Ma cosa c’entra la flessibilità del lavoro con la riforma delle pensioni?

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Ma cosa c’entra la flessibilità del lavoro con la riforma delle pensioni?

14 Dicembre 2011

Che cosa c’entra l’articolo 18 con la riforma delle pensioni? Evidentemente ci deve essere un filo rosso che lega la prima prerogativa alle novità sulle pensioni targate Fornero della manovra Monti. Se non altro per spiegare il perché venga esteso fino a 70 anni l’applicazione del famigerato articolo 18 ai dipendenti, come dispone l’articolo 24 del dl n. 201/2011. Proviamo a capirci meglio. Cominciamo dalla riforma delle pensioni.

Una prima novità riguarda la semplificazione del sistema. Dal prossimo anno scompaiono le attuali tipologie di pensioni (c’è quella di vecchiaia, quella di vecchiaia anticipata e quelle di anzianità con “quote” o “contributiva”) sostituite da due trattamenti: la “pensione di vecchiaia” e la “pensione anticipata”.

Dal prossimo anno, inoltre, scompare anche la “finestra mobile” che mascherava l’effettiva età di pensionamento; con essa, per esempio, dire che la pensione si matura a “65 anni” vuol significare che il riposo effettivo dal lavoro è a 66 anni o 66 anni e 6 mesi, a seconda che si tratti di lavoratore dipendente o autonomo.

Per quanto riguarda la nuova "pensione anticipata", la riforma ha cancellato le “quote” lasciando in vita una sola via d’uscita: il raggiungimento di un’anzianità contributiva di 42 anni e 1 mese nel 2012 che sale a 42 anni e 2 mesi nel 2013 e poi a 42 anni e 3 mesi nel 2014 (per le donne vale un anno in meno), maggiorando il vecchio requisito dei “40 anni”. Ciò che è peggio è che il massimo dei contributi (i 42 anni e rotti mesi) è stato legato alla speranza di vita, cosicché verrà incrementato dal 2013 ogni tre anni e poi ogni due anni dal 2019.

Il maxiemendamento di ieri del governo, tuttavia, lancia il salvagente ai lavoratori, donne e uomini, che sarebbero potuti andare in pensione l’anno prossimo con quota “96” (ossia con 36 anni di contributi e un’età di 60 anni oppure con 35 anni di contributi e 61 anni d’età): potranno conseguire la pensione a 64 anni. Infine, la nuova pensione anticipata prevede una penalizzazione (cioè una decurtazione dell’importo) a chi vi accede prima dei 62 anni, pari all’1% annuale e al 2% annuale se si va in pensione prima dei 60 anni.

Per quanto riguarda la nuova "pensione di vecchiaia", nel futuro verrà conseguita con il minimo di 20 anni di contributi ed un’età non inferiore, a regime, a 66 anni. Età, peraltro, soggetta alla speranza di vita, nonché a una clausola di salvaguardia che stabilisce l’elevazione a 67 anni, dal 1° gennaio 2021, qualora questo limite non fosse raggiunto naturalmente. Nel dettaglio, le donne dipendenti nel settore privato vanno in pensione con 60 anni di età fino al 31 dicembre 2011; negli anni 2012 e 2013 l’età salirà a 62 anni; poi a 63 anni e 6 mesi nel biennio 2014/2015; poi a 65 anni nel biennio 216/2017; infine a 66 anni dal 1° gennaio 2018.

Una modifica introdotta ieri dal maxiemendamento del governo prevede una via d’uscita per le donne della “classe 1952”: potranno andare in pensione con un ritardo di quattro anni anziché sei. In particolare, se entro il 31 dicembre 2012 maturano 20 anni di contributi e 60 anni d’età, l’accesso alla pensione è fissato a 64 anni (con le originarie norme della manovra Monti avrebbero dovuto aspettare i 66 anni).

Le donne lavoratrici autonome (ci sono solo nel settore privato; in questo novero sono incluse anche le lavoratrici a progetto e le professioniste senza cassa iscritte alla gestione separata Inps) vanno in pensione a 60 anni fino al 31 dicembre 2011; negli anni 2012 e 2013 l’età salirà a 63 anni e 6 mesi; poi a 64 anni e 6 mesi nel biennio 2014/2015; poi a 65 anni e 6 mesi nel biennio 216/2017; infine a 66 anni dal 1° gennaio 2018.

I maschietti, sia lavoratori dipendenti che autonomi del settore privato (inclusi gli iscritti alla gestione separata Inps), vanno in pensione a 65 anni fino al 31 dicembre 2011; dal 1° gennaio 2012 serviranno 66 anni. Infine, i dipendenti pubblici vanno in pensione di vecchiaia a 65 anni se uomini e 61 anni se donne fino al 31 dicembre 2011; dal 1° gennaio 2012 a tutti servirà l’età di 66 anni. 

Novità assoluta, finora sconosciuta, della pensione di vecchiaia è la "flessibilità", che si sostanzia in un meccanismo premiale a favore di chi ritarda l’accesso alla pensione, rispetto all’età minima stabilita per legge. In altre parole, chi prosegue l’attività lavorativa oltre l’età minima di pensione e fino a 70 anni sarà premiato con l’applicazione di un “coefficiente di trasformazione” più conveniente (il “coefficiente di trasformazione” è la percentuale stabilita dalla legge che, applicata ai contributi pagati durante tutta la vita lavorativa, determina la misura della pensione).

Arriviamo così alla questione posta all’inizio, ossia su che cosa c’entri l’articolo 18 con la riforma delle pensioni. Ecco svelato il filo “rosso” che lega la due misure: la manovra vincola la tutela della “stabilità” (ossia l’articolo 18) fino alla veneranda età di 70 anni per garantire ai dipendenti di avvalersi dell’incentivo della flessibilità. Nei dettagli l’efficacia dell’articolo 18 "opera fino al conseguimento del limite massimo di flessibilità", limite che parte con il valore di 70 anni ma che verrà adeguato alla speranza di vita a partire dal 2013.

L’articolo 18, in tal caso, ha dunque lo scopo di evitare che l’impresa possa licenziare il lavoratore per raggiunti limiti d’età (come oggi consente la legge), una volta che ha compiuto l’età minima per la pensione che, a regime, sarà di 66 anni. Nobile fine, tutto sommato; meno lo è, invece, la logica sottostante, ché scarica sulle imprese il “costo sociale” di un bonus (la “flessibilità”) riconosciuto ai (soli) lavoratori dipendenti.

Esagerando (ma non troppo) con le attitudini di certi lavoratori (specie i pubblici), possiamo immaginare come si avvarranno della flessibilità: un anno di aspettative, uno di ferie e di permessi e due, infine, di acciacchi e malattie vari. Ecco come si crea una nuova lobby di pensionati: una volta li indicavamo come “baby”; nel futuro li chiameremo “senior”.