr. M’interessa invece la politica estera del mio paese e per questo non sarei andata a votare a Milano. Per questo, nella riflessione in corso nel Pdl, la priorità deve essere data alla politica estera.

La Libia in primo luogo, e non soltanto perché le nostre imprese perderanno contratti e nuove ondate di migranti sbarcheranno a Lampedusa. Siamo di fronte al possibile sfaldamento della politica americana in Medioriente, che include – è inutile negarlo – il futuro di Israele. Da riviste e giornali inglesi e americani emerge che Obama non controlla le rivolte arabe. Secondo Foreign Policy, un sondaggio accurato mostra che oggi Obama non potrebbe tornare al Cairo a fare il discorso di due anni fa, perché l’antiamericanismo è aumentato, né, aggiungiamo, sarebbe accolto a braccia aperte a Gerusalemme, dopo la riapertura del valico di Rafah con Gaza che pone qualche ansia a Israele. Anche se Israele è riuscita ad allacciare rapporti con alcuni paesi arabi vicini ed è in grado di stabilire altre alleanze – Israele ha cambiato alleati nella sua storia – Obama ha incrinato l’amicizia col più fedele alleato in Medioriente. Soprattutto ha dimostrato di essere pronto a scaricare i propri alleati per fare business con la retorica dei diritti umani. In questo contesto, bisognerebbe cominciare a interrogarsi se la Nato, dopo la fine della guerra fredda, abbia ancora un senso o non sia diventata un’alleanza che ci vincola in tutte le avventure della Casa Bianca.

Proclamando enfaticamente la fine dello status quo nei paesi arabi per fare business, Obama ha preso realisticamente conto che né le vecchie potenze coloniali come Inghilterra e Francia, né gli Stati Uniti, possono più colmare il vuoto dell’ex-impero ottomano e si è messo a fare il papa dalla Cnn, scomunicando questo o quel leader per ingraziarsi i nuovi dirigenti e fare affari con loro, nella speranza di arginare la crisi americana. Fin dall’Egitto, Obama ha tentato di cavalcare il legittimo desiderio di autodeterminazione dei popoli arabi, ma non è detto che gli arabi preferiranno fare affari con gli States o con un’Europa allineata agli Stati Uniti e non  invece con i paesi del Bric, ai quali possono sentirsi più vicini ideologicamente perché non alleati dell’America.

Per questo, un’Europa a rimorchio di un impero in declino avrebbe dovuto riflettere prima di mettersi a bombardare la Libia, dove era in corso una delle tradizionali rivolte tribali della Cirenaica e,come ha dichiarato l’Onu, crimini sono stati commessi da entrambe le parte. Gian Enrico Rusconi ha parlato sulla Stampa di un’America al tramonto e di un’Europa irrigidita, burocratica, sentita come un peso dagli europei, dove ogni paese va per conto suo, un’Europa diventata il partner accondiscendente di un impero in crisi, quando sono in gioco questioni internazionali per le quali è necessario anche l’uso della forza. Oggi gli europei stanno rischiando di perdere il Mediterraneo, l’unica zona d’influenza rimasta all’Europa, una zona che perderà se si allineerà agli americani in un area, quella araba, sempre più antiamericana anche dopo le rivolte, come scrive Foreign Policy. Quanto agli  imprenditori che Obama ha detto col solito tono da Messia di voler aiutare ( ed è venuto a battere cassa al G8 in Francia, perché gli States sono al verde), l’Egitto ha già una serie di imprenditori, come il miliardario Naguib Sawiris, con le proprie rete di interlocutori: non ha bisogno di farsi dare lezioni da un Occidente in declino e potrebbe preferire la Cina, presente nei paesi arabi e in Africa. La rivolta egiziana è nata da motivi inerenti alla successione di Mubarak e anche se qualche agente del MI6, della Cia e qualche orientalista francese hanno avuto  contatti con piazza Tahrir, la “rivolta” è made in Egypt.

Obama è un concentrato di Jimmy Carter e John Fitzgerald Kennedy: Carter perse l’Iran chiedendo allo Scià di andarsene, Kennedy ordinò la Baia dei Porci e iniziò la guerra del Vietnam, la prima grande sconfitta americana, da cui gli States uscirono senza più riserve auree. Gli oppositori iraniani di Ahmadinejad vorrebbero cambiare governo, ma, come dicono, non vogliono americani d’intorno.

Tutte le monarchie arabe si sono alleate contro le rivolte, con in testa l’Arabia Saudita, compreso il Bahrain, base della Quinta Flotta, sulle cui repressioni  Obama e la Clinton hanno sempre chiuso gli occhi. Quando Obama il 25 maggio ha chiesto al presidente dello Yemen di andarsene, lui si è limitato a rispondere “non prendo ordini da stranieri”. Ora il presidente dello Yemen è dato per morto, in Yemen si spara e il NYT affaccia l’ipotesi di una presenza di al Qaeda tra i ribelli. Il fantasma di Osama bin Laden alleggia sull’Arabia Saudita. Come è noto, quando Saddam Hussein invase il Kuwait, Osama chiese alla famiglia reale saudita il permesso di liberare il Kuwait col suo piccolo esercito e di non permettere agli occidentali di mettere piede sul suolo arabo. Osama non perdonò mai ai reali sauditi di avere permesso l’ingresso di eserciti stranieri, fu la rottura da cui nacque il 9/11, la decisione di combattere gli americani come aveva fatto con i sovietici.

La strategia di al Qaeda, che non è un’organizzazione gerarchica come le BR, ma il simbolo di qualcosa di diverso, è cambiata negli ultimi mesi: è diventata forza insorgente: la base navale di Karachi è stata tenuta in scacco per molte ore da due talibans ( in arabo, “studenti”), uccidendo e danneggiando materiale bellico: la base di Karachi è importante anche per gli apparati nucleari. La facilità con cui sono penetrati nella base ha stupito e il giornalista Saleem  Shahzad, ucciso alla fine di maggio, aveva rivelato su Asiaonline la presenza di un nucleo di al Qaeda nella Marina pachistana e forse anche nell’apparato nucleare pachistano. Shahzad, come ha detto la Bbc, amava giocare col fuoco: s’infiltrava tra i talibans e poi rivelava i loro piani su Asiaonline. Non c’è da stupirsi che nell’esercito pachistano vi siano simpatie per i talibans, o anche qualcosa di più di simpatie, come nelle stesse “rivolte di primavera”: gli americani si comportano col Pakistan, come si comportavano nell’Egitto di Mubarak e in altri paesi arabi con leader filoamericani, violando continuamente la sua sovranità e non sono amati.

Dopo Karachi, i talibans hanno attaccato due basi  Nato ( una tedesca e una italiana) e una americana a Jalalabad, a nord di Kabul. Il 1° giugno circa duecento talibans hanno assediato una postazione di sicurezza dell’esercito pachistano a Shaltau, nel Pakistan nord occidentale, uccidendo parecchi soldati. Al Qaeda non è più sinonimo di uomini che si fanno esplodere per colpire un obiettivo, anche se continuano a usare questa tattica per uccisioni mirate, come per il generale Mohammad Daud Daud, comandante della polizia del nord Afghanistan. Ora, però, stanno adottando la strategia dei mujaheddin contro i sovietici, durante l’occupazione dell’Afghanistan nel 1979-1989: la guerriglia. I mujaheddin, tra i quali si distinse Osama bin Laden col suo piccolo ed efficiente esercito, combattevano il governo filosovietico afghano e i sovietici, che si dettero da fare per costruire scuole, strade, ospedali, scavare pozzi d’acqua, laicizzare il paese. L’Afghanistan fu però la tomba dell’impero sovietico. Gli americani e la Nato, andati in Afghanistan dopo il 9/11 per trovare Osama, hanno fatto come i sovietici. Hanno tentato di conquistare il “cuore”, come si dice col gergo della propaganda di guerra, con strade, ospedali, scuole, opere di modernizzazione, di creare un nuovo stato, con un governo amico e di costruire una polizia e un esercito afghano. Ma le rivolte di piazza dei civili contro gli americani e la Nato sono continue: gli afghani protestano contro i droni che bombardano civili: Obama ha drammaticamente aumentato l’impiego di droni. Con i bombardamenti e le deportazioni forzate della popolazione nelle zone ritenute basi taliban, gli americani hanno soltanto contribuito ad accrescere le file degli uomini del mullah Omar, che adesso stanno scatenando la guerriglia. Karzai fatica a contenere le proteste degli afghani contro la gente uccisa dai bombardamenti ed è giunto al punto di parlare di occupazione straniera dell’Afghanistan. Forse Karzai non vuole fare la fine di Mohammad Najibullah, il capo di governo lasciato dai sovietici dopo il ritiro e finito morto con i genitali in bocca, dopo l’ingresso a Kabul dei talibans.

Pakistan si è nel frattempo riavvicinato alla Cina, con cui ha rapporti storici per la comune rivalità con l’India e ha affidato ai cinesi la costruzione della base navale di Gwadar sul Golfo Persico, di grande importanza strategica. Che la Cina stia per diventare una potenza militare se n’è accorto anche Bill Emmott, editorialista della Stampa, dopo aver lasciato la parrocchietta dell’Economist. Il 28 febbraio, con patriottismo tutto british ha salutato come una nuova alba le rivolte arabe e la risoluzione Onu contro la Libia. Ha descritto l’Egitto e la Tunisia ormai completamente occidentalizzate dalle tv satellitari e internet: evidentemente non sa quanto poco gli arabi, benché capaci di usare la tecnologia – anche fin troppo, come mostra il 9/11 ideato dall’ingegnere bin Laden – apprezzino i costumi occidentali, in particolare quelli sessuali. Se George W. Bush fu considerato  matto quando lanciò la campagna per far tornare di moda la verginità tra le teen-ager americane, la Cnn informa ora preoccupata che le ragazze di piazza Tahrir furono sottoposte a visita ginecologica dal regime che ha sostituito Mubarak. Il funzionario della rivoluzione egiziana spiega alla Cnn che la misura fu presa per evitare che le ragazze accusassero i militari di averle violentate. Per noi occidentali a cui il ’68 ha portato la libertà sessuale in tutte le forme, significa che la violenza sessuale è considerata più grave per una vergine e ci pare brutale, per un egiziano significa, come per Bush, che la virginità ha valore e il sesso è legato al matrimonio. Possono sembrare stili di vita modificabili con la tv satellitare e internet se non ci fosse una civiltà secolare, per la quali gli arabi, quando possono permetterselo, apprezzano la poligamia, mentre noi preferiamo la poligamia monogamica di matrimoni e divorzi, con drammi, avvocati, divisioni patrimoniali e relativi problemi per i figli. Il fatto che gli arabi protestino contro i loro leader filoccidentali e vogliano regimi più rappresentativi delle loro identità, non significa affatto che vogliano diventare come noi. La Cina mostra come la modernità e il capitalismo non siano necessariamente legati al desiderio di un’identità occidentale. Il potere, come ha capito di recente anche Bill Emmott, è pluridimensionale e  dovremmo  accettare che ogni cultura abbia valori diversi, così come confini certi: una filosofia che gli Stati Uniti non riescono purtroppo ad accettare e desiderano omologare tutto il mondo all’America.

L’Europa non dovrebbe seguire Obama in Libia senza fiatare, perché il presidente  sta giocando un poker in Medioriente e in Nord Africa di cui non è affatto scontato l’esito e potrebbe addirittura  portare nell’orbita del Bric questa importantissima parte del globo, lasciando il famoso effetto domino nelle fantasie americane, come è accaduto in Afghanistan e in Iraq. Essere alleati significa avere la responsabilità di dire agli americani che stanno sbagliando e la destra deve cominciare a farlo, perché la sinistra, tradizionalmente e scioccamente antiamericana perché anticapitalista, ora va dietro al Messia Obama solo perché sogna una piazza Tahrir a Roma in cui decapitare la feroce dittatura italiana, dove ha appena vinto le elezioni a Milano e Napoli.

L’Italia deve far capire agli americani la trappola in cui si sono cacciati in Afganistan inseguendo bin Laden, il cui obiettivo era proprio attirarli in Afganistan e logorarli esattamente come fece con i sovietici. Come è noto, da tempo il Pentagono mugugna contro Obama, che aveva promesso di chiudere il conflitto. I generali americani usano una rivista come Rolling Stone per dire che sono stanchi di mandare a morire soldati per l’ambizione dei politici di Washington, per i quali contano solo le elezioni e i sondaggi. Ci sono anche i nostri soldati in Afghanistan, così come sono in Libano e come sono a bombardare Tripoli: la destra mugugna, è frustrata, vorrebbe fare sentire la voce dell’Italia. L’elettorato di destra non è facile, non perdona quando la posta in gioco è alta e si fa sentire. Può non andare a votare e anche perdere le elezioni, quando è in gioco il futuro dell’Italia e dell’Europa. Gli americani si lamentavano durante l’amministrazione Bush di essere odiati: per questo l’establishment ha scelto il nero Obama e ne ha fatto l’icona di un’America “buona”, che usa l’imperialismo dei diritti umani per fare business. Il 9/11 ha terrorizzato gli americani, ma per gli arabi ha rappresentato una svolta inimmaginabile. Dopo il 9/11 si diceva che niente sarebbe stato come prima. Appunto, niente è più come prima per gli arabi e le rivolte nascono anche dalla nuova percezione di se stessi, dall’orgoglio segreto di essere riusciti a colpire il cuore dell’America, trascinarla in Afghanistan e umiliarla. In Europa ogni paese ormai va per conto suo, preso dalle scadenze elettorali e dai problemi di casa. Berlusconi è rimasto incastrato dai problemi con la magistratura e da campagne calunniose e mai come ora l’Italia ha bisogno di un leader che faccia sentire la voce dell’Italia in campo internazionale. Come al solito la sinistra fa festa, inneggia alle “città liberate”, chiusa nei suoi miti, senza capire che il passato non torna mai e sogna il futuro trotzkista di Obama, che considera la democrazia una rivoluzione permanente globale. Non siamo negli anni Venti, né nel ’45, né nel 1989 e neppure nel ’94, né nel ’96. Siamo nel XXI secolo, non siamo più protetti dalla guerra fredda, siamo di fronte alla crisi dell’impero americano e allo sfaldamento della sua politica mediorientale e avremo bisogno di tutto il realismo politico di cui in Italia, purtroppo,  soltanto la destra è capace.