Tremonti blinda la manovra ma nel centrodestra non tutti sono disposti a seguire il diktat
06 Luglio 2011
La parola d’ordine è: gettare acqua sul fuoco. Dire e confermare davanti a microfoni, telecamere e taccuini che sulla manovra finanziaria non ci sono dubbi, contrasti, dissidi né nel governo tantomeno nella maggioranza. Che il testo del decreto firmato stamani dal Capo dello Stato andrà via liscio e blindatissimo, diventando legge ai primi di agosto. Gianni Letta e Giulio Tremonti, seduti uno accanto all’altro, aprono la conferenza stampa rinviata di un giorno col sospetto che il ritardo fosse dovuto al no condizionante del Quirinale sulla norma salva-imprese infilata e poi sfilata dal testo che già stasera sarà pubblicato in Gazzetta Ufficiale.
Il super-sottosegretario e il super-ministro giocano di sponda ma che vi sia stato un corto-circuito tra Palazzo Chigi, via XX Settembre e il Quirinale pare ormai più che un’illazione. E la frecciatina del Prof. di Sondrio che evita accuratamente di tornare sul tema e a domanda risponde “parlerà Palazzo Chigi” ne è una valida conferma. Niente di tutto questo rilanciano all’unisono Letta e Tremonti: nessuna lacerazione nel governo (Letta) e il rinvio della conferenza stampa è solo per il maltempo che ha impedito all’aereo di linea sul quale volava il ministro di portarlo a Roma in tempo per l’incontro coi giornalisti. Tesi a supporto della quale distribuisce un documento dal titolo “Milano (Pisa) Roma – AZ2019 – del 5 luglio 2011”. Leggere per credere.
E’ un Tremonti molto determinato quello che si vede in conferenza stampa, padrone della scena che condivide con Sacconi, Brunetta, Romani, Calderoli e appunto, Letta. Gestisce buona parte delle risposte, al punto che quanto tocca al ministro leghista l’esordio un po’ ironico è “sono stato sopraffatto da Tremonti…”. Non solo: in mattinata Sacconi non esclude la possibilità di rivedere la norma messa in manovra che blocca la rivalutazione delle pensioni a partire da quelle medio-basse, ma nel pomeriggio Tremonti frena: “Sono possibili alternative rispetto alle misure sulla rivalutazione delle pensioni e sul bollo sul conto titoli ma solo a saldi invariati”.
Pacchetto economia. Dl sviluppo, manovra e delega fiscale: Tremonti ne rivendica ratio e obiettivi, concede qualche apertura ai desiderata dei colleghi di governo (vedi Calderoli-patto di stabilità-quote latte) ma resta fermo sull’idea di non esporre il testo a modifiche in quantità industriale e comunque sempre e solo “a saldi invariati”, durante l’iter parlamentare. Un conto sono i contributi di buon senso in linea con l’impianto generale, altro sono i tentativi di tirare da una parte o dall’altra una coperta troppo corta.
Sul piano politico Tremonti ne esce come il ‘dominus’ dei conti pubblici, se come ha promesso, nel 2014 l’Italia centrerà il pareggio di bilancio che “automaticamente porta alla diminuzione del debito pubblico”. Una credenziale che potrebbe giocarsi in chiave 2013 (politiche) ma che potrebbe tirare fuori – è l’interpretazione di alcuni deputati pidiellini vicini al Prof. di Sondrio – anche in caso di voto anticipato. E’ però vero che la partita è ancora aperta: tra l’immagine di un Tremonti che punta a uscire dall’isolamento in cui si è cacciato, che giocando in casa si muove nel suo terreno privilegiato (l’economia) e i passaggi parlamentari le cose potrebbero cambiare. Nel senso che i gruppi parlamentari, specie di maggioranza giocheranno il loro ruolo agendo sugli spazi ancora aperti seppure nel rispetto dell’impianto e degli obiettivi della manovra. C’è dell’altro. Nelle file del centrodestra si evidenziano quattro elementi per dimostrare come la forza di Tremonti non sia più quella di una volta. Il primo: finora Berlusconi aveva preso le sberle sulla manovra ma oggi non sembra più disposto a farlo. E le frizioni delle ultime settimane sono lì a dimostrarlo. Ragion per cui, questa è e resta la "manovra Tremonti", nel bene e nel male. Il secondo: l’asse con la Lega si è incrinato e secondo molti esponenti del centrodestra il Carroccio non sarebbe più in linea con la filosofia tremontiana; per ragioni politiche e per questioni di consenso elettorale. Un prezzo troppo alto da pagare per un partito che deve garantire un cambio di passo alla base delusa e insofferente e al tempo stesso deve fronteggiare una contrapposizione interna tra correnti (maroniani contro ‘il cerchio magico’). Ancora: il tentativo di Tremonti di recuperare terreno e spostare gli equilibri interni al Pdl dalla propria parte, non è andato a buon fine nel momento in cui la ‘svolta Alfano’ è arrivata a rompere le uova nel paniere all’accreditamento (politico) del super-ministro. L’unica forza sulla quale può ancora contare è il contesto della crisi economica internazionale che impone agli Stati politiche di rigore. Ed è su questo che il ministro dell’Economia fa leva, anche se non sembra sufficiente a garantirgli un riposizionamento forte e soprattutto ampiamente condivido nell’organigramma Pdl dell’era Alfano.
Vedremo come andrà a finire. Per ora ci sono i numeri di un provvedimento complesso e articolato: strada obbligata, imposta dall’Europa e necessaria per continuare a difendere i risparmi degli italiani e a tenere lontani gli squali dellaspeculazione internazionale. Non a caso il ministro dell’Economia chiarisce subito che per il 2011 l’obiettivo deficit-pil al 3,9 per cento è stato raggiunto e da qui si è partiti per mettere insieme tutti i passaggi della manovra che non legge come un provvedimento intriso di demagogia quanto piuttosto come uno strumento per salvaguardare il Paese, favorire la crescita e agganciare la ripresa. Insiste molto sulle misure del dl sviluppo a sostegno di imprese e famiglie, con un occhio di riguardo alla ‘rivoluzione’ che produrrà effetti benefici per tutti i giovani e le persone finite fuori dal mercato di lavoro che intendono fare impresa: per loro l’imposizione fiscale sarà del 5 per cento all’anno.
Crescita e ripresa. Fattori questi ultimi che – ricorda – non dipendono da un unico atto, né hanno un momento specifico nel quale manifestarsi, bensì sono la conseguenza dai un’azione collettiva e coordinata. L’opposizione tira su il muro parlando di manovra da “Dottor Stranamore” (Bersani) che colpisce il ceto medio e farà sputare sangue solo a lavoratori e pensionati. Lui, Tremonti lancia la sfida: avanzino proposte concrete ma in linea con l’Eurostat.
Costi della politica. E’ il capitolo sul quale il Prof. di Sondrio si sofferma più a lungo. “E’ ovvio, la considera una sua creatura…” maligna un deputato di comprovata fede berlusconiana. Il “più radicale e rivoluzionario cambiamento in questo settore” esordisce il super-ministro che si sostanzia nell’adeguamento ai parametri europei, anzi nel ‘livellamento’, degli stipendi di parlamentari, dirigenti pubblici di alto livello e consiglieri regionali. Non tutto e non subito, come invece demagogicamente converrebbe fare, perché c’è da considerare il fatto che se ci comincia da domani – è il ragionamento del ministro – si va incontro ai potenziali ricorsi da parte di funzionari che finirebbero per bloccare l’iter riformatore. Prudenza, dunque. L’adeguamento scatterà “man mano che si rinnovano le cariche” e questo conferma che la novità sarà a regime dalla prossima legislatura. Quanto ai costi di Camera e Senato, la linea del governo è quella di non azzardare ingerenze – ad esempio procedere per decreto – dal momento che si tratta di organi costituzionali dotati di autonomia di bilancio. Proprio oggi il governo ha lanciato la sollecitazione a ridurre i costi e il prodotto sarà destinato a finanziare il terzo settore, cioè la voce 8 per mille.
Tremonti tira giù le cifre del ‘pacchetto’: per incidere sul deficit c’è bisogno di interventi per 40 miliardi che una volta a regime determinino effetti sull’indebitamento pubblico. Nessuna ulteriore correzione per il 2011 e 2012 perché – spiega – quelle a legislazione vigente consentono di raggiungere gli obiettivi prefissati. In realtà la nuova correzione riguarda 2013 e 2014 ed è pari a 25 miliardi messi nero su bianco nel decreto firmato oggi da Napolitano e a 15 miliardi derivanti dalla delega fiscale e assistenziale che – chiarisce subito il ministro – è “blindata”, in quanto la cifra corrispondente al risparmio sarà scritta anche nella legge di stabilità. Più blindata di così.
In serata il Tesoro fornisce una tabella coi numeri: il decreto legge fissa un intervento di manutenzione di 2 miliardi nel 2011, di 6 nel 2012. Correzione dei conti pari a 17,8 miliardi nel 2013 e di 25,3 miliardi (di cui 7,5 aggiuntivi rispetto alla manovra 2013) nel 2014. A questi nel biennio 2013-2014 si sommano 2,2 nel 2013 e 14,7 nel 2014, di cui 12,5 aggiuntivi rispetto al 2013 della delega fiscale. E nello stesso momento il Quirinale diffonde una nota nella quale dove si spiega che il Capo dello Stato ha firmato il decreto del governo sulla manovra “essendo stati sostanzialmente ricondotti i suoi contenuti alle norme strettamente attinenti alla manovra finanziaria ed a quelle suscettibili di incidere con effetto immediato sulla crescita economica”. Una sottolineatura indiretta sulla norma salva-imprese cancellata dal testo. Ma l’appello di Napolitano è chiaro: il confronto in Parlamento “sia realmente aperto”.
La delega fiscale servirà anche a ridimensionare e riorganizzare la giungla di regimi di sgravi, bonus, regimi di esenzione: 470 voci per un totale di 150 miliardi che Tremonti descrive come “torri di una Babele che ad un certo punto hanno cominciato a incrociarsi”. Quanto alla delega assistenziale l’obiettivo è ragionare sulle situazioni di reale bisogno da parte delle fasce più deboli della popolazione e l’idea è di ripensare il sistema ad esempio degli assegni “che oggi vengono dati a vanvera”. Inoltre, per ridurre le aliquote Irpef –obiettivo che sta nella riforma fiscale – saranno individuate risorse attraverso altre misure quali l’aumento della tassazione sulle rendite finanziarie, il possibile innalzamento dell’Iva ma lavorando anche nel mare magnum delle agevolazioni. Passaggio questo, che l’opposizione contesta duramente ma pure nelle maggioranza suscita un bel po’ di malumore perché “così si rischia di dover pagare in termini elettorali e di consenso il peso di una manovra che sì è necessaria, ma colpisce in primis la base del nostro elettorato”, si commenta nei capannelli pidiellini in Transatlantico. Di più: la critica di fondo riguarda “l’insufficiente attenzione a misure per agganciare la crescita”.
Gli enti locali sono già sul piede di guerra, Regioni in testa. Ma la stessa preoccupazione serpeggia anche tra gli amministratori locali del centrodestra poco disposti ad avallare il ‘peso’ della manovra col rischio realistico di effetti immediati proprio sulle amministrazioni locali.
Ci sono tuttavia alcune rassicurazioni: quelle del ministro Brunetta per il quale “i salari pubblici non perderanno potere d’acquisto, quelle del collega Romani sul fatto che l’inglobamento dell’Ice nel Tesoro rappresenta una “buona riforma” e non avrà ripercussioni sul futuro dei dipendenti e quella del ministro Calderoli sulle multe per le quote latte: non sarà più Equitalia a riscuoterle (come da Pontida Bossi aveva chiesto) ma il compito passerà ad altri soggetti. In sostanza non saranno più coattive.
La chiosa tremontiana è di sicuro effetto: "Nel 2013 si va a votare, noi ci presenteremo con la nostra delega e i meccanismi di attuazione. Chi non crede nella delega dovrà trovare meccanismi alternativi" per la copertura. Della serie: se ci sono idee diverse che, a saldi invariati, producono gli stessi effetti siamo pronti a valutarle. Messaggio per l’opposizione e per la maggioranza. Ma c’è chi nel centrodestra lo legge anche come una sorta di avvertimento al governo. Come a dire: io mi assumo la responsabilità della manovra fino in fondo, tenendo la barra dritta sui conti pubblici, ma se ci saranno tentativi di stravolgerla sono pronto a farmi da parte. Prendere o lasciare.
