Da dove nasce l’idea di un “Dizionario del liberalismo italiano”

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Da dove nasce l’idea di un “Dizionario del liberalismo italiano”

Da dove nasce l’idea di un “Dizionario del liberalismo italiano”

20 Novembre 2011

L’idea di un Dizionario del liberalismo italiano nasce da una esigenza obiettiva: mentre esistono dizionari su quasi tutti i movimenti politici, non esiste un’opera del genere che riguardi il liberalismo. Abbastanza indicativo è che al fenomeno fascista siano stati dedicati ben tre contributi quali il Dizionario del fascismo, a cura d i V. De Grazia e S. Luzzatto, Einaudi, Torino 2002-2003, il Dizionario del fascismo: storia, personaggi, cultura, economia, fonti e dibattito storiografico, a cura di A. De Bernardi, Scipione Guarracino, mondadori, Milano 2006 e il Dizionario dei fascismi: personaggi, partiti, cultura e istituzioni in Europa dalla grande guerra a oggi, a cura di Pierremilza, Bompiani, Milano 2006. Così come l’ultimo dei numerosi contributi dedicati alla Resistenza, a partire dai sei volumi della Enciclopedia dell’antifascismo e della Resistenza di cui primo direttore fu Pietro Secchia (Milano, La Pietra 1968- 1989), è stato pubblicato soltanto qualche anno fa col titolo Dizionario della Resistenza, a cura di E. Collotti, R. Sandri e F. Sassi, Einaudi, Torino 2002-2003.

Per quanto riguarda le principali famiglie politiche della storia d’Italia si pensi al recente Dizionario del comunismo nel XX secolo, a cura di S. Pons e R. Service, Einaudi, Torino 2006 o ai più datati, ma non meno importanti Dizionario storico del movimento cattolico in Italia, 1860-1980, diretto da Francesco Traniello e Giorgio Campanini, marietti, Torino 1981-1997; Il movimento operaio italiano: dizionario biografico, 1853-1943, curato da Franco Andreucci e Tommaso Detti, Editori Riuniti, Roma 1979 e il Dizionario biografico degli anarchici italiani, diretto da Maurizio Antonioli e Giampietro Berti, Bes, Pisa 2003-2004. Una assenza di tal genere è ancora più evidente se si considerano gli strumenti di cui si dispone per altri paesi europei, soprattutto on line per iniziativa di partiti e fondazioni, per non parlare delle voci inserite nei maggiori dizionari riguardo ai vari movimenti e alle scuole di pensiero nazionali. Nonostante questa lacuna, non si può dire che sul liberalismo italiano non esista una letteratura, che tra l’altro si è andata incrementando in questo ultimo decennio. Rimandiamo alla nota in appendice per gli essenziali riferimenti bibliografici.

Anche alla luce di questo rinnovato interesse storiografico, l’assenza di un dizionario del liberalismo italiano costituiva una situazione paradossale, che contrastava con l’importanza che il liberalismo ha avuto per l’unificazione del paese, la sua indipendenza e la costruzione di uno stato moderno, senza pensare, poi, al contributo dato dai liberali all’evoluzione del pensiero filosofico, politico ed economico, alle scienze giuridiche e sociali e alla stessa incidenza che le élites dirigenti e la classe politica liberali hanno avuto negli anni fondativi del sistema rappresentativo nel processo unitario e nella riconquista della democrazia in questo dopoguerra. Rimediare a questa lacuna è sembrato quindi necessario, tanto più in occasione del centocinquantesimo anniversario della proclamazione dell’Unità. La ragione fondamentale che ha spinto i coordinatori dell’opera e ha trovato il consenso degli autori è stata la constatazione dell’eclissi della cultura liberale in quest’ultimo quarantennio, con la conseguente perdita della memoria del liberalismo e dei suoi valori, ciò che ha contribuito a produrre un deficit nella società italiana.

Per quanto riguarda i contenuti, si è pensato di organizzare il primo volume in lemmi teorici e di ricostruzione storica, mentre un secondo volume sarà dedicato alle voci biografiche, corredato da apparati statistici e cronologie istituzionali. Nelle intenzioni dei coordinatori dell’opera, questo Dizionario non doveva essere un’enciclopedia, né un dizionario di politica, né una storia di partito. Non è un’enciclopedia perché non ha l’ambizione della completezza. Per quanto ci si sia sforzati di coprire molti temi e argomenti, con l’obiettivo di fornire uno spettro per quanto possibile ampio dei principi e delle regole su cui il liberalismo italiano si è fondato, delle manifestazioni spirituali, culturali attraverso le quali esso si è estrinsecato e delle realizzazioni cui ha dato vita nell’ordine politico, non si può dire infatti che il Dizionario sia esente da lacune. Esso deve però essere inteso come un’opera in progress, alle cui mancanze ci auguriamo di poter riparare in una futura edizione on line. Questo repertorio è qualcosa dimeno di un dizionario di politica e al tempo stesso qualcosa di diverso, perché tratta di questioni che non rientrano soltanto nel campo della scienza politica, del diritto pubblico e della filosofia politica, ma anche in quello dell’economia, nel campo etico-religioso o della cultura in genere o della storia del liberalismo italiano.

Non si può nemmeno fare a meno di constatare che il dizionario non ha molti punti in comune con quelle «storie di famiglia» che rispondono a logiche identitarie tipiche dei partiti politici; e ciò non solo perché il liberalismo, pur essendo il più antico tra i movimenti politici, fu tra gli ultimi a dar vita a un partito, che peraltro non esiste più, ma perché le sue vicende si intrecciano molto più di quelle degli altri partiti con la storia della nazione italiana, in tutti i suoi aspetti, sino a identificarsi con essa per un lungo tratto del suo cammino unitario. Ciò risulta evidente – e apparirà chiaro dal secondo volume – se non dalla totale coincidenza, dalla sovrapponibilità del profilo prosopografico delle élites dirigenti e del ceto politico liberali alla sagoma della classe politica e dei quadri dirigenti italiani, almeno dall’Unità al primo dopoguerra . Essi tra l’altro conservano una loro consistenza anche nel secondo dopoguerra. Rappresentare il liberalismo è, e resta, comunque un problema, per la particolare specificità di questo «movimento», un problema più complesso rispetto a quello che hanno dovuto affrontare i curatori di dizionari riferibili ad altre aree politico-culturali. Infine, dobbiamo qui precisare che né i coordinatori, né gli autori sono stati determinati nel loro lavoro da logiche ideologiche o di appartenenza politica, semmai, pur nelle loro spesso distanti posizioni, dalla condivisione di un ethos civile. Per quanto riguarda il primo volume, ne è risultato dunque un inventario critico, che non pretende di esaurire tutte le questioni riferibili al liberalismo. 

Metodologia ed autori. Arco cronologico. L’aggregazione degli autori è il risultato della positiva e ampia risposta che studiosi appartenenti a diverse università e istituti hanno dato a un’idea sorta ormai qualche anno fa. Il nucleo principale di essi si era trovato a collaborare nell’ambito di un Progetto di rilevante interesse nazionale cofinanziato dal miur nel 2005, nell’ambito del quale sono stati organizzati tre convegni e pubblicati due volumi per i tipi Rubbettino, con la collaborazione dell’istituto Storico per il Pensiero Liberale (il programma di ricerca di rilevanza nazionale (PRiN2005) al quale ha partecipato l’Ispli aveva per tema Movimenti e partiti di ispirazione liberale ed élites politiche: dalla crisi delle liberaldemocrazie in Europa degli anni Venti e Trenta al secondo dopoguerra. Il caso italiano, era coordinato da una unità di ricerca dell’Università di Siena e vedeva la partecipazione delle Università di Padova), nucleo che è andato via via allargandosi. Si tratta di studiosi di generazioni,di scuole, di indirizzi disciplinari e orientamenti culturali diversi, uniti da un comune interesse scientifico, quello di lavorare ad un «cantiere» per la ripresa degli studi sul liberalismo italiano, tema sino ad allora trascurato dalla storiografia. Da parte dei coordinatori del Dizionario non si è inteso indicare una metodologia, ma si è lasciato agli autori di svolgere criticamente e in piena libertà il tema scelto, con il risultato che si è venuto componendo un disegno abbastanza complessivo del fenomeno che si voleva esaminare, nel rispetto del pluralismo e dell’interdisciplinarietà.

Uno tra i primi problemi che abbiamo affrontato è stato quello dei termini a quo e ad quem cui ci si doveva attenere nella redazione delle voci. Si è ritenuto di adottare il 1815 (anche se non rigidamente) come termine iniziale non perché il liberalismo non avesse avuto una incubazione più antica (non mancano infatti voci come romanticismo o moderatismo), ma perché sul piano politico è a partire dalla Restaurazione che si configurano meglio i movimenti d’opinione da cui trarranno origine i partiti politici del Risorgimento. Abbiamo, poi, pensato di fissare il termine ad quem agli anni Novanta del secolo scorso per una differente serie di motivi. Si è ritenuto, infatti, che quegli anni furono un turning point per la politica internazionale, a causa della fine della Guerra Fredda e il crollo dell’Urss e anche perché, sempre in quegli anni, si è avuta una svolta nella politica interna, sia a causa della fine del comunismo, che per il collasso del sistema dei partiti la cui origine rimontava al primo dopoguerra e la cui vita era stata interrotta nel 1926 con lo scioglimento dei partiti democratici, poi ricostituiti dopo la caduta del fascismo. Infine, last but not least, perché a causa di tale svolta si era avuto lo scioglimento del Pli e prodotta la diaspora dei liberali. Fissare questo termine finale non significa, tuttavia, aver voluto sfuggire alla contemporaneità, perché un riesame critico del pensiero e della storia dei liberali è sempre, e oggi ancor più, un problema attuale. 

Organizzazione delle voci. Senza pretendere di fornire chiavi di lettura obbligate a chi consulterà questo primo volume del Dizionario, ma allo scopo di far comprendere i criteri di organizzazione del lemmario, se ne presenta qui una ripartizione sulla carta. I coordinatori hanno ritenuto che per quanto riguarda i concetti generali dovessero essere presenti voci come libertà, autorità, legittimità, nazione, sovranità, patria, principio di nazionalità, stato di diritto, cittadinanza, democrazia e rappresentanza, legge e codificazione, ideologia, caratteri del liberalismo italiano, umanesimo liberale, sussidarietà, metodo liberale. Per quanto riguarda le istituzioni, è stata riservata particolare attenzione, preliminarmente alle norme fondamentali e alle consuetudini che ne legittimano l’ordinamento e ne regolano l’organizzazione e il funzionamento: i plebisciti, il referendum, le forme di governo, le costituzioni (Statuto e Costituzione repubblicana), il federalismo, i modelli costituzionali stranieri e la loro influenza su quello italiano (Germania,Gran Bretagna, Francia, Stati Uniti), il costituzionalismo, le forme di stato (monarchia e repubblica), gli organi dello stato (Camera dei deputati, Senato, regolamenti parlamentari), l’amministrazione, l’esercito, la giustizia (la magistratura), la Corte dei Conti, i prefetti, le autonomie locali, la diplomazia. Strettamente connesso con quello istituzionale, è lo spazio che si è voluto affidare agli aspetti giuridici, con voci come diritto privato, diritto pubblico, diritto penale, diritto del mercato, diritti civili e diritti umani o più propriamente filosofico-giuridici con la voce diritto naturale.

Un ruolo preminente non poteva non essere occupato dalla politica. In questo comparto possono confluire alcuni movimenti culturali che hanno caratterizzato il costume politico (il moderatismo, i dottrinari, il neoguelfismo, il mazzianesimo, il radicalismo) o quei fenomeni che hanno avuto rilevanza nella vita politica come il trasformismo, il giolittismo (e l’antigiolittismo), il parlamentarismo e l’antiparlamentarismo, il liberalnazionalismo, il salandrismo, il nittismo, il qualunquismo, l’azionismo o abbiano rappresentato modelli contrapposti al liberalismo (totalitarismo) o con cui il liberalismo italiano si è confrontato o modalità di funzionamento del sistema rappresentativo (come il bonapartismo). Sempre in questo contenitore possono trovare collocazione le voci che si riferiscono ai sistemi elettorali e quelle di carattere storico che si riferiscono ai partiti e sistemi di partito o alle associazioni politiche di tendenze liberali nei vari periodi storici, come la carboneria, ma anche alle organizzazioni politiche di carattere parlamentare ( Democrazia sociale) o a forme partitiche più compiute come il Partito radicale di età giolittiana e poi degli anni della repubblica, il Partito democratico del lavoro e ovviamente il Pli, oppure a forme associative come la massoneria o le associazioni combattentistiche che hanno avuto un’influenza sulla politica (reducismo) e le minoranze (ebrei). Infine, sempre nel comparto politico può essere collocata anche la politica estera, contesto nel quale si devono includere i lemmi europeismo e atlantismo e i rapporti Chiesa e Stato, la guerra e la diplomazia di partito come l’internazionale liberale e ancora l’emigrazione politica e il colonialismo.

Per ciò che riguarda l’economia, devono essere segnalati quei lemmi dedicati a concetti relativi al pensiero economico o a questioni più generali come il capitalismo, il profitto, il diritto di proprietà (l’esproprio), la rendita, il mercato, l’impresa e l’imprenditore, la concorrenza, la distribuzione del reddito, il diritto d’autore. Altri lemmi sono dedicati alla politica economica e finanziaria, l’industria, la moneta, le banche, l’agricoltura, le bonifiche (bonifiche integrali), il divario Nord-Sud (questione meridionale), liberismo, statalismo, autarchia e corporativismo, bilancio, imposta e spesa pubblica. Per ciò che riguarda la società e le politiche sociali, in questo comparto possono essere collocate voci quali classi dirigenti ed élites politiche, notabilato, società di massa, demografia, meridionalismo, mutualismo e cooperazione, sciopero e serrata, assicurazioni sociali. Una notevole evidenza ha assunto la cultura. Sotto questo aspetto, si è innanzitutto reso necessario considerare la filosofia politica liberale, ma anche ricostruire alcuni momenti fondamentali in cui il liberalismo si è sviluppato, come la restaurazione e il risorgimento, o movimenti culturali come il romanticismo, il neoguelfismo, o filosofici come l’idealismo e il positivismo. Vanno poi considerate quelle voci che guardano ai rapporti con altri movimenti (comunismo/ anticomunismo, fascismo/antifascismo, socialismo liberale, liberal-socialismo, liberalismo sociale), alle istituzioni e a «momenti» di cultura liberale (scuola, università, tutela dei Beni culturali, salotti letterari, musica, pittura, letteratura, riviste, giornalismo, storiografia). Non minore riguardo è stato dato ai rapporti tra religione e politica, in relazione ai quali sono presenti i lemmi laicità, religione, cattolicesimo liberale/liberalismo cattolico, cristianesimo e capitalismo.

Nell’organizzazione di questo schema storico-teorico-concettuale ci si è posti la domanda: cosa è il liberalismo italiano? Domanda alla quale è assai difficile rispondere e che in ogni caso richiede risposte non univoche. Per liberalismo, si possono infatti intendere molte cose: un’ideologia, una filosofia politica, una dottrina economica, un metodo di governo, un partito. Su questi punti si possono trovare nel Dizionario alcuni chiarimenti, anche se forse le interpretazioni più diffuse sono quelle che riflettono una visione meno dogmatica e più pragmatica, intendendo il liberalismo come una filosofia politica e un metodo di governo, e, se si vuole, come un’esperienza storica. Forse è soltanto in questo ultimo senso che si può parlare di un liberalismo «italiano». Altrimenti è difficile definire in termini nazionali un movimento di pensiero che ha avuto radici europee e proiezioni internazionali. Non è questione, dunque, di porsi il problema se il nostro liberalismo abbia avuto o abbia caratteri di originalità, quanto, invece, se esso abbia avuto una sua specificità rispetto alle condizioni del nostro paese. A questo riguardo, anche se il liberalismo italiano non ha contribuito a creare un pensiero capace di dare vita a sistemi filosofici in grado di influenzare quello di altri paesi – il che non significa che non abbia avuto dei «pensatori» (come Croce e Gentile o Einaudi o Leoni) – non si può negare che esso abbia ispirato una «rivoluzione nazionale» da cui è nato uno stato moderno, modellato su principi e su una legislazione che sono espressioni della realtà nazionale.

L’urgenza di costruire lo stato ha reso necessario fondare una scienza dell’amministrazione su basi nazionali e una cultura giuridica nei vari campi del diritto, così come non si può trascurare il contributo che Mosca, Pareto e Michels hanno dato alla fondazione di una moderna scienza politica; ha determinato la formazione di un pensiero economico in funzione della creazione di un mercato nazionale, al cui servizio è stato creato un complesso di infrastrutture moderne, provvedendo allo stesso tempo a inserire l’economia italiana in un sistema internazionale. È stato perciò necessario per i governanti liberali inventarsi una politica estera che ha avuto il merito di trasformare la questione italiana in un problema internazionale e avviare il nostro paese a occupare un suo posto come la «più piccola delle grandi potenze» nel concerto internazionale. In conseguenza, ci si dovette dotare di un apparato militare che, pure nella scarsità delle risorse, fu capace di sostenere uno sforzo bellico di lunga durata, che va dalle guerre d’indipendenza alla Grande guerra, attraverso le quali si è realizzata l’unità territoriale del paese e per la prima volta la nazionalizzazione delle masse.

Non si può sottovalutare, poi, il ruolo esercitato in quel periodo dalla scuola nell’opera di alfabetizzazione e di istruzione e dalla cultura nelle sue varie espressioni nella fondazione dell’identità nazionale. È innegabile che fino al primo conflitto mondiale la grande cultura, nei vari campi del sapere, si sia identificata con quella liberale. Non si può dire che il fascismo, avversario storico del liberalismo, che ha avuto nei confronti della tradizione risorgimentale un complesso rapporto di negazione/superamento, sia riuscito a cancellarne le tracce. Come è stato messo in luce dalla recente storiografia, è a partire dagli anni Sessanta – Settanta del Novecento che la cultura liberale subisce una eclissi, sotto l’influenza delle culture critiche (marxista e cattolica). Un fenomeno che si riscontra facilmente nei riguardi della cultura giuridica ed economica, che erano riuscite a sopravvivere alle rotture istituzionali prodotte dal regime, tanto che l’Italia ha perso quasi completamente quei residui tratti liberali, anche quelli ancora presenti nella Costituzione repubblicana, residui ereditati dall’Italia prefascista e conservati attraverso una prassi che la classe politica democratica e antifascista aveva saputo indicare nella transizione dal fascismo alla Repubblica.

Dopo la quasi completa marginalizzazione della cultura liberale avvenuta nell’ultimo quarantennio, è stata recentemente da più parti – anche dagli avversari storici – sollevata la richiesta se non di una «rivoluzione liberale», quanto meno di una liberalizzazione del sistema, anche se spesso non se ne intendesse completamente il significato. Non si può negare che vi sia stata in questi ultimi tempi una ripresa della cultura liberale, ma non si tratta tanto di un «ritorno al liberalismo» di tradizione italiana, quanto di un «neoliberalismo» risultante in molti casi da un felice trapianto di teorie straniere. Si deve riconoscere che nel panorama odierno questo «neoliberalismo», per quanto a volte non parli con «accento» italiano, ha dimostrato una innegabile vitalità, che del resto è testimoniata da molte voci contenute in questo Dizionario, che però non annullano quelle visioni più in sintonia con le interpretazioni classiche del liberalismo politico italiano. Si può sostenere che per quanto le letture del liberalismo presenti nel Dizionario siano spesso tra di loro dissonanti, esse alla fine si bilancino in una composizione che restituisce la complessità e la pluralità della cultura liberale. D’altra parte, l’obiettivo prefissato è stato quello di fare un «inventario critico» del liberalismo italiano, non certo per difenderne pedissequamente la tradizione o per sostenerne acriticamente l’originalità, quanto per documentarne appunto la «specificità» derivante da una particolare esperienza storica che ha avuto le sue luci e le sue ombre, ma la cui positività è fuori discussione.

Più che puntare su di una definizione di liberalismo c’è da domandarsi quali siano stati i temi caratterizzanti il liberalismo italiano: quale, in definitiva, è stato il ruolo del liberalismo nella storia d’Italia, nella cultura, nel pensiero filosofico, in quello economico e giuridico, nell’organizzazione dello stato e nella politica estera. Ed è a queste questioni che hanno l’ambizione di rispondere le voci del Dizionario. Si deve anche osservare che più che di liberalismo, si dovrebbe parlare di «liberalismi» vista la varietà di posizioni e di interpretazioni date al liberalismo in Italia. Dalla lettura delle voci apparirà chiaro come tali posizioni e interpretazioni nel corso della storia siano state tra di loro spesso contrastanti, ma in molti casi complementari. Vi sono stati liberali idealisti e positivisti; credenti, laici e anticlericali; progressisti e conservatori; protezionisti, liberisti o a favore dell’economia sociale di mercato; favorevoli a un tipo o ad un altro di alleanza internazionale e via dicendo, ma tra loro vi erano dei punti in comune fermi e condivisi: la difesa dei diritti civili e politici, della libertà religiosa, del legame con la tradizione risorgimentale, il rispetto delle istituzioni liberali, la dedizione all’interesse nazionale, l’idea che fosse un dovere promuovere l’istruzione popolare e la cultura, il principio di nazionalità e il rifiuto del nazionalismo.

Non è facile dire se il dizionario riuscirà a fornire delle delucidazioni ai quesiti che ci siamo posti, ma esserceli posti può servire – ce lo auguriamo – ad aprire una discussione su temi rimasti in ombra o trattati con un linguaggio che ha perso ogni rapporto con il loro vero significato e che conservano nonostante tutto una grande rilevanza politica e culturale. I temi affrontati nel Dizionario sono stati trattati criticamente, ma in modo semplice, per raggiungere un pubblico «di oggi», con sensibilità moderna, colto, ma possibilmente largo, non solo di addetti ai lavori. Gli autori e i coordinatori hanno lavorato in un clima amichevole di concordia discors e, lasciateci dire, con lo «spirito liberale» del trial and error, secondo l’insegnamento einaudiano. L’aver sollevato queste tematiche non significa rispondere al richiamo della nostalgia del passato, ma a un impegno che nasce dalle domande di conoscenza rispetto a una tradizione che per molti versi si confonde, anche se non si esaurisce, con l’identità nazionale. Allo stesso tempo, si è inteso venire incontro all’aspirazione, largamente sentita, di un’integrazione culturale prima ancora che economica con il mondo occidentale da parte di un paese il cui tasso di liberalismo è oggi così basso da determinare una distanza e una anomalia dell’italia nei riguardi delle grandi democrazie, dove i principi e le regole del liberalismo sono un patrimonio condiviso.

di Giampietro Berti, Dino Cofrancesco, Luigi Compagna, Raimondo Cubeddu, Elio d’Auria, Eugenio Di Rienzo, Francesco Forte,Tommaso Edoardo Frosini, Fabio Grassi Orsini, Giovanni Orsina, Roberto Pertici

 

* il programma di ricerca di rilevanza nazionale (PRiN2005) al quale ha partecipato l’ispli aveva per tema Movimenti e partiti di ispirazione liberale ed élites  politiche: dalla crisi delle liberaldemocrazie in Europa degli anni Venti e Trenta al secondo dopoguerra. Il caso italiano, era coordinato da una unità di ricerca dell’Università di Siena (prof. Fabio Grassiorsini) e vedeva la partecipazione delle Università di Padova