Il mondo made in Usa non è in declino ma gli americani farebbero bene a cambiare rotta

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Il mondo made in Usa non è in declino ma gli americani farebbero bene a cambiare rotta

Il mondo made in Usa non è in declino ma gli americani farebbero bene a cambiare rotta

12 Febbraio 2012

Il libro di Robert Kagan "The World America Made" ha prodotto diversi giudizi sul declino americano ed è scontato che chi per vari motivi (non necessariamente per antiamericanismo) non considera positiva per il pianeta la “primazia” americana dia per sicuro il declino, mentre chi invece pensa il contrario, tenda a escluderlo. È logico che il presidente degli Stati Uniti Obama apprezzi il libro di Kagan che nega il declino. Obama si è presentato come la realizzazione del sogno americano: il figlio del keniota che diventa presidente degli Stati Uniti e il nipote del ribelle Mau Mau è stato un messaggio diretto soprattutto ai giovani africani, arabi e asiatici per dare una nuova immagine dell’America.

Obama ha cambiato la strategia americana, ha utilizzato droni, attacchi mirati, ha eliminato bin Laden e celebrato l’uccisione di Gheddafi. Tutto tranne che pacifista, è agguerrito e deciso: essersi presentato come l’antiBush per vincere le elezioni non significa affatto che non volesse conservare la “primazia” americana. Fallita la strategia di Bush, l’America ne ha adottata una nuova che include negoziare col mullah Omar, sostenere “le rivoluzioni di primavera”, i Fratelli musulmani, l’intervento in Libia, il cambiamento di regime in Siria, le sanzioni e forse la guerra all’Iran.

Per capire Obama basta rileggere l’intervista del 15-21 gennaio 1998 di Brzezinski, consigliere alla sicurezza di Carter, al Nouvel Observateur. Brzezinski, un realista politico di ferro, dichiarò che nel giugno del 1979 Carter aveva firmato un trattato segreto per aiutare i mujaheddin prima dell’intervento sovietico in Afghanistan, per mettere in crisi il governo filosovietico e indurre i russi a invadere l’Afganistan. All’intervistatore che gli chiedeva se non temeva di avere scatenato il fondamentalismo islamico, Brzezinski rispose che l’importante era essere riusciti a far collassare l’Unione sovietica, l’Islam non era un pericolo per l’Occidente, perché i paesi musulmani era diversi: l’Arabia Saudita non aveva niente in comune col moderato Marocco, col Pakistan militarista, con l’Egitto filoccidentale. I paesi musulmani erano diversi come i paesi di religione cristiana, e questo giudizio è sostanzialmente veritiero. Democratici o repubblicani, gli americani volevano diventare impero globale: è la tendenza di ogni impero della storia ed è naturale venga perseguita anche dagli Stati Uniti.

Abbandonata la strategia neo-con di Bush, gli States hanno adottato la strategia degli human rights per favorire e sostenere ribellioni in paesi alleati storici come l’Egitto: conquistare il Nord Africa e il Medioriente, come negoziare il ritiro col mullah Omar, è essenziale per controllare l’Asia. Riuscire ad avere basi militari nel Nord Africa e in Medioriente, aree ricche di petrolio è importante anche per attrarre nella propria orbita paesi come l’India che importano petrolio dall’Iran. Come informa Asia Times online, se gli Stati Uniti riescono a convincere l’India a importare petrolio dalla Libia, il polo dei Bric risulterà indebolito. Ha quindi ragione Kagan a sostenere che l’imponente apparato bellico è un potente strumento antideclino, come lo sono l’impressionante apparato diplomatico, mediatico, l’intelligence, la creatività della propaganda americana.

Anche la nuova strategia di Obama, come quella di Bush, ha, però, qualche falla. Una spia di essa è la crisi diplomatica con l’Egitto, l’arresto e il rinvio a giudizio per finanziamenti illeciti di alcuni attivisti americani delle Ong di Madeleine Albright e McCain, tra cui anche il figlio del segretario del ministro dei trasporti di Obama, ai quali era stata molto a cuore piazza Tahir. Nel caso dell’Egitto, i media occidentali hanno sottolineato che gli Stati Uniti potrebbero sospendere gli aiuti finanziari, ma il dollaro sarebbe solo carta stampata senza la Cina, non è più smart come una volta, gli egiziani lo sanno e i cinesi sono interessati all’Africa. Inoltre, nonostante l’intervento Nato, la Libia è nel caos, le milizie si sparano tra loro e il Cnt è paralizzato, come ha scritto il New York Times il 9 febbraio, il giorno della visita di Monti a Obama.

Il punto debole degli Stati Uniti è il debito pubblico alimentato proprio dall’apparato bellico e finanziato in sostanza dalla Cina. Un punto debole anche politicamente, perché gli Stati Uniti fanno guerre e sostengono rivolte o colpi di stato in nome della democrazia, “finanziati” dalla Cina, che non è governata da una democrazia. È probabile che tra la Cina, seconda economia del pianeta che si avvia a diventare la prima, e gli Stati Uniti esportatore di democrazia con un grande apparato militare, sostenuto dalla Cina, lo status quo non possa durare a lungo, anche se è possibile che l’eventuale conflitto non sia diretto: anche la guerra fredda non divenne mai calda.

Alla Cina non farà piacere il tentativo di Obama di circondarla di basi americane nel Pacifico con l’apparato militare finanziato in definitiva dagli stessi cinesi. La Cina ha però messo il veto insieme la Russia contro l’intervento Nato in Siria, ha ignorato le sanzioni all’Iran ed è pronta a mettere il veto contro una guerra in Iran con i russi, perché un intervento in questi paesi sarebbe una grave minaccia geopolitica e geoeconomica per Beijing come per Mosca. Può darsi che armando l’opposizione siriana attraverso gli Emirati del Golfo e il solito Qatar, infiltrando squadre di “volenterosi”, come in Libia, Obama e Hillary Clinton riescano a fare scoppiare la guerra civile in Siria. In questo caso, non sappiamo quale sarà la reazione della Russia che ha la base di Tartus in Siria, né quella della Cina. Le alleanze cambiano secondo gli interessi e gli Stati preferiscono la potenza all’impotenza, come diceva il Croce realista politico. Per il momento, la Cina ha firmato un trattato commerciale-finanziario col Giappone, per il quale le due potenze si sono impegnate a non usare per i loro scambi né dollaro, né euro. Alcuni droni americani si sono fracassati ultimamente; e il drone spia, dirottato e atterrato intatto dagli iraniani, significa che il sofisticato, nuovo giocattolo della guerra elettronica Usa è violabile.

La Federazione Russa, nata nel 1991, ha rinunciato ai paesi satelliti dell’est europeo economicamente troppo costosi e dannosi per l’immagine della Russia, ma ha conservato le repubbliche asiatiche, con importanti risorse minerarie ed energetiche e nel primo decennio del XXI secolo, mentre gli americani combattevano in Afghanistan e Iraq, ha iniziato ad avere tassi di crescita elevati ed è diventata attiva nel Mediterraneo, dove è in corso un duro scontro con la Nato, come ha rivelato il sito russo Strategic Cultural Foundation. Alla base dell’intervento in Libia vi è stato anche il timore di una possibile apertura di Gheddafi alla Russia e alla Cina. Come noto, Gheddafi aveva ottimi rapporti in Africa, dove la Cina ha fatto grandi investimenti.

Secondo molti economisti, la crisi del ’29 fu risolta dall’Occidente con la seconda guerra mondiale. E non è da escludere che la guerra possa essere considerata uno strumento per risolvere anche l’attuale crisi. Lo scenario è però completamente diverso da quello della seconda guerra mondiale e l’Europa occidentale non ha due oceani a proteggerla da eventuali attacchi asimmetrici che in Iraq e Afghanistan hanno messo in ginocchio il più potente apparato bellico del pianeta. Non è poi da sottovalutare che le colonie asiatiche e africane sottosviluppate della seconda guerra mondiale ora sono diventate economie dinamiche, così come nell’America Latina il Brasile ha superato la Gran Bretagna. L’8 febbraio 2012 sul sito della Bbc un importante ex premier malese dichiara che l’Europa è povera, vive al di sopra dei propri mezzi e deve imparare dall’Asia a lavorare di più, perché la moneta non è una merce, è solo carta stampata se dietro non ha oro, petrolio o qualcosa di solido: il caffè, conclude il malesiano Mahathir, si può macinare, la carta stampata no. Le ex colonie del ‘900, gli ex paesi del terzo mondo, vedono ogni giorno sulle loro tv satellitari la crisi dell’Europa e degli Stati Uniti.

Su Aspenia Niall Ferguson avverte che gli imperi non declinano gradualmente, ma collassano all’improvviso. Per Ferguson gli Stati Uniti sono come una locomotiva che rischia di schiantarsi contro il muro, stanno rischiando il collasso e devono recuperare virtù civica e concorrenza se vogliono rimanere la punta d’eccellenza dell’Occidente. Diversamente da quanto pensa Ferguson, non è detto che il declino comporti il collasso. Proprio Ferguson afferma che la forza dell’Europa, prima del ‘900, è stata la rivalità tra le nazioni e gli imperi. Un unico ordine globale è destinato inevitabilmente a infrangersi: se il fallimento dell’Italia avrebbe provocato, secondo gli americani, la fine dell’euro e del dollaro, significa che l’ordine è fragile. Se la stessa crisi finanziaria dell’euro è stata provocata dalla crisi finanziaria americana del 2008, è chiaro che la virtù civica può fare poco in tale sistema.

Politicamente l’ordine inaugurato dopo il 1945 dagli Stati Uniti con l’Onu ricorda il sistema di potere e di autorità del Sacro Romano Impero finito con Westfalia. Le attuali sanzioni Onu sono simili a una scomunica pontificia nel Medioevo, il periodo della storia europea più studiato dagli storici americani. L’autorità pontificia era però ristretta alla sola Europa e anche in Europa questo sistema fallì, com’è noto. È naturale che gli Stati Uniti non desiderino un ordine multipolare, lavorino intensamente per fermare questa prospettiva e vogliano rimanere l’unico impero del pianeta. Però, forse non farebbe male neppure agli States concentrarsi più se stessi, fare un po’ di nation building a casa propria, costruire strade, infrastrutture, risanare periferie degradate, investire nella scuola pubblica, e, se dovesse accadere di nuovo, essere capaci di fronteggiare una nuova Katrina, che nel 2005 dimostrò tutta l’inefficienza della macchina pubblica americana.

Il declino potrebbe essere in questo caso la via per il rinnovamento. E probabilmente il pianeta non si disintegrerebbe, come ha concluso Ian Buruma sul Corriere del 6 febbraio, se venisse meno la leadership americana: forse il problema maggiore sarebbe proprio per gli europei, che non hanno alcuna voglia di diventare maggiorenni, e porsi il problema della propria sicurezza. Finite le ideologie e la guerra fredda del ‘900, prima di salire su qualsiasi locomotiva occorre prudenza. Soprattutto per noi italiani che abbiamo la tendenza a salire e scendere dai treni in fretta, senza riflettere troppo sulle conseguenze.