Ecco perché adesso gli USA iniziano a valutare un ritiro dall’Afghanistan

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Ecco perché adesso gli USA iniziano a valutare un ritiro dall’Afghanistan

01 Marzo 2012

E’ passata quasi una settimana da quando è stato scoperto il rogo dei Corani e di altri oggetti legati all’Islam nella base aerea di Bagram. La violenza si è scatenata a seguito della divulgazione di queste notizie. Più recentemente, un autoveicolo è esploso all’ingresso dell’aeroporto di Jalalabad – essenzialmente una base aerea militare – uccidendo almeno nove persone, mentre altre tre sono state uccise nella provincia dell’Uruzgan. I talebani hanno rivendicato la responsabilità degli attentati, caratterizzandoli come vendette per il rogo del Corano. Ciò dopo che due funzionari americani sono stati uccisi all’interno del Ministero degli Affari Interni afghano, per quel che è dato sapere per mano di un collega che lavorava nello stesso ministero.

Non c’è dubbio che il rogo del Corano, accidentale o meno, generi rabbia in Afghanistan.
Ma c’è anche una guerra e negoziazioni in corso, e mentre la rabbia può essere spontanea, una settimana di violenza persegue evidentemente uno scopo strategico. Ciò troverebbe conferma nel caso degli omicidi al ministero, dove è venuto chiaramente alla luce che, anche in un posto dove gli americani si ritengono protetti, al contatto con persone che ritengono alleate, in realtà gli americani non sono al sicuro, che l’edificio non è affatto impenetrabile e che i loro alleati non sono affidabili come si potrebbe pensare.

Intense negoziazioni sono in corso tra i talebani, gli Stati Uniti ed il governo afghano. Coinvolgono in parte anche il Pachistan. Queste negoziazioni risultano ancora più strutturalmente complicate dei trattati a quattro mani realizzati al termine della guerra del Vietnam. Lo scopo dei talebani è assicurarsi un ritiro rapido dell’esercito degli Stati Uniti che escluda qualsiasi forza residua e una nuova coalizione governativa guidata dai talebani stessi. Dal canto loro, gli Stati Uniti hanno come obiettivo quello di ritirare le truppe da combattimento, ma preferirebbero lasciare sul posto una forza residua per l’addestramento, per la protezione del governo di Kabul e per assicurarsi contro l’eventualità che l’Afghanistan torni ad essere un sicuro rifugio per il terrorismo internazionale. Washington è pronta ad appoggiare l’ingresso all’interno del governo afghano di alcune figure talebane. Mentre i pachistani vogliono assicurarsi che, qualunque sia l’accordo, si crei un contesto di stabilità sufficiente a garantire che il clima di violenza non raggiunga il Pachistan o costringa l’esercito pachistano a sconfinare in Afghanistan.

I talebani comprendono che qualunque ritiro americano sarà graduale e prenderà del tempo. Da parte loro, gli americani si rendono conto che i talebani giocheranno un ruolo tutt’altro che marginale nel regime attuale. I pachistani sanno che saranno costretti a farsi coinvolgere in Afghanistan appena gli americani si saranno ritirati. Se tutto questo è noto, i dati precisi su quando gli Stati Uniti si ritireranno, che genere di una forza residua resterà, dove e quali accordi politici verranno presi, resta oscuro.

Le negoziazioni sembrano aver raggiunto una fase piuttosto intensa, e l’inverno terminerà presto, segnando la tradizionale apertura della stagione delle ostilità. Per i talebani, è importante dimostrare agli statunitensi non solo che continuano ad avere potere, ma anche che le forze armate americane si trovano in una situazione molto meno sicura di quella che si potrebbe desumere dagli ultimi due anni di successi tattici. La necessità dei talebani è di far sapere che la cadenza delle violenze è nelle loro mani, e che gli Stati Uniti possono fare poco per controllarla. Più i talebani sapranno dimostrarlo, più crescerà l’impazienza degli Stati Uniti ad abbandonare il campo. Si dica anche che questo è anno di elezioni negli Stati Uniti. Per il momento non c’è ancora una pressione schiacciante per un ritiro USA in tempi brevi, ma un crescendo di vittime e di instabilità potrebbe cambiare lo scenario in fretta.

Questo è il senso degli attentati di questi giorni, con o senza i roghi del Corano. Gli omicidi al ministero hanno creato una particolare atmosfera psicologica di insicurezza che pervade il sistema nel quale Stati Uniti e forze alleate addestrano e interagiscono con gli ufficiali del posto, i funzionari e i soldati. Dal punto di vista delle negoziazioni, la prospettiva di una crescente instabilità associata all’abilità di condurre ulteriori attacchi con piccole unità in vista del disgelo di primavera, garantisce ai talebani una posizione di forza nelle trattative. Le perdite sono state basse nell’ultimo periodo, ma quel che conta è ciò che può accadere: è questo quel che influenza la componente psicologica legata agli scontri. La violenza e l’insicurezza incentiveranno gli Stati Uniti a dimostrarsi maggiormente flessibili nelle negoziazioni  con i talebani.

La rabbia in merito ai roghi del Corano è certamente caratterizzata da elementi di spontaneità, ma ha anche aperto la strada ad una serie di azioni che possono rafforzare la posizione di negoziazione dei talebani. E’ nell’interesse dei talebani ricucirsi il ruolo di fattore dominante nella tempistica della violenza nei prossimi mesi. Ogni significativo aumento di violenza e vittime lascerà agli Stati Uniti la scelta di prolungare le proprie operazioni oltre quanto ci si attende, o di chiedere aiuto al Pachistan per facilitare un accordo. Entrambe le opzioni mettono gli Stati Uniti in una posizione di debolezza, riducendo le loro chance di raggiungere una soluzione ottimale. Accettare semplicemente le crescenti violenze non sembra più un’opzione.

Tratto da Stratfor

Traduzione di Matteo Lapenna