L’ultima chance per la politica sono le riforme, per Monti lo stop alle tasse
26 Aprile 2012
Il vento dell’antipolitica soffia forte sui palazzi della politica. Il Colle è preoccupato, i partiti pure ora che con Monti la luna di miele è finita e il governo non dà segni concreti sui due fronti scoperti: riduzione del debito e pressione fiscale. Fase delicata, con lo spettro di elezioni anticipate che torna e il pacchetto di riforme ancora da chiudere, unico vero antidoto ai demagoghi dell’antipolitica.
Napolitano difende il ‘suo’ governo dalle Cassandre del voto in autunno (“non si dia fiato ai demagoghi, si arrivi al termine della legislatura” è il monito) ma al tempo stesso sa che dopo ‘rigore-rigore-rigore’ adesso serve ‘crescita-crescita-crescita’. E forse le rassicurazioni di Passera per un verso e di Monti per l’altro, non sembrano poi così sufficienti in una fase in cui, celebrando il 25 aprile lo stesso presidente della Repubblica ricorda che “tra i nodi da sciogliere c’è il pesantissimo debito pubblico accumulatosi nei decenni e mai fatto oggetto di una decisa, costante, sistematica azione di abbattimento, innanzitutto attraverso la complessiva riduzione e insieme la razionale selezione e riqualificazione della spesa pubblica”.
L’altro versante sul quale il Colle invita l’esecutivo a fare di più e meglio è un’azione decisa a livello europeo affinchè “si operino riequilibri e indirizzi per promuovere crescita e occupazione”. Sollecitazione netta che, seppure indirettamente, ha come destinatario il Prof. di Varese che solo alcuni mesi fa si definì “il più tedesco degli italiani”. Riguardandola oggi, quella frase dice molto. E dice anche che i ‘ tecnici’ devono cambiare passo, in Italia come in Europa, che è arrivato il momento di ricordare alla Merkel che a decidere è la politica, non i mercati, tantomeno la linea rigorista a oltranza che ha già portato i paesi dell’Eurozona sulla deriva, pericolosissima, della recessione (ultima in ordine temporale la Gran Bretagna).
Questione che i partiti avvertono come dirimente anche per restituire alla politica il proprio ruolo. E che le fibrillazioni non manchino in entrambi gli schieramenti – eccetto Casini convinto del fatto che Monti non ha la bacchetta magica – lo dimostrano le voci, tornate in auge, di un possibile show-down elettorale in autunno.
Percezione chiara nel Pd (nonostante le rassicurazioni di Bersani), altrettanto nel Pdl. Al punto che Cicchitto avverte: “La durata del governo Monti dipende dalla sua capacità o meno di prendere un’iniziativa reale e non nominale sul terreno della crescita, nella quale anche i partiti che lo sostengono non possono non richiedere un ruolo, a pena di non suicidarsi”. Il punto per il presidente dei deputati pidiellini, è che non si può essere “insieme così arroganti e anche ciechi da pretendere che i partiti sostengano un governo solo sul terreno di un rigore che porta alla recessione, mentre invece il loro ruolo non può non essere quello di combinare insieme rigore e crescita”. Politica in movimento.
Già la politica. Al di là delle legittime rivendicazioni rispetto all’azione dell’esecutivo, nel tempo dei ‘tecno-professori’, degli scandali dei tesorieri e del grillismo dilagante, i partiti hanno il dovere di rimettere in pista un’offerta politica credibile e riscrivere regole chiare che trasformino il partito del non voto (56 per cento tra indecisi e astenuti secondo gli ultimi sondaggi) in consenso condiviso su poche, ma chiare, priorità. Sue i dossier ormai irrinunciabili sui quali però, alle intenzioni devono seguire le intendenze: finanziamento ai partiti e riforme (costituzionali e sistema di voto). In entrambi i casi non c’è tempo da perdere.
Sul primo punto, al di là dei controlli e delle sanzioni su cui tutti sono d’accordo, conta decidere una buona volta come agire sul quantum perché in tempi di vacche magre per tutti, la politica deve fare la propria parte se vuole riconquistare la fiducia della gente (crollata al 2 per cento, secondo i sondaggi), cominciando proprio dal ridimensionamento delle risorse. Al di là degli annunci – Bersani propone il dimezzamento; Alfano annuncia che il Pdl vi rinuncerà contando sul contributo degli elettori; Casini invoca una riduzione ma non l’azzeramento – ora servono i fatti. E le cifre, nero su bianco.
Sul secondo punto il lavoro è già avviato, eppure ancora in itinere. Le riforme istituzionali sono all’esame della prima commissione di Palazzo Madama e secondo gli auspici, entro giugno dovrebbe concludersi la prima lettura al Senato per poi passare alla Camera. Ma è anche vero che con le amministrative dietro l’angolo e lo spettro del voto anticipato la road map potrebbe subire una dilatazione dei tempi. Certo è che su riduzione di deputati e senatori, poteri al premier, efficienza dell’iter parlamentare e regolamenti parlamentari, i partiti rischiano di ipotecare una volta per tutte la credibilità e forse, anche la propria sopravvivenza. Insomma, gli alibi stanno a zero.
C’è poi il dossier della legge elettorale. Schifani aspetta il testo condiviso e chiede di fare in fretta. Intanto, però, il nuovo-round degli sherpa slitta a dopo le amministrative. Se Berlusconi – secondo i rumors di Palazzo – starebbe studiando il modello tedesco in base al quale i partiti si presentano da soli e quello che ottiene più voti ha la responsabilità di formare il governo, Bersani esalta il meccanismo a doppio turno. Il sospetto del Cav. è che in fondo il Pd la tiri per le lunghe per andare al voto con l’attuale sistema (che secondo i sondaggi lo vedrebbe in netto vantaggio).
In questo contesto, si infila la mossa di Casini che ha azzerato l’Udc verso il partito della nazione che tra le file pidielline e non solo, viene letto come un tentativo di accelerare verso l’ipotesi di voto anticipato. Iniziativa che spinge il Pdl a studiare le contromosse per non lasciare ai centristi la golden share del voto moderato, tanto è vero che il Cav. è tornato a insistere sull’unità dei moderati per non far vincere la sinistra. Come si coniugano questi movimenti con l’intesa sulla nuova legge elettorale?
Si capirà meglio solo dopo il turno delle amministrative. Ma anche qui, i partiti dovrebbero abbandonare tatticismi incrociati per ridare fiato alla politica con la P maiuscola. Prima è, meglio è.
