Pdl e Lega cercano la quadra ma resta il nodo sui costi della missione in Libia

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Pdl e Lega cercano la quadra ma resta il nodo sui costi della missione in Libia

03 Maggio 2011

I segnali di disgelo ci sono. Ma sarà il voto a Montecitorio a dire quanto e se la maggioranza si ricompatterà sul dossier Libia. L’obbiettivo è arrivare in Aula con una mozione unitaria che possa tenere insieme le richieste del Senatur e le esigenze del Cav., trovare una sintesi su un testo al quale i pontieri del centrodestra stanno lavorando e sul quale ieri nella riunione a Palazzo Chigi i vertici del partito hanno fatto il punto. Prove tecniche di convergenza ci sono anche tra Pd e Terzo polo per evitare che la maggioranza si ricompatti e che alla fine sia proprio l’opposizione a votare in ordine sparso evidenziando spaccature in politica estera.  

Berlusconi manda segnali distensivi all’alleato ed anche ieri ha confermato la sua idea: nessun problema, la quadra si troverà (“posizione ragionevole della Lega potremmo approvarla completamente o modificarla in parte). Da via Bellerio Bossi tiene a bada la componente oltranzista del suo partito, con Maroni in testa, più inclini a tenere una posizione intransigente sulla missione in Libia. Anche quelli lanciati dal Senatur si possono leggere come segnali di disponibilità a ragionare su un testo comune, ma sono sostanzialmente due i nodi da sciogliere rispetto ai quali la Lega non pare disposta a fare passi indietro.

Il primo riguarda l’indicazione netta dei tempi dell’operazione Nato. Nella mozione depositata ieri e ammessa al dibattito d’Aula dal presidente Fini insieme a quelle di Pd e Terzo Polo, si chiede un “termine temporale certo da comunicare al Parlamento, entro cui concludere le azioni mirate contro specifici obiettivi militari selezionati sul territorio libico” nel rispetto dell’articolo 11 della Costituzione e intesa esclusivamente come “strumento di difesa ad azioni ostili, reali, concrete ed attuali rivolte contro i nostri velivoli e contro la popolazione civile”. Difficile stabilire a priori una condizione del genere, sia perché i tempi di un intervento militare sono pressoché impossibili da definire a priori tenuto conto di tutte le variabili che in un contesto simile possono intervenire, sia perché questo sul piano delle relazioni con gli alleati, significherebbe stabilire fin d’ora un progressivo disimpegno del ruolo dell’Italia nella missione Nato autorizzata dall’Onu e dare un’immagine di debolezza di fronte alla comunità internazionale.

Un paletto da superare e sul quale il Pdl potrebbe ipotizzare un emendamento o proporre una modifica al testo prima del voto sottolineando che sì la missione in Libia avrà una scadenza temporale ma sarà legata alle condizioni di sicurezza per il popolo libico. Non a caso nella riunione di ieri presieduta da Gianni Letta coi vertici parlamentari di Senato e Camera e i ministri Frattini e La Russa è stato sottolineato che l’obiettivo prioritario delle Nazioni Unite sull’intervento della Nato è proprio la protezione dei civili e dunque non è possibile oggi indicare una data esatta entro la quale si possa escludere che Gheddafi non massacrerà più il suo popolo. Di qui l’idea modulare la richiesta della Lega in modo tale che il governo non abbia le mani legate: la chiave potrebbe essere chiarire in modo più esplicito che l’intervento in Libia proseguirà fino a quando i civili non saranno fuori dal pericolo. Se la Lega accetterà la modifica, il Pdl potrebbe votare la mozione dell’alleato. In alternativa, è l’ipotesi, potrebbe essere presentato un documento alternativo nel quale si riprende sostanzialmente la stessa formula sottoposta dal governo al Parlamento nel voto del 27 marzo, quando la missione in Libia ricevette il via libera di Camera e Senato. L’impegno, prevedeva di "adottare ogni iniziativa per assicurare la protezione delle popolazioni della regione", e "ogni iniziativa necessaria per assicurare che l’Italia partecipi attivamente con gli altri paesi disponibili, ovvero nell’ambito delle organizzazioni internazionali di cui il paese e’ parte, alla piena attuazione della risoluzione 1973 ai fini della protezione dei civili e delle aree popolate sotto pericolo di attacco”.

Il secondo nodo da sciogliere è quello più complesso. Nella mozione la Lega dice chiaramente che l’intervento dell’Italia in Libia non dovrà determinare “aumenti della pressione tributaria finalizzati al finanziamento della missione in oggetto, operando nell’ambito degli stanziamenti ordinari per la difesa”. Anche qui un paletto non facile da bypassare o preventivare con certezza matematica. Ed è su questo che le diplomazie leghiste e pidielline stanno cercando di fare sintesi. La consapevolezza di fondo è che il Carroccio non può permettersi di aprire una crisi di governo in una fase delicata come quella attuale solo per ragioni elettoralistiche  che – è il convincimento di fondo nei ranghi pidiellini – resta il motivo principale dello strappo di Bossi. Anche perché tirare troppo la corda porterebbe a una situazione che avrebbe ripercussioni molto negative per lo stesso partito del Senatur, pure in vista delle amministrative.

Immigrazione e federalismo sono i due cavalli di battaglia storici per la nomenclatura di via Bellerio, quelli sui quali il corpaccione padano in queste settimane ha fatto sentire la sua voce contestando la linea giudicata troppo ‘soft’ dello stato maggiore. Un’insofferenza di fondo che Bossi non può sottovalutare e che nel dna nella Lega viene prima anche delle ragioni dell’alleanza di governo. Perdere voti al Nord, insomma è un rischio che il Senatur e i suoi fedelissimi non vogliono correre specialmente in un momento nel quale all’insofferenza dell’elettorato di riferimento si intrecciano, da un lato le manovre di posizionamento dei colonnelli e dall’altro i malumori per la ‘famelicità’ dei Responsabili rispetto al rimpasto di governo annunciato dal Cav. e che dovrebbe arrivare a definizione proprio in questa settimana.

Se questa è la ‘griglia’ entro la quale la Lega ha aperto la ‘vertenza’ col Pdl, è altrettanto vero che far saltare il federalismo ormai a portata di mano è un rischio altrettanto grande che i vertici dei lumbard non possono permettersi, visto che solo questo governo e questo premier sono la garanzia per portare a casa il risultato, la madre di tutte le battaglie per le quali la Lega è nata, vissuta e cresciuta in questi venticinque anni. Detto questo, è convenienza pure di Bossi fare in modo che la maggioranza esca dall’impasse prima di arrivare in Aula e certificare con un voto che la missione in Libia possa sancire la fine della legislatura. Oltretutto in un contesto nel quale le opposizioni arrivano al voto con spaccature evidenti difficilmente ricomponibili e con in più il fatto che Bersani e Casini sono favorevoli all’operazione Nato e dunque all’impegno del governo italiano per rovesciare il regime di Gheddafi.

Non tenere conto di tutto questo, ragionano da via dell’Umiltà, per Bossi significherebbe ‘gettare alle ortiche’ quanto costruito in tutti questi anni. A maggior ragione, alla vigilia della riunione del gruppo di contatto per la Libia fissata per dopodomani a Roma e alla quale parteciperà il segretario di Stato americano Hillary Clinton, passaggio che impone al governo e al premier di presentarsi con una linea chiara e netta in politica estera.

Certamente la Lega farà pesare le sue ‘condizioni’ sulla Libia, sia per frenare gli appetiti dei Responsabili sulle caselle governative da riempire, sia sul versante delle riforme e sul piano di Sviluppo presentato da Tremonti ma è pur vero che in politica la mediazione è la regola per ottimizzare il risultato, evitando di far precipitare la situazione. Soprattutto adesso che con una guerra in corso e con l’Italia esposta in prima linea a fianco degli alleati, Bossi sa perfettamente che il Colle difficilmente potrebbe arrivare allo scioglimento delle Camere, sia prima che dopo il voto amministrativo.  

Molto dirà il vertice di oggi prima della discussione delle quattro mozioni in Aula, che riunirà al tavolo Pdl, Lega e Responsabili. Un vertice che potrebbe essere preceduto dal faccia a faccia del Cav. col Senatur . Sarà questo il vero banco di prova per capire il destino della legislatura.