Rileggere Bush per capire a cosa è servito il waterboarding

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Rileggere Bush per capire a cosa è servito il waterboarding

08 Maggio 2011

Il rifiuto della Casa Bianca a divulgare le foto del cadavere di Bin Laden ha lasciato perplessi molti negli Stati Uniti. E la battaglia tra favarevoli al rilascio e contrari continua. Comunque oltre alla decisione del presidente Obama di sottrarsi alla presentazione di ”prove” quanto all’effettiva morte del terrorista nell’aula dell’opinione pubblica, c’è un’altra faccenda che in questi ultimi giorni domina il dibattito giornalistico e televisivo statunitense: che ruolo hanno giocato le “enhanced interrogation techniques, EIT”, le ‘toste’ tecniche di interrogatorie varate dall’amministrazione Bush nell’individuazione decisiva di Bin Laden?

Insomma che peso hanno avuto il waterboarding, la privazione di sonno, gli interrogatori da venti ore e il resto, nell’individuazione del covo milionario del codardo fuggitivo? Fa pensare che nel dibattito politico la senatrice californiana e democratica a capo della Commissione Intelligence del Senato, Dianne Feinstein, abbia sentito la necessità a caldo di affermare pubblicamente che “nessuna delle informazioni che hanno condotto all’individuazione del covo di Bin Laden, proveniva dalle dure tecniche interrogatorie”. Dalla Camera Bassa del Congresso, invece, il presidente della commissione per l’Homeland Security, Peter King, Repubblicano, ha affermato esattamente il contrario: “le prime informazioni decisive verso l’individuazione di Bin Laden, sono state rilasciate da Khaled Sheik Mohammed dopo un trattamento di waterboarding”.

In mezzo sta l’amministrazione Obama. Basta andarsi a riascoltare quello che ha dichiarato Leon Pennetta, attuale direttore della CIA (colui che cederà il passo a David Petreaus il prossimo autunno) il quale durante in un’intervista alla CBS pochi giorni fa, ha affermato che “ovviamente qualche informazione di valore è stata ottenuta da quel tipo di interrogatori, ma immagino che il punto che sarà sempre dibattuto, è quello di stabilire se si possano ottenere le stesse informazioni utilizzando o meno quelle tecniche. E francamente questa rimane una questione insoluta”. Nelle parole del direttore di Langley sta un certo grado di ortodossia obamiana, ben inteso. “Questione insoluta…”, oppure “…che sarà sempre dibattuto…”.

Insomma Pennetta fa pur parte di una determinata amministrazione di stampo progressista, guidata da un uomo, il presidente Obama, che durante la campagna elettorale presidenziale del 2008, disse che le EIT erano in realtà niente di meno che forme legali di tortura. Ma quello che ha di fatto lasciato intendere è che le EIT hanno funzionato, e hanno dato risultati palpabili. Cio’ che trapela dai primi leakage d’intelligence sulla stampa televisiva e giornalistica è che il covo di Bin Laden sia stato individuato grazie alle informazioni raccolte da cinque detenuti differenti, tutti sottoposti a EIT. Pare, però, che il primo pezzo di informazione significativa sia arrivato nel 2002, da una testimonianza resa da Maad al Qahtani, il quale sotto duro interrogatorio, dichiarò ”di non conoscere questo significativo personaggio”, che più in là sarà identificato come il corriere di Bin Laden, l’unico che nell’assalto dei Navy Seals ha immediamente aperto il fuoco sui soldati americani.

Nel 2002, val la pena ricordarlo, l’EIT Program non era stato ancora varato dalla CIA. Il programma sarebbe divenuto effettivo, infatti, solo quando Abu Zubaydah, il primo pesce grosso di al-Qaeda in mani USA, smise di collaborare con la CIA nel 2002. Il presidente Bush chiese allora a George Tenet, allora capo dell CIA, e al suo Attorney General, John Ashcroft, di tirare giù una lista di tecniche interrogatorie per tirare fuori dai terroristi notizie utili. La lista delle EIT fu poi sottoposte al vaglio presidenziale. John Yoo, allora vice assistente di Ashcroft, fu incaricato di fare il grosso del lavoro sul quel dossier. 

Da quella lista il presidente Bush, come ricorda lo stesso ex-presidente nelle sue memorie, ne rimosse un paio perché troppo pesanti: “Diedi uno sguardo alla lista delle tecniche. Ce n’erano un paio che ritenevo andassero troppo lontano, benché fossero legali. Ordinai alla CIA di non usarle. Un’altra tecnica era il waterboarding, un processo di simulato annegamento. Senza dubbio si trattava di una procedura dura, ma medici esperti avevano assicurato la CIA che tale tecnica non avrebbe avuto effetti definitivi su chi ne fosse stato soggetto”. 

E’ indubbio a questo punto che senza la possibilità di avvalersi delle informazioni procurate attraverso interrogatori EIT, le autorità USA non sarebbero riuscite a far parlare Khaled Sheik Mohammed, il pianificatore dell’attentato all’11 Settembre, Abu Faraj al-Libi e altri detenuti di Guantanamo che hanno contribuito significativamente all’individuazione del corriere di Bin Laden e di conseguenza al covo stesso di Abbottabad. Come ha scritto qualche giorno fa John Yoo sul Wall Street Journal: “Nella guerra al terrore, è facile premere il grilletto, è difficile sapere dove mirare”. Il waterboarding e il resto hanno permesso, bon gré mal gré, di accendere la luce e sparare nel punto giusto. Fortunatamente Osama Bin Laden non c’è più e il resto è accademia.