La riforma Fornero è un compromesso al ribasso che scontenterà tutti
28 Marzo 2012
Chiamiamola pure ‘riforma’, ma il progetto Monti-Fornero sul mercato del lavoro è una ‘manovra’ bella e buona. Non realizza infatti alcuna nuova intuizione, ma maneggia sui contratti e sul costo del lavoro, quasi lasciando insospettire che il vero fine sia più quello di una correzione dei conti pubblici (sul versante degli ammortizzatori sociali, per esempio) che quello di rendere attraenti gli investimenti in Italia o la tutela dei lavoratori senza occupazione. Quali risultati possiamo attenderci? Nessuna utilità sul versante occupazione: salvo futuri adeguamenti nel corso del dibattito parlamentare (se mai ci sarà), infatti, la riforma così come va delineandosi produrrà un po’ di flessibilità in uscita in più – sebbene con una procedura fin troppo rischiosa e ‘socialmente’ urticante, che addirittura consiglierebbe di lasciar le cose così come stanno – e molta meno flessibilità in entrata, quella stessa flessibilità che in dieci anni ha favorito l’emersione di tantissimo lavoro sommerso; produrrà, inoltre, contributi più cari per le imprese ma senza un proporzionale miglioramento delle tutele per i lavoratori che lo giustificherebbe.
Quanto al nostro futuro, possiamo attenderci un Paese con un’economia sempre più in affanno: aumentare il costo del lavoro, introdurre nuovi laccioli burocratici nei rapporti di lavoro e accentuare il ruolo di controllore allo stato, infatti, sono soluzioni che non hanno mai giovato all’economia come l’esperienza insegna; figurarsi in questo momento storico di crisi in cui risulta oggettivamente più conveniente produrre all’estero, come dimostra la sempre più elevata percentuale di imprese che delocalizzano gli insediamenti produttivi fuori dal territorio nazionale.
La causa del disastro di riforma che si paventa, con molta probabilità, è dovuta alla mancanza di un valido ingrediente caratterizzante il percorso di ammodernamento del mercato del lavoro e che, per lo meno all’avvio del dibattito politico e istituzionale, qualche mese fa, sembrava individuato nella “flexsecurity”. Infatti, da tutte le parti – Partiti, Politici e Sindacati – si ergevano quotidianamente i nuovi paladini a difesa della “flessicurezza” che, proveniente dalla cultura europea, è un’ottima idea che può garantire ai “cittadini” (attenzione; ai cittadini, non ai lavoratori dipendenti) un certo livello di serenità sul fronte occupazionale, mediante più alti livelli di protezione sociale sul mercato del lavoro (attenzione; sul “mercato del lavoro”, non nelle aziende). Poi, quando è arrivato il momento di discutere di “art. 18”, tutto è crollato: il roseo orizzonte di riforma incentrato sulla "flessicurezza" si è trasformato in una cupa atmosfera di lotta di frontiera. In conclusione, abbandonato il fine ultimo di maggiore “flessibilità” e “sicurezza” sul mercato del lavoro, ciascuno ha cominciato a ragionare avendo come fine non più la salvezza dell’economia e dell’occupazione giovanile ma la salvezza del ruolo politicamente svolto.
A peggiorare la situazione c’è stato, poi, il ruolo di basso profilo che ha giocato il governo tecnico. Infatti, anziché prospettare al Paese la riforma tecnicamente più valida, Monti e Fornero (e tutto il consiglio dei Ministri) hanno scelto la strada del compromesso politico dando un po’ a tutti: a chi una sorta di maggiore flessibilità in uscita, a chi una minore flessibilità in entrata e a chi infine la non decretazione d’urgenza. Quello che è successo (e ancora accade) lo si scopre nel linguaggio istituzionale. Termini come “precarietà” o “flessibilità” sono scomparsi quasi del tutto: governo e ministri fanno molta attenzione a usarli per non irritare il Pdl e non offendere il Pd. Per esempio, il comunicato stampa del 23 marzo, in cui il consiglio dei Ministri ha dato notizia dell’approvazione “salvo intese” del disegno di legge di riforma del mercato del lavoro, non utilizza mai il termine “precarietà”, mentre usa per due volte solo “flessibilità”. Ancora il documento contenente le linee guida per ‘la riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita’ utilizza il termine “precarietà” una sola volta e sei volte “flessibilità”.
Non è certo così che il Paese può pensare di risolvere i problemi, cioè nascondendo o mascherando quelle che sono le reali esigenze per evitare scontri politici e istituzionali. Peggio se ciò fosse, come pure è sospettabile dal distacco governativo sull’argomento, per schivare eventuali appannaggi a favore di una parte politica piuttosto che di un’altra. Il sospetto c’è perché al confronto della linea riformatrice già tracciata dal Pdl, da Maroni a Sacconi sull’idea del Libro Bianco di Marco Biagi, il Pd balbetta poco o niente di nuove idee; e quando ci sono (come quelle di Ichino) sono messe a tacere per non scontentare il Sindacato azionista (la Cgil) e i futuri partiti alleati della sinistra.
Se davvero si vuole servire il Paese si torni a parlare dei problemi occupazionali e a ricercare valide soluzioni. Precarietà e disoccupazione giovanile sono ancora là ad attanagliare l’occupazione e lì resteranno (o forse peggioreranno) dopo l’approvazione di questa riforma in Parlamento (se mai avverrà).
Serve un forte ripensamento di tutta l’idea di riforma, ripartendo proprio dall’originario ingrediente che è stato poi abbandonato via facendo: la flexsecurity. La soluzione ottimale – si abbia il coraggio di affermarlo senza pregiudizio – resta nel Libro Bianco di Marco Biagi, come ci è stato ricordato da Maurizio Sacconi nella sua lettera al Corriere lo scorso 22 marzo (assieme a Roberto Maroni). L’ex ministro del Lavoro del passato governo Berlusconi scrive “per la prima volta si introduceva esplicitamente nel confronto politico e sociale la necessità di coniugare profili di flessibilità delle imprese e di sicurezza dei lavoratori trasferendo il cuore delle relative tutele dal singolo posto di lavoro all’insieme del mercato del lavoro”.
Ecco quello che manca nell’idea di progetto di legge che sarà depositato dal governo in Parlamento (il parere, ovviamente, è basato sulle linee-guida in attesa di conoscere l’articolato normativo): manca questo trasferimento del “cuore delle tutele” dal “posto di lavoro al mercato del lavoro”: dalle aziende verso il sistema degli ammortizzatori sociali. Manca, insomma, la flexsecurity. Infatti, nell’attuale schema Monti-Fornero di riforma dell’art.18 è prevista la sostituzione della reintegrazione con il pagamento dell’indennizzo (fino a 27 mensilità) in caso di licenziamenti economici illegittimi. Può dirsi questo un accoppiamento tra flessibilità e sicurezza? No che non lo è. Per esserlo, come sosteneva Biagi, occorre traslocare la tutela (rectius l’indennizzo) dalle aziende al sistema del mercato del lavoro (rectius Inps o enti bilaterali mediante introduzione di una nuova “indennità di licenziamento” di 12, 24 o 36 mesi, che sostenga il lavoratore nel durante che trovi una nuova occupazione). Così facendo peraltro si eviterebbe pure l’urticante situazione sociale per cui “con un po’ di soldi” le imprese possono disfarsi dei lavoratori, sbugiardando gli attacchi al “padrone” che, ancora oggi, si è costretti ascoltare anche in talk show televisivi da una parte politica e sindacale (Pd e Cgil).
