La legge elettorale (che ancora non c’è) rischia di spaccare Pdl e Pd
29 Marzo 2012
Giorgia Meloni arriva a dire che non la voterà. Altero Matteoli chiede e ottiene un vertice di partito, Benedetti Valentini invoca la direzione nazionale. Tra gli ex Fi quelli del ’94 protestano. Arturo Parisi esalta il no della Bindi e parla di ‘tradimento’ della linea democrat. Stesso tema, stesso caos nei due partiti di maggioranza che più di altri scontano il peso di malumori e perplessità per l’intesa di Abc sulla legge elettorale.
Che succede? Il timore più bipartisan in questo momento è che la riforma elettorale in costruzione cancelli definitivamente il bipolarismo, mutuandone uno ‘mite’ intriso di proporzionale, che in tanti sia nel Pdl che nel Pd considerano un salto indietro ai tempi della prima Repubblica. Maretta a via dell’Umiltà, con Alfano che cerca di smussare gli angoli e La Russa e Gasparri che convocano le loro componenti per fare il punto della situazione, spiegare, rassicurare e alla fine comunicare al segretario Pdl che una cinquantina di parlamentari ex An stanno con lui. La riunione, però, serve anche a ridimensionare i commenti e gli articoli di giornale che danno tutti gli ex An in rotta di collisione con la segreteria nazionale. Una mossa tattica per ributtare la palla nel campo degli ex forzisti parte dei quali – vedi Galan – non condividono l’idea sulla quale i leader dei partiti della maggioranza hanno deciso di lavorare insieme, e continuano a invocare il ritorno allo spirito del ’94.
Qualcuno si spinge oltre, dando vita ad associazioni o liste o pseudo movimenti dal nome ‘Forza’ qualcosa (vedi Forza Lecco o Forza Verona) aggiungendo così altra benzina sul fuoco alla vigilia della tornata elettorale per le amministrative. Al punto che lo stesso La Russa sbotta dicendo che chi non condivide la linea di Alfano può anche accomodarsi. Ma il movimento di ieri tra aennini e forzisti dice che il problema esiste, nonostante Alfano si sia sgolato per assicurare che il percorso è ancora tutto da costruire e che niente dell’esperienza di An, Fi e Pdl sarà cancellato.
Tuttavia colpisce una come la Meloni (ex ministro del governo Berlusconi) che nel Pdl ha creduto e per il Pdl si è spesa abbandonando Fini al suo laboratorio futurista, che dice (come ha fatto nell’intervista a Libero) “per disciplina di partito ho votato quasi tutto. Nessuno, però, potrà chiedermi di votare contro la mia storia per riportare l’Italia indietro di vent’anni, alla Prima repubblica. Il bipolarismo è stata una conquista straordinaria, figlia anche della nostra storia di centrodestra. Il diritto di conoscere, al momento del voto, chi potrà governare in caso di vittoria non può essere revocato”. Segue messaggio in codice, pare di capire rivolto ai forzisti più riottosi: “Noi che proveniamo da Alleanza nazionale siamo quelli che hanno rischiato di più dando vita al Pdl. Abbiamo messo in gioco la nostra storia per una nuova esperienza. Esperienza nella quale continuiamo a credere. Se qualcuno ritiene che il progetto del Popolo della Libertà non sia più valido faccia le proprie scelte, ma non chieda a noi di fare passi indietro”.
A ben guardare, nessuno vuole strappi, ma è chiaro che gli ex aenne hanno tutta l’intenzione di far sentire la loro voce pur confermando pieno sostegno alla linea di Alfano. Epperò in un clima un po’ arroventato, nei ranghi pidiellini la reunion di domenica a Milano per celebrare i sessant’anni del Secolo d’Italia viene letta con un certo sospetto, come se si volesse caricare di significato politico un evento celebrativo. Non è così si affretta a dire Altero Matteoli perché la manifestazione “è fissata da tre mesi”, dunque, nessuna implicazione politica né alcun intento antiforzista. L’ex ministro delle infrastrutture si tiene alla larga da commenti sulle polemiche che da martedì agitano i partiti della maggioranza; piuttoso si limita (ma è un passaggio altrettanto significativo) ad esprimere soddisfazione per la convocazione –martedì – dell’ufficio di presidenza del Pdl convocato da Alfano con Berlusconi e che lui stesso ha invocato per primo.
Stessa musica nel Pd. La presidente del partito Rosy Bindi è furibonda e non da ora. Non ha mai digerito i trilaterali orientati verso un sistema proporzionale senza premio di maggioranza e senza obbligo di coalizione. Per la prodiana di ferro ciò che Abc hanno concordato non è altro che “la tomba del bipolarismo” . L’ala ulivista sta dalla sua parte e Arturo Parisi rincarda la dose: “Da Rosy Bindi sono venute chiarissime parole di condanna dell’accordo sulla riforma istituzionale e della legge elettorale. Mai da un membro del gruppo dirigente del partito sono venute parole così chiare sul tradimento della linea iscritta nei documenti e nelle delibere ufficiali del Pd”. Una risposta, seppure indiretta, arriva dalla presidente dei senatori democrat Anna Finocchiaro che prova a smorzare le fibrillazioni. “Quello sulla legge elettorale è ancora un accordo di massima, ma a me importa una cosa prima di tutto: che si spazzi via il vecchio Porcellum e che ci si sia impegnati a fare presto una nuova legge elettorale”. Poi avverte: “Chi parla di inciuci vuole mantenere lo status quo e il Porcellum”.
Barricate dalla sinistra radicale: per Vendola l’ipotesi di riforma è da “letteratura dell’orrore” e Di Pietro è già pronto coi banchetti per un nuovo referendum.
E’ in questo clima che vanno avanti i contatti tra le forze di maggioranza impegnate sul doppio binario delle riforme costituzionali e della legge elettorale, con in mezzo la sollecitazione del Colle e l’impegno del presidente del Senato. Schifani assicura che a Palazzo Madama si è pronti a lavorare anche il “sabato, la domenica e l’estate” per centrare l’obiettivo entro la fine della legislatura. Strada obbligata, è il convincimento della seconda carica dello Stato, perché fallire adesso sulle riforme significherebbe perdere credibilità.
Il must, dunque, è avanti tutta: dalla modifica dei regolamenti parlamentari, all’architettura dello Stato, alla legge elettorale. Sperando che tutto fili liscio
