Nicolas Sarkozy ovvero fenomenologia di una grande delusione
04 Aprile 2012
Doveva essere l’uomo della rottura Nicolas Sarkozy, e invece il suo quinquennato si è rivelato solo una grande occasione persa. Non stupisce dunque che nei sondaggi arranchi, poco avanti al primo turno secondo l’ultimo sondaggio uscito oggi per France Televisions, Radio France e Le Monde, ma terribilmente indietro al secondo turno – dieci punti di scarto – nel confronto con il candidato socialista, François Hollande.
Eppure le condizioni per essere un uomo nuovo nella politica francese sembravano esservi tutte. Il profilo umano: mezzo immigrato, mezzo nobile, abbastanza borghese. Ambizioso tanto. Brillante avvocato, precoce politico (a ventotto anni già sindaco di Neuilly-sur-Seine), spietato, opportunista sfigato (come quanto saltò sul cavallo perdente della candidatura di Edouard Balladur nel 1993) e un pizzico autoritario.
Con la sua ascesa i francesi – o almeno la maggioranza di coloro che lo hanno votato nel 2007 per mandarlo all’Eliseo – avevano sperato in uno spiraglio politico per fare uscire la Francia dalla malaise politica in cui ventisette anni di mitterandismo prima e di chiracchismo poi, avevano gettato la Vème République gollista. Doveva traghettare la Francia nel terzo millennio Nicola Sarkozy, con una nuova morale repubblicana: un po’ meno stato nel paese della religione civile statolatrica russoviana; più merito e maggiore produttività; minore paternalismo nei confronti degli immigrati violenti che mettevano (e mettono) a ferro e a fuoco i quartieri HLM. Più libertà, meno uguaglianza, insomma. Questo i caratteri della speranza sarkosista.
E poi gli slogan di successo. “Travailler plus pour gagner plus”, lavorare di più per guadagnare di più, di fronte all’idiota legge delle 35 ore (che tra i ‘lavoratori’ aveva ricevuto modesta adesione) e disegnata da Martine Aubry, figlia di Jacques Delors ed ex ministra del lavoro nel governo della guache plurielle di Lionel Jospin tra il 1998 e il 200o. Un riformatore alla Tony Blair con il touch liberal-conservatore e un po’ populista continentale. Ma Sarkozy non ha voluto essere tutto questo.
Arrivato all’Eliseo nel 2007, la prima mossa è stata sottrarre qualche pezzo di politica alla sinistra francese, la nota ‘ouverture’: Bernard Kouchner, Jack Lang, Fadela Amara, Michel Rocard, tutti volti più o meno noti del mondo politico socialista e dell’associazionismo di sinistra, finiti a farsi strumenti dell’agenda di Sarkozy.
Una politica questa che non ha allargato la base d’elettorato mobile francese. Al massimo, ha avuto l’effetto di polarizzare di più l’elettorato della sinistra francese, allontanando settori d’elettorato dal partito socialista e finiti nelle braccia dell’estrema, un fenomeno che trova conferma nella straordinaria ascesa dell’efficace tribuno populista del Front de gauche, Jean-Luc Melanchon, oggi terzo nei sondaggi, davanti niente meno che a Marine Le Pen del Front National.
Ora, sarà per una strana sindrome che aleggia dalle parti di rue du Faubourg St. Honoré, la via dell’Eliseo a Parigi, o magari sarà colpa della tendenza del nostro tempo a personalizzare la politica, fenomeno che propina a un bisognoso elettorato la percezione che un solo uomo possa mondare i mali di una comunità e restituire il futuro a coloro che hanno perso ‘fede’ nello Stato – fatto sta che dopo cinque anni il presidente uscente non ha da vendere risultati e non è chiaro quanto l’essere presidente uscente giochi a suo favore o meno.
Sarkozy ha le sue attenuanti certo: una su tutte il ciclo economico internazionale. La crisi immobiliare e finanziaria del 2007-08, la prima recessione globale, la crisi del debito pubblico europeo che lo ha visto appiattito sulle posizioni di Frau Merkel, la seconda recessione di questi mesi. Va bene. Ma è nei momenti di tempesta che si misura la tempra del capitano e le sue convinzioni. Restano però significativi le aggravanti della sua azione di governo nel tandem con il fedele primo ministro François Fillon: la spesa pubblica francese è rimasta altissima, tanti soldi pubblici sono andati alle banche, la retorica dei bonus ai dirigenti, il colbertismo è ancora in auge.
E poi la politica estera. Certo le magouille France-Afrique sono passato, e per un momento il Darfour è diventato un centro d’interessamento del Quai d’Orsay allora in mano a Bernard Kouchner. Ma è durato poco. La rottura con la politica post-coloniale in Africa dell’Ovest non s’è vista (l’operazione “Licorne” in Costa d’Avorio è ancora in piedi). L’intervento in Libia per far defenestrare Muammar Gheddafi, ha fatto più danni che altro (non è ancora chiaro che cosa ne sarà della Libia nel prossimo anno).
I rapporti con l’America del presidente Democratico Barack Obama si è ridotta alle pacche sulle spalle e a incontri per ‘belles photos en papier glacé’ con buona pace di Sarkozy. E forse, ma è al massimo un’opinione non autorevole, con un Repubblicano alla Casa Bianca, la presidenza Sarkozy si sarebbe lasciata trascinare, non foss’altro per inerzia burocratica, dentro il solito anti-americanismo di Francia, vecchio male della politica dell’Esagono.
A prescindere da quel che accadrà alle elezioni del prossimo 22 Aprile (il secondo turno sarà il 6 Maggio), Nicolas Sarkozy non sarà mai più il presidente della rupture. Al massimo il presidente potrà riconoscersi di aver ‘rotto’ la speranza che i più intravidero in lui anni or’ sono.
