Caro professor Griffo, la verità è che l’Italia è un paese assai poco liberale

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Caro professor Griffo, la verità è che l’Italia è un paese assai poco liberale

05 Ottobre 2011

Caro professor Griffo, non c’è alcun dubbio che nel decalogo della BCE si possa rintracciare un sorta di autobiografia dell’intera esistenza della seconda Repubblica, che ancora nella culla fu scossa non solo dal famigerato avviso di garanzia al vertice di Napoli ma anche dalla crisi aperta dalla Lega sulla riforma delle pensioni.

Gli svolgimenti successivi, le inadeguatezze politiche del centro-destra, le timidezze strategiche di Berlusconi, possono essere capite solo se collocate in una lucida visione della realtà storica nella quale siamo calati. Non c’è dubbio che avremmo preferito maggiore decisione e maggiore capacità riformatrice. Non c’è dubbio che buona parte delle promesse sulle quali è stato costruito il ciclo politico berlusconiano sono rimaste inadempiute.   

Ma non era questo il nodo del’articolo. Il nodo era quello di un’opposizione che da un lato reclama la discontinuità nella guida del Governo e dall’altro è la causa prima delle debolezze dell’azione di governo. Dalla riforma delle pensioni, alla questione del mercato del lavoro, dalla liberalizzazione dei servizi pubblici locali alle privatizzazioni, l’opposizione ha trascorso gli ultimi vent’anni a soffiare sul fuoco della demagogia populista per spegnere sul nascere ogni conato riformatore che il Governo, pur timidamente, avanzava. E la timidezza è anche comprensibile se vista alla luce dell’assedio giudiziario che tormenta il Cavaliere dal 1994. Che forse possiamo credere che Margaret Tatcher sarebbe stata in grado di realizzare quella meravigliosa rivoluzione con la quale ha rimesso in piedi il Regno Unito se fosse stata braccata da un manipolo di famelici pubblici ministeri alla spietata ricerca del suo sangue?

E poi occorre considerare un altro dato. Accanto alle insufficienze (innegabili) della guida politica del centro destra, accanto ai corto circuiti della politica, occorre anche considerare la strutturali caratteristiche sociali e culturali del nostro Paese. La verità, con la quale noi liberali dobbiamo finalmente fare i conti, è che l’Italia è un paese assai poco liberale. Che l’opinione pubblica, e non solo quella orientata a sinistra, è fortemente condizionata dai gruppi di interesse e dalle corporazione ed è sempre pronta a mettersi sulla difensiva quando sente minacciato un qualunque dei privilegi dei quali è pieno il sistema. L’unico privilegio (ammesso che tale sia) sul quale gli italiani si ritrovano tutti insieme è la riduzione dell’indennità parlamentare o l’abolizione della mensa dei deputati e dei senatori! Ed è un po’ poco per dare corpo anche da noi alla tanto agognata “rivoluzione liberale”.   

La politica è arte empirica ed approssimativa. Occorre munirsi di molta pazienza. Occorre saper attendere il momento nel quale le decisioni che pure sarebbero giuste ed opportune da tempo diventano in concreto praticabili. In realtà, con buona pace di Piero Gobetti l’idea di una “rivoluzione liberale” è un ossimoro. Quella liberale è, per sua stessa natura, una politica riformista che si costruisce mattone dopo mattone. Ed in alcune fasi, come quella che viviamo, accontentarsi di non fare troppi danni è già un buon risultato.