Sulle pensioni la Gabanelli ‘spara’ a zero ma non sa di cosa parla

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Sulle pensioni la Gabanelli ‘spara’ a zero ma non sa di cosa parla

14 Febbraio 2012

Sul Corriere, ieri, Milena Gabanelli ha definito “pasticcio” la legge n. 122/2010 per il fatto di aver cambiato le regole sul passaggio dei dipendenti dall’Inpdap all’Inps – la ricongiunzione contributiva – cosicché migliaia di lavoratori “dovranno pagare fino a 300 mila euro per ritirarsi dal lavoro”. La tesi è forte e seducente; quasi uno scoop. Peccato che non sia vera del tutto.

Dà per scontato, infatti, che quella cifra sia il prezzo inevitabile che alcuni lavoratori sono oggi costretti a pagare per andare in pensione, così lasciando fermentare nel lettore un’errata conclusione, ossia che la legge n. 122/2010 abbia vincolato a questa sorta di tassa (che il Corriere chiama pittorescamente “pizzo”), la maturazione del diritto alla pensione. E invece non è proprio così che stanno le cose, perché la legge n. 122/2010 non ha messo in dubbio il diritto alla pensione ma, come ha fatto per altri lavoratori, ha girato la manopola d’arresto del rubinetto degli incentivi pubblici statali.

Per andare in pensione, infatti, resta ferma la seconda via per sommare lo spezzone Inpdap a quello Inps: la totalizzazione. A questa alternativa, però, l’articolo fa solo breve cenno e in chiusura, quando è ormai bella e scritta la sentenza contro il vecchio governo Berlusconi, contro l’ex ministro del lavoro Maurizio Sacconi e contro il vicepresidente della commissione lavoro alla camera Giuliano Cazzola: “si è voluto consapevolmente far cassa sulla pelle di onesti e modesti lavoratori”.

Nulla da obiettare su onestà e modestia dei lavoratori; tuttavia, va considerato che i lavoratori di cui parla la Gabanelli (dipendenti interessati al passaggio dall’Inpdap all’Inps) sono gli ultimi fortunati a poter ancora andare in pensione con il vecchio e generoso sistema retributivo di calcolo della pensione; e sono anche le lavoratrici donne che, con la ricongiunzione, riescono ad aggirare i nuovi e più alti limiti d’età per la pensione fissati per i pubblici dipendenti (66 anni), di fatto anticipandola di quattro anni (62 anni).

Sono tanti particolari questi, che se omessi, volutamente o meno, distorcono il discorso fornendo un quadro di riferimento incompleto e parziale, e così alimentando nel Lettore quel senso di colpevolezza delle relative disposizioni e, soprattutto, di chi le ha legiferate. Il terreno del dibattito è quello delle pensioni. Un terreno ricco di insidie per chi voglia valutare una legge e la “scelta politica” che sta dietro con il metro di imparzialità: si finisce sempre per colpire alcuni e salvare altri.

La ricongiunzione contributiva è un’opportunità introdotta ai tempi delle vacche grasse con la legge n. 29 del 1979. Permette, a chi ha pagato contributi in diverse gestioni, di unificarli presso un’unica gestione per avere un’unica pensione. Tipico esempio è quello dell’impiegato statale (Inpdap) passato poi nel privato (Inps): con la ricongiunzione, i contributi Inpdap vengono trasferiti all’Inps e l’Inps provvede a liquidare la pensione.

Questa facoltà è stata sempre gratuita per i lavoratori dipendenti; a pagamento, invece, per gli autonomi; i lavoratori a progetto (co.co.pro., partite Iva) non ne hanno mai potuto godere. Come dire: una sorta di “articolo 18” delle pensioni! Dal 1° luglio 2010 le cose sono cambiate. Per via della legge n. 122/2010, chi vuole fruire della ricongiunzione, dipendente o autonomo, deve pagare il trasferimento dei contributi. In questo modo, dunque, di fronte alla ricongiunzione, sono state equiparate le posizioni di tutti i lavoratori, dei dipendenti e degli autonomi. Equiparare lavoratori dipendenti e autonomi è stata una scelta imparziale? Va bene, se ne discuta e si proponga diversamente; ma gridare allo scandalo di una “legge-pasticcio” è andare oltre i limiti.

Nell’articolo si afferma, suggestivamente, che “in migliaia dovranno pagare fino a 300 mila euro per ritirarsi dal lavoro” (se non paghi non vai in pensione). L’affermazione è forte e persuadente ma non del tutto vera. Non è vera quando lascia intendere che quella cifra sia il prezzo “inevitabile” da pagare per poter andare in pensione. Perché non è così in quanto è restata ferma l’alternativa della totalizzazione a preservare il diritto ad andare in pensione. La totalizzazione è utilizzabile da tutti i lavoratori compresi quelli iscritti alla gestione separata.

Quali le differenze con la ricongiunzione? Mentre con la ricongiunzione il lavoratore fa traslocare i contributi da una gestione all’altra per ottenere un’unica pensione, con la totalizzazione il lavoratore somma i diversi spezzoni al fine di raggiungere i requisiti per la pensione e la pensione sarà costituita da tante quote, ciascuna per ognuna delle gestioni totalizzate. La ricongiunzione, poi, è generalmente onerosa (a pagamento, tranne per i dipendenti fino al 30 giugno 2010); la totalizzazione invece è completamente gratuita. Infine, la totalizzazione, a differenza della ricongiunzione, richiede obbligatoriamente il calcolo contributivo della pensione, il che significa una perdita in termini di importo della pensione.

Per i lavoratori con spezzoni contributivi Inpdap e Inps, dunque, le possibilità di andare in pensione sono due e non una sola come raccontato dal Corriere. Prendiamo a esempio quella lavoratrice che ha scritto: “ho lavorato 31 anni presso la ragioneria del Comune e versato i contributi all’Inpdap; poi 9 anni fa hanno ridotto il personale e sono passata a una ditta privata, che li ha versati all’Inps e per fare la ricongiunzione vogliono più di 200 mila euro”.

A parte le perplessità su quel “licenziamento” del Comune per riduzione di personale – che sarebbe, sì, un vero miracolo! – la lavoratrice, se non vuole pagare 200 mila euro per la ricongiunzione, può chiedere la totalizzazione accettando di farsi calcolare la pensione con il sistema contributivo (e non con quello retributivo).

Certo che così la lavoratrice ci perderà ricevendo una pensione ridotta; ma si converrà che è questo una delle alternative per “finanziarie” le riforme (per trovare soldi). L’altra alternativa sarebbe stata quella di (continuare a) scaricare sul futuro, su chi verrà dopo, i costi insostenibili di scelte sociali. Arriviamo così alla questione essenziale: perché quando si tratta di fare sacrifici in termini di pensioni più lontane e più scarse devono essere sempre e soltanto le giovani generazioni a farsene carico?

Concludendo, se c’è un merito che in questa vicenda (ricongiunzione) va riconosciuto alla legge n. 122/2010 è proprio quello di aver fatto il tentativo di far ricadere anche sulle vecchie generazioni, e non soltanto su quelle giovani, il costo di una riforma. Una legge può risultare pure un pasticcio come sostiene il Corriere; ma, prima di tutto, dovrebbe mirare ad essere “uguale per tutti”. Per le giovani e per le vecchie generazioni