E’ vero: l’abolizione dell’articolo 18  aiuterebbe a contrastare la precarietà

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E’ vero: l’abolizione dell’articolo 18 aiuterebbe a contrastare la precarietà

03 Febbraio 2012

In un recente intervento (“Ci vuole una vera riforma del lavoro”, su LaVoce.info, 1° febbraio) Tito Boeri e Pietro Garibaldi sono tornati sul loro progetto di riforma del mercato del lavoro, cosiddetto contratto unico d’ingresso, per sostenerne la bontà anche in relazione ad alcuni problemi creati dalla riforma delle pensioni. In particolare, si sono riferiti alle persone senza lavoro che fino a dicembre scorso attendevano il prepensionamento e che dopo la riforma Fornero hanno subìto l’allungamento del periodo di attesa senza lavoro, con tutte le difficoltà di rientrare nel mondo del lavoro.

Per gli economisti esiste il problema perché i datori di lavoro, già diffidenti sulla produttività di questi lavoratori, non sono in genere propensi a prendere impegni di lungo periodo con persone vicini alla pensione. Tuttavia – ecco la soluzione – se si consentisse ai nuovi contratti a tempo indeterminato di prevedere tutele graduali, crescenti nella durata dell’impiego, verrebbe offerta a queste persone un’opportunità per ritornare a lavorare, perché le imprese avrebbero meno difficoltà ad assumerle.

L’analisi è interessante, ma rischia di far smarrire i lettori e, soprattutto, di far perdere il fine (la “giusta finalità” che diventa “necessità”) della riforma del lavoro. Il problema è che vengono messe a confronto situazioni incomparabili, con la conseguenza di risultati persuadenti ma fuorvianti.

Per esempio, si parla di “precariato” sia riferendosi ai giovani che hanno un rapporto di lavoro flessibile (a termine o co.co.co.) che ai senza lavoro che attendevano la pensione e hanno visto peggiorare la loro situazione dalla riforma Fornero. La seconda situazione non è figlia del precariato come inteso comunemente, quanto meno di quello stesso precariato che interessa i giovani con cui viene messa a confronto; piuttosto, è una situazione del tutto eccezionale dovuta alla crisi finanziaria e ad una riforma delle pensione sprovveduta sul punto.

In verità, l’analisi è finalizzata a provare l’inefficacia dei contratti di apprendistato e inserimento (o reinserimento) quali strumenti di contrasto del precariato, perché è ormai un fenomeno esteso anche al di sopra dei 40 anni e interessa persone che hanno lunghe esperienze lavorative e che passano da un lavoro all’altro. In due grafici, Boeri e Garibaldi dimostrano che oggi il 50 per cento di chi ha un contratto a tempo determinato ha più di 30 anni; nel caso delle donne addirittura più di 35 anni e che nel caso dei co.co.co. l’età mediana (vale a dire l’età al di sopra della quale si trova il 50 per cento dei nuovi ingressi) è ancora più alta. Sulla base di queste cifre, intuiscono che "il precariato in Italia non è solo legato ad un difficile ingresso nel mercato del lavoro, ma anche al fatto che si rimane precari a lungo".

Sostengono, quindi, che contro il precariato non può essere efficace il contratto di apprendistato perché si applica a chi ha meno di 29 anni; pertanto non potrebbe mai riguardare quel 50 per cento di lavoratori con contratto a termine con più di 30 anni d’età, e neppure quel 50 per cento di co.co.co.. Impossibile dargli torto, se non fosse per l’angolatura di osservazione che risulta troppo limitata.

Infatti, si osserva soltanto chi, bene o male, a termine o a progetto, un’occasione di lavoro l’ha già ottenuta; il cuore del problema, invece, sta fuori il mercato del lavoro ed è rappresentato dal 31% di giovani che un posto di lavoro non riescono a trovarlo nemmeno temporaneamente. Dove sta la differenza? Sta nelle prospettive attese del “precario” e del “disoccupato”. In base all’Istat, dati medi del 2010 (dunque in piena crisi): gli occupati sono 22 milioni 872 mila, di questi 17 milioni 110 mila con rapporti di lavoro dipendente (i co.co.co. superano di poco le 800 mila unità); i dipendenti con età fino a 34 anni sono 5 milioni 20 mila (il 29% del totale); quelli con età oltre i 34 anni sono 11 milioni 120 mila (il 71% del totale); i dipendenti a tempo indeterminato sono 14 milioni 928 mila (l’87% del totale); quelli a termine 2 milioni 182 mila (il 13% del totale); nella maggioranza dei casi i dipendenti a tempo indeterminato hanno età superiore a 34 anni: sono 11 milioni 120 mila (il 74% degli occupati a tempo indeterminato; il 92% degli occupati con età superiore a 34 anni); i dipendenti a tempo indeterminato con età fino a 34 anni, invece, sono 3 milioni 808 mila (il 25% degli occupati a tempo indeterminato; il 76% degli occupati con età fino a 34 anni); nella maggioranza dei casi i dipendenti a termine hanno età fino a 34 anni: sono un milione 212 mila (il 56% degli occupati a termine; il 24% degli occupati con età fino a 34 anni); i dipendenti a termine con età oltre i 34 anni, invece, sono soltanto 970 mila (44% degli occupati a termine; l’8% degli occupati con età oltre i 34 anni).

Il problema occupazionale colpisce i giovani, che detengono il 29% della torta dei posti di lavoro; mentre di precarietà (sarebbe più corretto parlare di “flessibilità”), di per sé già limitata (riguarda il 13% di tutti gli occupati), soffrono 24 giovani ogni cento che hanno un posto di lavoro: i restanti 76 giovani hanno un contratto a tempo indeterminato. Dunque, diversamente da quanto sostengono Boeri e Garibaldi, i dati suggeriscono di utilizzare il contratto di apprendistato per quel 31% dei giovani che non ancora fanno fatto ingresso nel mercato del lavoro (disoccupati), non per coloro che sono occupati (precari). Per questi ultimi serve la vera riforma del lavoro: l’abolizione dell’articolo 18 per stimolare la crescita, la propensione alle nuove assunzioni (a favore dei disoccupati) e anche la stabilizzazione dei rapporti di lavoro (a favore dei precari).

Su quest’ultimo aspetto, peraltro, sembra esserci la parziale condivisione di Boeri e Garibaldi (forse involontaria?). Infatti, relativamente alle persone senza lavoro colpite dalla riforma delle pensioni, gli economisti sostengono che “riformando ogni nuovo contratto a tempo indeterminato, con tutele gradualmente crescenti nella durata dell’impiego, servirà a dare opportunità e tutele i lavoratori bloccati dalla riforma delle pensioni”.

In altre parole, Boeri e Garibaldi sostengono che, se ci fosse il “contratto unico d’ingresso”, nel quale l’articolo 18 esplica efficacia gradualmente man mano che sale la durata del posto di lavoro, le imprese assumerebbero più facilmente queste persone “perché i datori di lavoro già diffidenti sulla produttività di questi lavoratori, non sono in genere propensi a prendere impegni di lungo periodo con lavoratori vicini all’età di pensionamento”. Insomma, lo dicono con altre parole ma il senso è lo stesso: senza articolo 18 gli attuali disoccupati over50enni troverebbero più facilmente un posto di lavoro. Figuriamoci i giovani e i precari.