“Agevolazioni e contributi a fondo perduto costano allo Stato 10 volte la manovra-Monti”

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“Agevolazioni e contributi a fondo perduto costano allo Stato 10 volte la manovra-Monti”

21 Dicembre 2011

Ammette che la proposta è provocatoria perché “radicale”, ma ne rivendica la logica, nel tempo della crisi e del governo Monti. Antonio Buonfiglio, sottosegretario alle Politiche Agricole nel governo Berlusconi (dal quale uscì per seguire Fini per poi tornare con Urso e Ronchi nel recinto del centrodestra) presenterà in Parlamento una proposta di legge su due capitoli che la manovra Monti non ha considerato a fondo, concentrandosi – invece – su pensioni e tasse: il trasferimento a fondo perduto dei contributi alle imprese e la giungla delle agevolazioni, detrazioni e deduzioni che, al netto dei criteri di protezione su famiglie, fasce deboli della popolazione e impresa reale, rappresentano una voce di spesa rilevante per le casse dello Stato. Tutto ciò nel giorno in cui Napolitano mette i sigilli alle urne e blinda Monti.

Onorevole Buonfiglio  cosa sono i trasferimenti a fondo perduto alle imprese e di che cifre stiamo parlando?

E’ un ampio settore di intervento tarato su vari parametri che va dagli investimenti per la programmazione agevolata al sostegno ai distretti industriali non sempre corrispondente a una ricaduta positiva sul mondo del lavoro, che complessivamente si aggira sui trenta miliardi di euro.

E il capitolo ‘agevolazioni’?

E’ una sorta di giungla che erode il monte fiscale dello Stato e che visti i tempi, a mio giudizio va rivista per essere ottimizzata, non certo cancellata. Su entrambe le questioni il governo Berlusconi e in particolare il ministro Tremonti aveva istituito una commissione presieduta – ironia della sorte – da Vieri Ceriani, oggi sottosegretario del governo Monti. La commissione sull’erosione fiscale aveva elaborato uno studio su tutte le agevolazioni arrivando a censire 720 voci che ogni anni costano all’incirca 254 miliardi.

Vuole cancellare tutto?

No. Faccio una premessa: il governo Monti ha varato una manovra da trenta miliardi che di fronte all’emergenza della crisi andava sostenuta, come responsabilmente abbiamo fatto in Parlamento. Tuttavia non ha guardato con la stessa perizia impiegata su tasse e pensioni, al sistema dei trasferimenti a fondo perduto e delle agevolazioni che da sole valgono circa 300 miliardi all’anno, cioè dieci volte il valore di questa finanziaria. Forse sarebbe il caso di ripartire da lì, magari con la delega fiscale che discuteremo a gennaio. Il punto è che con la manovra Monti sono stati toccati i fondamentali del Paese, ovvero la casa e le pensioni, due pilastri sui quali si è costruito lo stato sociale e il patto fiscale tra contribuenti e Stato. Un patto che oggi con gli effetti della crisi va rivisto, anche perché frutto di anni di negoziati della politica.  

Faccia un esempio concreto.

Al netto delle detrazioni per i carichi familiari e dunque delle misure di protezione della famiglia, ci sono altre voci che riguardano ad esempio le palestre, le spese veterinarie e molto altro ancora. Da sottosegretario ho avuto modo di seguire la parte che riguardava il settore agricolo dove le agevolazioni fiscali vengono spalmate su una platea di agricoltori  che oggi magari non corrisponde più al numero reale. È chiaro che il sistema complessivo delle agevolazioni si è determinato nel tempo e in condizioni diverse da quelle attuali e per questo va rivisto lasciando alla politica il compito di individuare i settori che realmente vanno incentivati, evitando così inutili sprechi che nessuno si può più permettere.

Come?

Io dico: i due capitoli di spesa valgono circa 300 miliardi di euro; destiniamone la metà alla riduzione del debito pubblico pari al 5 per cento e l’altra metà mettiamolo sulla fiscalità generale generando un abbattimento della pressione fiscale. So di fare una proposta provocatoria…

Perché?

E’ indubbiamente una proposta radicale ma a mio avviso necessaria. In una fase in cui c’è una legislazione ‘concorrente’ tra governo e Parlamento sulle decisioni da assumere, la politica dovrebbe rivendicare il proprio ruolo e la capacità di scelta per completare il percorso delle riforme istituzionali, compresa quella del sistema elettorale, riscrivendo in un certo senso le norme sulla rappresentanza politica. Non dico di abolire agevolazioni e trasferimenti, bensì di spalmarli sulla collettività in base alle reali esigenze e con un’azione di razionalizzazione di ciò che oggi c’è. Accanto a ciò occorre creare le condizioni per una nuova rappresentanza politica e sindacale lasciando alla dinamicità del dibattito politico la decisione su quali agevolazioni investire le risorse pubbliche.

Spieghi meglio con un altro esempio.

In agricoltura esiste l’Iva forfettaria, cioè si paga l’Iva a forfait e dunque in maniera inferiore rispetto agli altri consumi. Non è una misura che incentiva la produzione o l’occupazione bensì una misura sociale alla quale attingono sia gli agricoltori professionali che quelli non professionali. Allora, se stiamo cercando di fare un razionalizzazione economica, questa misura potrebbe essere rivista consentendo un investimento diverso da parte dello Stato, senza ovviamente fare macelleria sociale. E se andiamo a fondo delle attuali 720 voci, alcune potrebbero essere cancellate, altre modificate secondo criteri di efficienza.

Con quale strumento?

La delega fiscale che dovremo discutere a gennaio deve servire anche a sostenere le imprese e lo sviluppo reale. Se ad esempio si rimette mano ai trasferimenti a fondo perduto spostandone una parte sull’abbattimento dell’Irap, si favorirebbero le imprese vere, reali, anche perché spesso accade che vengono messe in piedi aziende solo per accedere a quella misura senza che si generi produzione e occupazione.

Lei presenterà anche un disegno di legge sulla concorrenza. Di che si tratta?

Si parla tanto di liberalizzazioni ma per ora il governo non ha prodotto granchè. Si è parlato di abolizione degli ordini professionali. Io sono avvocato e faccio l’esempio della mia categoria: solo a Roma gli avvocati sono ventiseimila, una cifra consistente. Non c’è bisogno di creare più concorrenza quanto piuttosto di puntare su una maggiore qualità. Il punto è che molti si riempiono la bocca con la parola liberalizzazione fermandosi ai tassisti, agli avvocati, ai farmacisti ma poi non si va a toccare, ad esempio, i patti di sindacato dentro le società di capitali. Non solo: a mio avviso una vera e sana concorrenza andrebbe messa in Costituzione. Noi stiamo legati ai trattati europei nei quali è fissato il principio di concorrenza ma non esiste una norma analoga nella nostra Carta. Per questo dico che andrebbe utilizzata questa fase per chiedere al governo Monti un impegno maggiore da un lato sul fronte delle liberalizzazioni – quelle vere – anziché scatenare una guerra tra poveri all’interno di quello che ormai è diventato l’ex ceto medio; dall’altro per rifondare un nuovo patto fiscale tra contribuente e Stato.

Lei parla di nuova rappresentanza politica. Cosa intende, a cosa si riferisce?

Penso a una nuova rappresentanza politica, sindacale, lobbistica in senso positivo, in grado di rappresentare il mondo reale di questo tempo e non quello avuto in eredità dal passato perché oggi le condizioni e il quadro d’insieme sono profondamente mutati. Per fare questo, forse lo strumento giusto è una commissione bicamerale per completare le riforme istituzionali.

Visti i precedenti…secondo lei oggi ci sono le condizioni politiche?

Sono convinto che in questa fase non serve una sospensione della politica, semmai il contrario, ovvero una maggiore assunzione di responsabilità da parte della politica e indipendentemente dalle alleanze future. Lo strumento più idoneo è una commissione bicamerale che porti a compimento le riforme istituzionali, completando l’iter del federalismo e salvando quanto di buono c’è stato nella seconda Repubblica, a cominciare dal meccanismo dell’alternanza. Su questo presenterò nei prossimi giorni una proposta di legge. Se invece, la politica si lascia andare al giochino dei tranelli e alle tentazioni del voto anticipato, avremmo sprecato un’occasione importante.

Si riferisce alla Lega o anche ad altre forze politiche?

Mi riferisco anche a quella parte del Pdl che ha tentato di inseguire la Lega sulla via dell’opposizione pura e dura, in particolare a quanti tra gli ex An vorrebbero tirare fuori dagli armadi della storia una tentazione da destra antica, operazione oggi più che mai anti-storica.

A proposito di liberalizzazioni, gli accenni del ministro Fornero alle Casse di previdenza degli ordini professionali – vedi intervista al Corsera e le dichiarazioni di ieri sui giornalisti – stanno suscitando un vespaio di polemiche. Cosa c’è dietro? Lei che idea si è fatto?

Anzitutto bisogna capire qual è il reale orientamento del ministro Fornero. Si può discutere o meno sul nuovo ruolo che debbano avere gli ordini professionali ma il sospetto che viene è che quando si parla di liberalizzazioni in questo settore, in realtà lo si faccia con l’obiettivo ultimo di espropriare le Casse di previdenza. Aggiungo che questa idea fa parte di un vecchio progetto di appropriazione delle Casse, specie di quelle che in qualche modo fanno gola. Sarebbe sicuramente un fatto molto grave, anche perché le Casse sono costituite con il contributo da parte di generazioni di professionisti che se avessero scelto una forma di previdenza privata avrebbero probabilmente ottenuto di più. Insomma: in questo momento non ha senso privare gli ordini professionali di questa specialità.

Ma così si difendono le corporazioni.

No, perché una corporazione è chiusa e non permeabile dall’esterno. I soli numeri della categoria degli avvocati e l’entità dei contributi che versano per l’iscrizione alla Cassa forense ne fanno tutto meno che una casta di privilegiati. Un conto è riformare, altro è abolire o espropriare le Casse di previdenza. In questo senso, ritengo che occorrerebbe riformare gli ordini professionali e le Casse per dare risposte migliori in linea con i tempi e la realtà che stiamo vivendo. Oggi nello stesso settore forense c’è gente che sta sulla soglia della povertà; ragion per cui quanto accumulato dai professionisti in termini di contributi, forse potrebbe essere destinato a nuove forme di tutela. Nel mio intervento in Aula ho auspicato che questa manovra che pure andava votata in una situazione di emergenza per il Paese, sia l’ultima nella quale le burocrazie ministeriali hanno svuotato i loro cassetti. Ora, a fronte del rigore servono maggiori misure destinate alla crescita, come ho cercato di indicare nelle mie proposte di legge. Non c’è altro tempo da perdere.