Il rebus di Bossi stretto tra la base inquieta, la guerra tra delfini e il patto col Cav.
22 Giugno 2011
A questa maggioranza e a questo governo non c’è alternativa. Lo dicono i numeri dell’Aula, la fiducia sul decreto sviluppo e il fatto che le opposizioni ieri non hanno forzato per il voto alla verifica parlamentare. Sarebbe stato un altro boomerang. A Montecitorio Silvio Berlusconi incassa l’ennesima conferma, adesso servono i fatti. A questa maggioranza e a questo governo non c’è alternativa.
Vale per Bersani&C. che pure ieri in Aula ne hanno dato dimostrazione plastica con Di Pietro che incalzava il leader Pd a costruire da subito l’alternativa convocando il tavolo dell’opposizione (programma e premier) perché se no, l’alternativa continuerà a non esserci; Casini convinto, invece, che l’alternativa non c’è perché è colpa del bipolarismo e lo stesso Bersani che insisteva col solito refrain ‘al voto al voto’. Ma vale anche e soprattutto per Bossi, specie dopo Pontida. La Lega è inquieta, nonostante i toni, i simboli, i muscoli della compattezza mostrati sul ‘sacro prato’. Si è messa di traverso a Tremonti, ha dovuto digerire il no del Pdl al trasferimento dei ministeri, portando a casa solo alcuni uffici di rappresentanza ed è alle prese con due i fronti aperti. Il primo: una base delusa dall’esito elettorale, divisa tra chi vuole archiviare il Cav. e chi scommette ancora sull’alleanza. Il secondo: la scalata al gruppo ristretto che circonda il capo e in prospettiva alla leadership del movimento, forse perfino della coalizione. ‘Cerchio magico’ contro Maroni, il ministro che forte della sua azione al governo guarda già al dopo-Bossi.
Contrapposizioni striscianti, tenute sotto traccia per mesi, coperte dai diktat di partito che tradizionalmente tengono i leghisti lontano dai circuiti mediatici ai quali si ‘concedono’ solo per esternare il pensiero del capo. Ma adesso che la sconfitta a Milano brucia come una tramvata in piena fronte e il popolo padano ha mandato un chiaro avviso ai naviganti direttamente nell’urna, i conti sono sul tavolo. Di Bossi e non solo. Da Pontida, il Senatur attacca i giornalisti ‘str…’ che raccontano di un partito diviso, ‘non c’è alcun cerchio magico’, smentisce secca Rosi Mauro vicepresidente del Senato. Ma il mega-striscione “Maroni presidente del Consiglio” srotolato a Pontida mentre il Senatur parlava al popolo militante, è parso molto più dell’estemporanea trovata di tre o quattro ‘ultras’ del ministro dell’Interno.
E’ parso un segnale chiaro, un movimento in corso. Ed è anche da qui che sono partite le controffensive. Quella del ‘cerchio magico’ (Rosi Mauro, Federico Bricolo, Marco Reguzzoni, Renzo Bossi figlio del capo e alcuni parlamentari e dirigenti di alto rango) che proprio sul ‘sacro prato’ voleva la testa di Alberto Giorgetti, al timone della Lega lombarda e uomo-cerniera coi settori che contano dell’economia e della finanza. Troppo vicino a Maroni, si spiega dalle retrovie leghiste e a taccuini chiusi si aggiunge che al suo posto era già in pole position la stessa Mauro.
Bossi non ha appuntato la lettera scarlatta sul petto di Giorgetti ma questo non ha impedito ai ‘maroniani’ di portare avanti la contromossa: ovvero spingere sull’acceleratore dell’avvicendamento alla guida del gruppo parlamentare leghista ora capitanato da Reguzzoni. Staffetta prevista dal regolamento interno del partito e fissata nel termine massimo di un anno, minimizzano dal Carroccio, ma è chiaro che ora la partita acquista un altro valore. Tanto più che, stando ai rumors di Palazzo, a coalizzarsi con Maroni favorevole alla candidatura di Giacomo Stucchi – leghista bergamasco della prima ora – ci sarebbero anche Calderoli e Castelli (tra i maroniani figura anche il battagliero Matteo Salvini).
Nello scacchiere di Montecitorio c’entra anche una questione molto localistica di equilibri interni che ha a che fare con l’ascesa di Reguzzoni (marito della figlia dell’europarlamentare Speroni) nel ‘feudo’ del ministro dell’Interno, Varese, lo stesso dal quale nei primi anni Novanta un giovanissimo Maroni e un combattente Bossi misero insieme la Lega Nord.
A Varese Reguzzoni è stato presidente della Provincia e alla sua rielezione (secondo mandato) è seguita la decisione di lasciare quella poltrona per lo scranno di Montecitorio (con un nuovo ritorno alle urne). A lui si recrimina il fatto di essere troppo filo-berlusconiano e già un anno fa ci furono molti mugugni quando si trattò di eleggerlo a presidente dei deputati su indicazione del capo (anche allora lo ‘sfidante’ era Stucchi). In queste condizioni la riunione del gruppo chiamata a decidere il da farsi, ieri avrebbe rischiato di trasformarsi in una conta interna, al punto che Bossi ci ha dovuto mettere sopra una pezza convocando nel suo studio Reguzzoni e Maroni.
Un faccia a faccia durato due ore, prima del vertice con all’ordine del giorno la lettera firmata da 46 deputati su 59 che chiedevano assemblea e elezione del nuovo capogruppo. Il Senatur ha dovuto trovare la ‘quadra’ anche per evitare che un eventuale voto negativo sul bossiano Reguzzoni finisse per indebolire la sua immagine. Risultato: il voto non c’è stato e Reguzzoni è stato confermato per acclamazione (come tradizione vuole). Ma la partita non è chiusa: è possibile che gli uomini di Maroni ora puntino a incassare altro, magari il ministero delle politiche comunitarie, magari il pieno controllo del partito lombardo. Oppure quella casella tra qualche settimana potrebbe essere riempita dallo stesso Reguzzoni (e dunque riaprire i giochi per il gruppo parlamentare) se, come dicono i rumors di Palazzo, il suo nome per la poltrona di Ronchi gira dalle parti di Palazzo Grazioli insieme a quello di Anna Maria Bernini entrata nella rosa dei potenziali successori di Alfano a via Arenula. Tramontana dal Nord.
