Per ricucire con Bossi il Cav. punta sul Colle e su una missione libica a tempo
28 Aprile 2011
Una corsa contro il tempo. Silvio Berlusconi ha una manciata di giorni per sciogliere la matassa che la Lega ha aggrovigliato dentro la maggioranza. Martedì al massimo mercoledì, lo show down a Montecitorio col voto sulle mozioni già presentate da Idv, Pd e Terzo Polo. Le diplomazie sono al lavoro per ricomporre lo strappo col Carroccio e se anche quella di ieri è stata un’altra giornata ad alta tensione, il Cav. sa che può contare sul sostegno del Colle. Ed è su questo che giocherà la carta della mediazione col Senatur,
mettendo di fatto i leghisti di fronte a tre responsabilità, tutte ‘pesanti’: il voto dell’Aula che potrebbe decidere le sorti della legislatura, la credibilità dell’Italia nel contesto europeo e internazionale con una missione militare in corso, e quella nei confronti del Quirinale alla quale il Senatur ha sempre dimostrato di tenere. Il richiamo del presidente della Repubblica alla ‘coerenza’ e al senso di responsabilità ha più destinatari: la Lega ma anche i democrat e i centristi che due settimane fa hanno votato a favore della missione Nato in Libia autorizzata dall’Onu. Un richiamo insomma a non mischiare le questioni elettorali o quelle più direttamente legate al tentativo della spallata al governo con un tema così delicato dove in ballo c’è, in primis, l’immagine e il ruolo del nostro paese all’estero. Napolitano avrebbe in sostanza preso atto della situazione e della divaricazione all’interno del centrodestra ma al tempo stesso avrebbe incoraggiato il premier ad andare avanti sulla posizione assunta, in linea col mandato delle Nazioni Unite.
Anche perché, su questo lo stesso presidente della Repubblica si è speso molto, mettendoci la faccia, non più tardi di qualche settimana fa, parlando all’assemblea generale delle Nazioni Unite e ribadendo la necessità di un intervento della comunità internazionale per difendere il popolo libico dall’offensiva di Gheddafi. E’ su questo binario che per Napolitano l’Italia deve restare. Ed è su questo che ha chiesto al Cav. di impegnarsi affinchè dal voto in parlamento si esca con un consenso il più ampio possibile. Non è casuale, stando ad alcuni indiscrezioni che ieri circolavano a Montecitorio, che il capo dello Stato abbia ‘sondato’ Bossi, Bersani e Casini, rinnovando loro l’appello alla coerenza.
La ’chiave’ sta nel fatto che Pd e Udc nelle rispettive mozioni condividono sostanzialmente la possibilità di azioni militari in Libia e chiedono una verifica sui numeri della maggioranza in politica estera. In altre parole, l’orientamento è focalizzato sulla salvaguardia dell’interesse nazionale che come dice Casini “viene prima delle beghe politiche e delle campagne elettorali che Bossi vuole fare sostenendo le sue tesi”. Se questa è la convinzione di fondo, coerenza vorrebbe che convergessero sul documento della maggioranza o arrivassero a un testo condiviso, anziché strumentalizzare le divisioni nel centrodestra per buttare giù il Cav.
Opposta la posizione di Di Pietro, contrario all’intervento militare, che lancia un appello alla Lega affinchè sostenga il proprio documento senza ‘calarsi le braghe’ di fronte al Cav. come incalza il futurista Bocchino che spera nella volta buona per mandare a casa il governo (altro che schierarsi al fianco del popolo libico) ma dimentica ciò che lui stesso insieme a tutto il centrodestra votò in Aula sulla missione in Kosovo che di fatto ‘salvò’ l’allora governo D’Alema.
E la Lega? Molti esponenti pidiellini nei commenti in Transatlantico osservano come stavolta i colonnelli leghisti, più che il Senatur, si siano messi in un cul de sac, perché non si può piegare una questione così importante come quella della politica estera di un paese a interessi elettorali, nè per la stessa ragione minacciare di far saltare il banco oltretutto ben sapendo che la madre di tutte le riforme – il federalismo – Bossi la potrà portare in porto solo se resta al fianco di Berlusconi.
Il punto, è il ragionamento di fondo, è che i leghisti si sono spinti troppo avanti scegliendo una via oltranzista dalla quale ora sarà difficile retrocedere. Una via, oltretutto, che ha servito su un piatto d’argento alle opposizioni ciò che finora non era riuscito dopo ripetuti tentativi naufragati con le mozioni di sfiducia. Certo, non è solo il dossier Libia a far saltare i nervi al Carroccio; sul piatto c’è la questione Lactalis-Parmalat e Edison, lette dalle camicie verdi come una ‘sottomissione’ del governo italiano al diktat francese, ma anche l’irritazione di Tremonti autore di un decreto per tutelare l’italianità delle aziende e che la Lega condivide in pieno. Lo stesso ministro del Tesoro che il Senatur difende dagli attacchi de Il Giornale che lo accusa di ‘aizzare’ la Lega. Una mossa che non è piaciuta al Cav. il quale si è affrettato a smentire il quotidiano di famiglia e a rinnovare piena fiducia al Professore di Sondrio.
Insomma, la matassa è molto ingarbugliata, tanto che nei capannelli di deputati del centrodestra ieri prevaleva un certo pessimismo basato sull’idea che a questo punto della storia, la Lega potrebbe perfino spingersi a presentare una sua mozione in Aula provocando lo ‘tsunami’, o in alternativa, rinviare la ‘pratica’ a dopo le elezioni. Uno scenario apocalittico che ad oggi appare irrealistico dal momento che Bossi avrebbe ben poco da guadagnarci e molto da rimetterci, anche in termini di consenso. Il parallelo col ’94 infatti e quello con ciò che fece Rifondazione Comunista col governo Prodi sono passaggi che il Senatur non può certamente sottovalutare.
E allora come se ne esce? Intanto ieri sera, dopo due giorni di accuse e silenzi, Bossi e Berlusconi in un certo senso sono tornati a parlarsi, seppure a distanza e indirettamente. In un comizio a Domodossola il Senatur dice una cosa che ha il suo peso: “Io non voglio certo far saltare il governo” favorendo così l’ingresso della sinistra a Palazzo Chigi. E tuttavia torna a puntare il dito sulla ‘sudditanza’ del Cav. nei confronti di Sarkozy. In collegamento telefonico con un’iniziativa del Pdl a San Benedetto del Tronto, il premier rilancia che l’Italia non si è inginocchiata davanti alla Francia, anzi, semmai il contrario portando a testimonianza le 1800 aziende italiane che lavorano Oltralpe e sottolineando che “la bilancia commerciale è in attivo per noi”. Poi rassicura i suoi, ma il messaggio sembra rivolto anche all’Umberto quando conferma che “la maggioranza è solida e coesa” e che l’esecutivo porterà a termine la legislatura.
Quanto al come uscirne, il Cav. sta studiando la strategia. Diverse le opzioni in campo, a sentire i suoi fedelissimi. Si parla di una ‘contromossa’ per ricucire con Bossi, ovvero una mozione unitaria di maggioranza che sostanzialmente riprenda la posizione, nettissima di Napolitano: l’intervento in Libia ricalca in pieno la risoluzione dell’Onu. Ma si ventila anche l’ipotesi di un’azione diplomatica finalizzata a una soluzione politica del conflitto, basata sui rapporti tra Roma e Tripoli.
La priorità e l’obiettivo, tuttavia, stanno nella mozione unitaria del centrodestra con cui superare l’impasse. Il ‘grimaldello’ per far breccia nel ‘muro’ tirato su dalla Lega potrebbe essere un testo nel quale oltre a ricalcare la linea del Colle si faccia esplicito riferimento a un intervento militare a tempo. La stessa raccomandazione che il Cav. avrebbe rivolto a Obama nella telefonata di lunedì. Un ‘paletto’ che da un lato metterebbe al riparo l’Italia dai rischi di un conflitto che potrebbe anche non risolversi in tempi brevi (con l’incognita che nessuno ad oggi è in grado di eslcudere di un’eventuale ricorso alle truppe di terra), dall’altro rappresentare una valida garanzia per superare la riottosità dell’alleato.
Con Napolitano il Cav. ha parlato anche del ‘rimpastino’ di governo slittato alla prossima settimana a causa della grana scoppiata con la Lega. Si tratta di un ritocco relativo solo alle nomine dei sottosegretari, nove in tutto. Particolare citato nella nota del Quirinale annunciando che “il presidente del Consiglio ha preannunciato la prossima nomina di sottosegretari in sostituzione di quanti hanno lasciato la compagine governativa”. Il che lascia intuire l’intenzione del premier di lasciarsi ancora margini di manovra per il consolidamento della maggioranza rinviando la chiusura delle altre caselle: tre viceministri e un ministro.
La composizione del puzzle non è facile in questa fase perché specie nel gruppo dei Responsabili le ambizioni sono molte e come sempre accade, per accontentare alcuni il rischio è di scontentarne altri. Di qui le fibrillazioni dei giorni scorsi tra i Responsabili che ieri avrebbero trovato una ricomposizione nella riunione del gruppo guidato da Sardelli il quale ha visto il Cav. e “quali sono i numeri del governo”, come riferisce confermando che di fatto che la linea è quella dell’attesa pur nella consapevolezza che ormai il tempo delle decisioni è arrivato.
Il tempo delle scelte è arrivato anche per Bossi. E questa volta, senza ulteriori appelli.
