Il Cav. e Tremonti siglano la tregua ma non ci sarà più un uomo solo al comando
27 Settembre 2011
Giulio Tremonti non ha fatto la fine dell’omologo russo, licenziato in tronco e in diretta tv da Medvedev. Ma nel primo faccia a faccia col Cav. dopo giorni di tensione, l’impressione è quella di una tregua, non di una pax. Se, per ora, la cabina di regia pensata dal premier resta in stand by, il super-ministro ha dovuto digerire una parola destinata a cambiare metodo e forse anche passo nella politica economica: collegialità.
Prima l’incontro con Napolitano che a Tremonti ha ribadito la necessità di fare presto e bene col pacchetto di misure per lo sviluppo, poi due ore a Palazzo Grazioli per il chiarimento col Cav. Al presidente della Repubblica il ministro del Tesoro ha assicurato che provvedimenti per la crescita stanno anche nella manovra appena varata e che comunque il governo sta facendo il massimo sforzo in questa direzione.
Quindi il dossier Bankitalia: il capo dello Stato si sarebbe mostrato determinato a mettere in campo un’azione di moral suasion affinchè si arrivi quanto prima alla designazione del successore di Draghi a Palazzo Koch. Sul tavolo ci sono due opzioni, non ancora formalizzate al ruolo di candidature (l’indicazione spetta a Palazzo Chigi): Fabrizio Saccomanni, attuale numero due di via Nazionale sul quale ci sarebbe il placet del board di Bankitalia e il gradimento del premier (pare dello stesso Napolitano) e Vittorio Grilli, direttore generale del ministero del Tesoro, sostenuto da Tremonti. Difficile, dunque per il Prof. di Sondrio spuntarla, anche se dalla sua avrebbe il pressing di Bossi che anche ieri sera avrebbe tentato, durante il vertice sul dl sviluppo col Cav., Alfano, Tremonti e lo stato maggiore del Carroccio.
Il punto centrale restano i rapporti tra il superministro e il premier. La mediazione di Gianni Letta ha senz’altro favorito il faccia a faccia che, secondo le versioni negli ambienti della maggioranza, non sarebbe stato improntato al ‘volemose bene’. Un chiarimento necessario, perché fino a l’altro ieri sembrava quasi che vi fossero due politiche economiche parallele e contrapposte tra via XX Settembre e Palazzo Chigi, e il rimpallo di silenzi e mezze frasi lasciava molto margine all’incertezza, alla confusione.
Da ieri, almeno la direzione è apparsa chiara: il Cav. non ha ceduto di un millimetro sul fatto che da oggi in poi le scelte in una fase così delicata del Paese, dovranno essere assunte collegialmente e non più secondo la logica di un uomo solo al comando (Tremonti), come chiesto non solo da mezzo esecutivo ma soprattutto da ampi settori della maggioranza. Il che significa che da oggi le misure per la crescita passano dal coinvolgimento degli altri ministri economici (Sacconi e Romani, in testa) e dei ministeri cosiddetti di ‘spesa’. Da parte sua, Tremonti ha rivendicato quanto fatto finora per tenere in ordine i conti pubblici e garantire all’Europa che l’Italia arriverà al pareggio di bilancio nel 2013.
Oltre a questo, ha insistito sull’esigenza che al maggiore coinvolgimento segua una sintesi che in ogni caso, toccherà a lui fare. Il risultato finale della ‘tregua’ è che ci sarà uno stretto raccordo tra Palazzo Chigi e via XX Settembre e che le decisioni verranno assunte insieme. Sfuma per il momento l’idea di una cabina di regia, a molti apparsa come una sorta di ‘commissariamento’ del superministro, ma tutto avverrà con una verifica e un monitoraggio periodici sulle cose fatte e soprattutto sugli effetti dei risultati raggiunti.
Se dunque l’ultima parole spetterà al premier e al super-ministro, è altrettanto vero che il ruolo di Tremonti appare in un certo senso ridimensionato rispetto a prima. Il cambio di passo lo ha certificato il ministro per lo Sviluppo economico, Paolo Romani a Porta a Porta: “Quello che partirà domani (oggi, ndr) è un metodo più collegiale” per ragionare su cosa fare sul fronte dello sviluppo. Questione peraltro già anticipata la scorsa settimana nel ‘turbolento’ Consiglio dei ministri al quale Tremonti non ha partecipato (perché impegnato a Washington) facendo recapitare la sua ricetta con la sola richiesta di una firma da parte dei colleghi. Della serie: questo è, altro non c’è.
Romani ha spiegato che in quella riunione c’è stato un “lungo approfondimento su ciò che è potuto non funzionare nella lunga corsa di luglio e agosto” per fare e poi correggere la manovra. Un elemento indicativo di rapporti tesi e di un tasso di insofferenza tra i ministri ma anche da parte del premier, che per forza doveva trovare una sua compensazione, altrimenti avrebbe portato dritti a una rottura. Come avvenuto ieri. Nessun redde rationem, dunque e nessuno neppure tra i pidiellini più critici verso Tremonti, pronti e chiederne la testa, si aspettava o riteneva credibile l’ipotesi di un suo passo indietro (un rischio troppo alto in questa fase anche per le ripercussioni a livello internazionale). E però un fatto che si sia deciso di cambiare registro e che Tremonti se ne sia dovuto convincere.
Resta da capire che cosa il governo produrrà in concreto e come la volontà di mettere a punto iniziative efficaci si coniugherà con l’impronta al rigore e soprattutto alla formula del ‘a costo zero’ tanto cara al Prof. di Sondrio. Per il momento, come ha spiegato Romani, si lavora a tre decreti: infrastrutture, sviluppo e semplificazione che potrebbero anche essere riuniti in un unico provvedimento, a partire dalla prossima settimana. Le due ore di mediazione hanno prodotto un altro risultato: l’intesa prevede la prosecuzione dei tavoli tecnici avviati al ministero dell’Economia ma le riunioni verranno allargate al sottosegretario Letta, che già oggi parteciperà al vertice con le parti sociali, mentre il premier sarà a via XX Settembre per ragionare sul fronte delle dismissioni del patrimonio dello Stato, tema al centro di un convegno ma ben presente anche nel vertice di maggioranza notturno a Palazzo Grazioli, così pure il dossier pensioni.
Nodo non da poco per due motivi: la riforma previdenziale nel Pdl e nelle intenzioni del Cav. viene considerata non più rinviabile, come del resto chiede l’Europa. Secondo motivo: la rigidità della Lega. Bossi avrebbe ribadito il concetto nel vertice notturno col premier pur sapendo che soprattutto in questa fase, modifiche sarebbero non più rinviabili , come avrebbe fatto intendere Alfano. E come vorrebbe il Cav. consapevole che si tratta di una misura strutturale per aggredire il debito e assicurare una base di equità alle generazioni future.
Dal Tesoro l’incontro Tremonti-Berlusconi viene considerato ‘molto positivo’. Da Palazzo Grazioli il Cav. avrebbe fatto sapere che non c’era alcuna pace da siglare non essendoci alcuna guerra. Versioni buoniste, alle quali però ora devono seguire i fatti.
