Papandreou va al G20 e spiega alla Merkel e Sarkozy il ‘suo’ referendum

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Papandreou va al G20 e spiega alla Merkel e Sarkozy il ‘suo’ referendum

02 Novembre 2011

I mercati hanno taciuto, in attesa che il G20 più sovraccaricato di significato nella pur breve storia d’organismo intergovernativo, risolva i problemi di un’Europa ormai ufficialmente in recessione.

A dominare il summit di Cannes, la crisi del debito e la tenuta dell’euro, questioni a stretto giro intrecciate alle vicissitudini della Grecia e all’annuncio fatto dal premier Georges Papandreou di voler indire un referendum consultativo – da tenersi probabilmente a inizio Dicembre – per richiedere al popolo greco l’approvazione del piano di salvataggio per la Grecia e approvato lo scorso 27 Ottobre a Bruxelles da Ue, Fmi e Bce.

Nel suo annuncio lo scorso lunedì, Papandreou aveva ricordato che il ricorso al referendum si rende necessario in quanto "per un problema nazionale, ci vuole una risposta nazionale. Ogni cittadino deve assumersi le proprie responsabilità. Il governo ha fiducia nel popolo e nel suo giudizio e rispetterà la sua decisione", ha sostenuto il premier, per il quale "se il popolo non vorrà l’accordo scaturito dal vertice europeo, esso non sarà realizzato". 

Un annuncio, quello del premier greco, che ha fatto ballare non poco i mercati e che ha fatto schizzare vorticosamente gli spread di Italia, Francia e di altri paesi della zona euro.

Ieri sera il premier greco è stato ricevuto da Angela Merkel e Nicolas Sarkozy proprio per discutere il significato dell’indizione del referendum. E’ probabile che il premier greco abbia recitato le stesse parole alla coppia franco-tedesca.

I toni in privato non devono essere stati affatto pacati. Viene riportato che Francia e Germania abbiano duramente rimproverato a Papandreou di non aver consultato nessuno prima di dare l’annuncio dell’indizione del referendum.

Di fatto Merkel e Sarkozy hanno messo sul piatto la tranche di 8 mld. di euro che dovrebbe essere versata alla Grecia a metà Novembre per permettere ad Atene di far fronte al pagamento di pensioni e salari. La coppia franco-tedesca avrebbe ‘chiesto’ (sarebbe più adatto un ‘ordinato’) a Papandreou di fare del referendum indetto, un esplicito quesito sulla stessa adesione all’Unione Europea.

Un vero e proprio ricatto. Della serie: "O dentro, o fuori". Alla fine dell’incontro di ieri sera con il premier ellenico, Sarkozy e Merkel sono andati in conferenza stampa comune e hanno ribadito che verrà versata la prossima tranche verso Atene solo a consultazione referendaria avvenuta. "L’euro andrà avanti con la Grecia o senza Grecia," hanno dichiarato i due.

Un mossa, quella del governo di Atene, che arriva appunto dopo l’approvazione la scorsa settimana a Bruxelles del piano di salvataggio greco da 130 miliardi di euro.

Un rovescio del tavolo quello del socialista Papandreou che ha mandato in pezzi i sogni di gloria di chi voleva trasformare il G20 di Cannes nel teatrino salvifico ed elettorale di qualche leader europeo in odor di sconfitta, vedi Nicolas Sarkozy.

Non a caso, appresa la notizia in televisione, l’inquilino dell’Eliseo era andato in conferenza stampa nella corte dell’Eliseo, visibilmente irritato, richiamando Atene a considerare come “il piano approvato lo scorso giovedì sia l’unico in grado di risolvere la crisi greca”.

Il presidente francese non vedeva l’ora di trasformare il G20 nella kermesse delle strette di mani all’entrata del summit, e magari, dopo ore di negoziazioni ‘matte e disperatissime’ con i governi di Cina, India, Russia, Sud Africa, Turchia e Brasile, riuscire a incassare il loro decisivo aumento di capitale in seno al Fondo monetario internazionale (diretto come noto dall’ex-ministra delle finanze francese, Christine Lagarde).

L’operazione ‘G20’ di Sarkozy si fondava sull’obiettivo di finanziare, con soldi dei governi dei Brics, parte del salvataggio greco, e porsi agli occhi del mondo (e dell’elettorato francese) come l’architetto, assieme alla cancelliera tedesca Merkel, di un altro salvataggio: quello dell’euro e del progetto d’integrazione europea. Operazione che difficilmente riuscirà, soprattutto dopo la mossa di Atene.

Resta da capire se il colpo di teatro di Papandreou sia un tragico ‘canto del cigno’ oppure no. In carica dal 2009, Papandreou ha ancora almeno due anni e mezzo davanti a sé prima della scadenza naturale del suo mandato di primo ministro.

Ciononostante, nel cortile politico greco, il governo socialista sembra essere già sotto assedio: il leader dell’opposizione, Antonis Samaras, il capo conservatore di ‘Nuova Democrazia’, va chiedendo elezioni anticipate da mesi, e la mossa referendaria del premier ha creato una ribellione addirittura dentro il suo stesso partito, il Pasok (Pannellenic Socialist party).  

Il calcolo politico dietro alla mossa di Papandreou potrebbe però non aver a che fare solo con la stessa Grecia. Non è da escludere che qualcuno ad Atene, premier in primis, si sia convinto che salvataggio o meno, il progetto politico che soggiace alla moneta unica europea possa essere comunque spacciato. 

Prima di legare mani e piedi il destino di una generazione a un progetto comunque fallimentare, deve aver indotto il premier a tentare di ottenere più tempo. Cert0 i margini sono stretti, ma il tentativo è fiero.

Che la crisi ellenica abbia certamente a che fare con l’alterazione dei conti pubblici messa in atto dai politici ateniesi negli anni dello scrutinio per l’accesso all’euro, non è di certo una novità. Ma questo non dice tutto della gravità della faccenda. Forse c’è di più e il marcio non è solo ad Atene.

E’ forse lo stesso progetto europeo, così com’è ggi, a essere imprescindibilmente destinato a fallire – almeno nel breve periodo – sotto la spinta di evidenti problemi di governance.

In cima alla lista sta la funzione menomante anti-inflazione della Banca centrale europea, un’istituzione impossibilitata a essere prestatore di ultima istanza (ovvero prestare risorse sul mercato secondario alle banche in difficoltà della zona euro) e rassicurare i mercati in momenti come quelli che sta vivendo in questo momento l’Europa.

Per diciotto mesi la Grecia ha fatto di tutto per ottenere dai maggiori paesi europei, Francia e Germania in testa, l’aiuto necessario per rimanere dentro l’euro. Oggi di fronte all’accordo raggiunto, la Grecia esita e rilancia.

Un piano che di fatto metterebbe la Grecia in amministrazione controllata dal punto di vista della sua politica fiscale ed economica, schiacciata sotto il tallone della Commissione europea, del Fondo Monetario internazionale e della Banca centrale europea. Una problema che fa tornare alla ribalta il nodo del rapporto in sede europea tra democrazia e scelte economiche.

Un problema che sembra essere sempre più inerente, però, all’intero impianto dell’Europa, nelle sue declinazioni di rappresentatività politica e democraticità, principii oggi molto frustrati in ossequio allo strapotere della burocrazia comunitaria e ai poteri intergovernativi del Consiglio europeo.

In politica, il calcolo prevalente – il principio val bene a capo di un partito, di un’azienda o di una Nazione – è la definizione di un giusto rapporto costi – benefici. Col passare dei mesi, con l’aumento della conflittualità politica in Grecia e con la percezione che il commissariamento di fatto del governo greco fosse sempre più una realtà, il governo socialista di Papandreou deve aver messo in discussione la via intrapresa.

Non è un caso che l’evocazione di un ritorno alla dracma, la moneta greca pre-euro, non sia più considerato un tabù. In un recente sondaggio pubblicato dal quotidiano ellenico Kathimerini, solo il 66 per cento dei greci crede che il ritorno alla dracma sarebbe negativo.

Le accuse rivolte alla Grecia, ovvero di mettere a repentaglio il futuro dell’Europa, sono ingiuste, se si considera il costo politico del commissariamento della propria politica economica, che di fatto finirebbe per essere messa in mano a dei burocrati senza responsabilità politica.

In fondo il premier Papandreou ha restituito al popolo – a quanto viene riportato senza neanche consultarsi con i suoi consiglieri più stretti o con il suo ministro delle finanze ed ex-avversario alla guida di Patok, Evangelos Venizelos, colto da malanno alla notizia – l’ultima parola.

La storia politica di Georgeos Papandreou è quella di un figlio d’arte, costretto a seguire suo padre, Andreas G. Papandreou, in esilio dalla Grecia nel settennio della Giunta dei Colonnelli, tra il 1967 e il 1974. I Papandreou fecero ritorno in patria solo quando l’ordine democratico fu restaurato.

Forse è questa esperienza nazionale (e personale) alla quale ha fatto riferimento il premier quando d’un sol colpo ha sostituito i vertici militari del suo paese qualche giorno fa, e successivamente – sommerso di critiche – ha annunciato il piano d’indizione referendario per il prossimo Gennaio 2012.