Tranquilli che in Europa non è tornato “Herr Hitler”

Banner Occidentale
Dona oggi

Fai una donazione!

Gli articoli dell’Occidentale sono liberi perché vogliamo che li leggano tante persone. Ma scriverli, verificarli e pubblicarli ha un costo. Se hai a cuore un’informazione approfondita e accurata puoi darci una mano facendo una libera donazione da sostenitore online. Più saranno le donazioni verso l’Occidentale, più reportage e commenti potremo pubblicare.

Tranquilli che in Europa non è tornato “Herr Hitler”

29 Aprile 2011

Dal 2008, un po’ come negli anni Trenta, l’Europa è stata investita da una profonda crisi economica che stavolta ha finito per mettere in discussione l’esistenza stessa dell’Unione. Come allora, i sistemi democratici occidentali sono attraversati da pulsioni anti-politiche che si rivolgono sia contro l’euro-casta al potere a Bruxelles, sentita (giustamente) come un’entità lontana e opprimente, sia contro i partiti tradizionali delle varie nazioni europee, liberal-conservatori e social-democratici. La sottovalutazione di una serie di temi (percepiti come prioritari dalle classi popolari, dall’immigrazione alla sicurezza) da parte dell’establishment politico, delle elites accademiche, intellettuali e mediatiche, ha favorito l’ascesa di “uomini nuovi”  capaci di parlare al popolo nella sua lingua, orientandolo ideologicamente e manovrandolo attraverso una sapiente quanto semplificata retorica.

Il multiculturalismo è tramontato nell’indifferenza delle classi dirigenti europee, incapaci di riformarlo e di ottenere una vera integrazione tra fedi e culture diverse, un fallimento sancito senza versare una lacrima dal cancelliere tedesco Angela Merkel, dal premier conservatore inglese David Cameron, dal presidente francese Nicolas Sarkozy. La globalizzazione capitalista, con i suoi fenomeni speculativi, di cui a pagare i danni sono sempre stati i più poveri e i non garantiti, non è stata mitigata, favorendo l’avanzata delle "estreme" che oggi si ergono a paladine del vecchio welfare "rubato" ai nativi dagli immigrati. Gli elementi distorsivi del libero mercato che hanno portato al crack del 2008 non sono stati sanati e l’Occidente resta esposto a nuove temibili crisi di rigetto del capitalismo, con la differenza che stavolta potrebbe non esserci la BCE a garantire il salvataggio delle economie in fallimento. La guerriglia scoppiata ad Atene quando Bruxelles ha imposto una cura da cavallo alla Grecia per evitare il default è una conseguenza diretta dei tagli e del rigore che viene richiesto ai popoli europei, mentre a livello centrale si chiudono gli occhi sul problema delle grandi speculazioni finanziare capaci di gettare sul lastrico intere economie.

L’islamofobia, infine, non stata un’invenzione degli xenofobi ma un problema generato dal rifiuto dei valori occidentali da parte dei nuovi arrivati, che ha impedito l’integrazione e favorito la nascita di enclave separate dal tessuto urbano, come avviene nelle grandi città del Nord Europa. Sarebbe stupido, in nome di un malinteso ideale laico (laicista), prendersela con milioni di persone di fede musulmana che vivono pregano e lavorano in pace, cercando di entrare nel nostro sistema e di accettarne le regole. Ma dopo gli attentati islamisti di Londra e Madrid non tutte le forze politiche, in particolare a sinistra, hanno saputo riconoscere il pericolo, né hanno posto al vertice dell’agenda la questione della sicurezza, intesa come difesa della democrazia liberale dai suoi nemici. Chi l’ha fatto, invece, spesso ha confuso i sintomi con i rimedi, esagerando nei modi e nei toni la risposta, e mettendo a repentaglio la privacy e le libertà individuali in cambio di una pericolosa "società del controllo".

Come negli anni Trenta, la crisi economica, l’identificazione di una minoranza sociale come unica portatrice di tutti i mali, l’ascesa di leader populisti più amici di se stessi che del proprio popolo, sembra spianare la strada a nuove "dittature democratiche" che sfruttano i meccanismi liberali per imporsi politicamente (elezioni, parlamentarismo, presidenzialismo, eccetera). Una risorgenza su vasta scala del terrorismo islamico in Europa, così come una seconda grave crisi economica, potrebbero generare una escalation di violenza, razzismo e ribellismo sociale in grado di riesumare icone e organizzazioni politiche sconfitte dalla storia ma sempre pronte a tornare sulla scena "in guisa di farsa". Il tracollo dell’Unione europea non farebbe altro che accelerare questo decorso.

In realtà quelli che stiamo evocando sono scenari verosimili ma eccessivamente pessimistici. Le odierne democrazie europee non sono paragonabili alla Repubblica di Weimar. Il moderno liberalismo, pur con tutte le sue debolezze e contraddizioni, possiede una serie di anticorpi in grado di rigettare vecchi mali cronici della storia del nostro continente. Negli anni Venti l’Europa usciva da un conflitto che aveva fatto dieci milioni di morti. La miseria, il revancismo, la violenza organizzata dalle milizie paramilitari che si fecero sponsor dei nuovi tiranni, rendono la “Guardia Magiara” ungherese di oggi, piuttosto che le “Camicie Verdi” della Lega Nord, dei gruppi tutto sommato folcloristici ed apparentemente innocui. C’è anche un altro fattore che non va sottovalutato. Per decenni l’estrema destra europea ha scontato l’opposizione di un “fronte repubblicano” (composto dai partiti tradizionali, liberali e socialisti) che faceva da argine ogni volta in cui le estreme minacciavano la democrazia attraverso il voto. Paradigmatico il caso francese, quando Chirac fu eletto con una percentuale bulgara per sconfiggere il “Napoleone” del Fronte Nazionale, Jean Marie Le Pen. Così l’estrema destra francese è rimasta per molto tempo relegata nell’angolo dell’agone politico. Aveva i numeri ma non la legittimazione democratica per farsi valere.

Da quando alla guida partito è arrivata Marine, la figlia del patriarca, anche la "pericolosità" del Fronte si è progressivamente attutita. Nonostante abbia affermato che gli islamici oranti nelle piazze della Repubblica rappresentino una forma di occupazione simile a quella del nazismo, Marine Le Pen è riuscita a imporsi con una strategia più soft, in cui, attorno al core-bussiness del contrasto all’immigrazione, si sviluppano altre battaglie chiave come quella per il welfare ai francesi e un ritorno al protezionismo economico. Se da una parte questa impostazione ha costretto il presidente Sarkozy a rincorrere il Fronte sul tema dell’immigrazione (le recenti polemiche sul Trattato di Schengen con l’Italia), dall’altra ha rimesso in discussione l’utilità del “fronte repubblicano” considerando che, in un contesto in cui le differenze tra l’UMP e il Fronte tendono a scolorire, e nel più completo immobilismo delle sinistre, il “neofascismo” appare come uno spauracchio, un modo per rileggere la storia con gli occhiali di una volta ma senza confrontarsi con il composito mondo delle nuove destre di oggi.

Un altro caso di scuola, da questo punto di vista, è proprio l’Italia. La Lega Nord delle origini era un movimento percorso da spinte secessioniste e sovversive, capace di raccogliere consenso e personale politico sia dall’estrema destra che dalla sinistra, cioè da tutti i delusi e i convertiti della politica italiana degli anni settanta. Ancora oggi, la Lega conserva alcuni tratti di quell’estremismo politico, ben visibili nella mole di Mario Borghezio, l’europarlamentare inventore dei “Volontari Verdi”. Borghezio, che ha dichiarato di aver militato nel movimento “Giovane Europa” fondato da Jean Thiriart (riconducibile all’ideologia della “terza posizione” e al nazionalismo rivoluzionario degli “strasseriani”), è stato rieletto alle Europee del 2009 con circa 50.000 preferenze. Ma riflettendoci su, questo leghista hard è stato confinato a Bruxelles per una sorta di contrappasso, mentre in Italia la Lega Nord diventava una forza sempre più "responsabile" e "di governo", assumendo anch’essa, come il Fronte Nazionale francese, dei tratti meno esasperati, parole d’ordine e classi dirigenti più presentabili (si pensi a Luca Zaia, l’attuale governatore della Regione Veneto). Di questo processo di sdoganamento della Lega va dato atto al premier Silvio Berlusconi, che ha permesso di seguire un percorso del genere anche alla destra e all’estrema destra italiana (da Fini a Storace), riammesse nel gioco democratico e contente di parteciparvi dopo gli anni bui del dissenso e dell’ostracismo della Prima Repubblica.

Se il trend dovesse essere quello che abbiamo descritto, se cioè i partiti liberali e conservatori in Europa riuscissero ad assorbire le spinte delle estreme, delle formazioni ultranazionaliste e cristianiste, senza restarne vittima ma anzi sfruttando alcune di queste parole d’ordine in maniera più "morbida" e compatibile con la democrazia, le cose continueranno ad andare come sono sempre andate: una Unione fatta di stati che procedono in ordine sparso ma si compattano davanti all’urto della crisi economica; una generale mancanza di scopi ideali ed un relativismo che impediscono di fare i conti con i valori e le origini della nostra civiltà; l’assimilazione, a metà fra l’impaurito e il coatto, delle comunità immigrate venute a vivere nel vecchio continente. Non è un bel vedere, bisogna ammetterlo. Sic stantibus, la distanza e l’indifferenza della gente verso il ceto politico e i partiti tradizionali rimarranno immutate, con l’effetto di spingere il centrodestra a dire qualcosa “più di destra” e il centrosinistra qualcosa “più di sinistra”,  un fenomeno di cui possiamo scorgere i segni nell’azione di governo dei più grandi Paesi europei. Le vecchie appartenenze ideologiche non sono andate in soffitta e la storia, a differenza di ciò che si pensava fino a pochi anni fa, non è finita. Certo, la tenuta e lo sviluppo della civiltà democratica e liberale in Occidente continua ad essere a rischio, com’è sempre stato, ma non così tanto da crollare come avvenne nella prima metà del XX secolo. (Seconda puntata. Fine)