“Salvare l’Italia” ci aiuta a capire com’è una classe politica responsabile

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“Salvare l’Italia” ci aiuta a capire com’è una classe politica responsabile

“Salvare l’Italia” ci aiuta a capire com’è una classe politica responsabile

10 Giugno 2012

Libro Aperto Editore ha di recente pubblicato un volume di Discorsi extraparlamentari di Vittorio Emanuele Orlando sotto il titolo Salvare l’Italia, curato e introdotto da Fabio Grassi Orsini, già autore di un lungo saggio introduttivo ai Discorsi parlamentari dello statista siciliano, pubblicati nel 2002 per iniziativa dell’Archivio Storico del Senato ed editi dal Mulino. Il volume permette di ripercorrere alcuni momenti chiave della straordinaria vicenda politica e intellettuale di Orlando, insigne avvocato, giurista, accademico di fama internazionale e brillante uomo politico, che arrivò a rivestire la carica di ministro della Pubblica Istruzione dal 1903 al 1905, ministro guardasigilli dal 1907 al 1909, ministro dell’interno dal 1916 al 1917, capo del governo dal 1917 al 1919, quindi guida politica nella fase decisiva del dopo Caporetto e poi protagonista della Conferenza della pace del 1919.

Eppure Vittorio Emanuele Orlando non è un personaggio molto amato, lo ricorda Fabio Grassi Orsini nella sua introduzione, imputando questo atteggiamento soprattutto all’ “ombra di Versailles” e cioè agli esiti non proprio favorevoli delle trattative di pace. Il curatore individua molto nettamente la difettosità del giudizio che ha gravato su Orlando rispetto a quella precisa vicenda, un giudizio poco rispettoso degli aspetti tecnico-diplomatici – che sono determinanti in frangenti del genere –, che non ha tenuto conto dell’atteggiamento dei “tre grandi”, soprattutto di Clemenceau e di Wilson, ed anche di una situazione politico-parlamentare contrassegnata da grande rivalità, che non favorì la posizione del capo del governo – lo stesso Orlando a proposito di quei mesi scrive che “la guerra aveva agito sui partiti come un compressore sopra una molla; cessata l’azione dell’uno, scattò l’altra con moltiplicata violenza” (p. 176). Il giudizio storiografico infatti ha senz’altro risentito delle critiche coeve, di varia ed anche contrapposta coloritura politica: degli interventisti democratici da una parte, che accusavano Orlando di aver “subito” la linea imperialista di Sonnino; dei nazionalisti dall’altra, che gli imputavano remissività e arrendevolezza, in sostanza di aver perso al tavolo della pace quello che l’Italia aveva conquistato sui campi di battaglia (p. 6).

Ci sentiamo di aggiungere altre motivazioni riguardo alla poco positiva considerazione di Orlando. Una delle cause è sicuramente la sua appartenenza a quella classe politica liberale che fu inizialmente accondiscendente nei confronti del fascismo, un atteggiamento generato da una necessità di protezione delle istituzioni satutarie e di un ritorno all’ordine nei confronti delle minacce di matrice rivoluzionaria, pensando che il fascismo potesse alla fine essere “costituzionalizzato”. Si trattò di un grave errore di valutazione, ma è anche vero che Orlando fu tra i pochi che, dopo il delitto Matteotti, non ebbe alcun timore di sfidare a viso aperto il capo del fascismo. Come fece il 16 gennaio del 1925, in quel famoso discorso in cui, tra interruzoni, commenti e gesti di scherno, parlò di un Paese ormai incapace di una vita civile perchè oscillante tra “una libertà pazza e un’autorità inferocita”. E ancora, non è da dimenticare che nell’estate del 1925, Orlando fu protagonista di una accesissima battaglia elettorale per le amministrative di Palermo, persa soltanto per brogli e violenze intimidatorie favorite da un prefetto connivente (che poi nel dopoguerra, sottoposto a procedimento di epurazione, si rivolgerà ad Orlando per chiedere clemenza!). “L’ultima battaglia legale contro il fascismo” è stata definita da Antonio Jannazzo, che ne ha ben ricostruito la vicenda.

Un’altra aggravante del giudizio su Orlando è riconducibile alla posizione di preminenza acquisita sul terreno scientifico, perchè maestro riconosciuto della scuola giuspubblicistica italiana e pertanto ritenuto indirettamente responsabile del silenzio che accompagnò i provvedimenti giuridici che caratterizzarono il processo di instaurazione del regime fascista. Laddove bisognerebbe forse valutare più attentamente quanto quella tradizione giuspubblicistica avesse giocato in senso conservativo soprattuto di una prassi liberale, una tradizione che alla fine si rivelò capace di depotenziare ipotesi di architettura statuale ben più estreme, pure presenti nel dibattito politico dottrinale degli anni del regime. Si provi a leggere quanto afferma Guido Melis su Santi Romano, forse il migliore allievo di Orlando, che certo non nega che egli sia stato un fascista e che in qualità di presidente del Consiglio di Stato, che resse dal 1928 al 1944, Romano avesse anche efficacemente collaborato con il governo, ma aggiungendo che “la qualità della giurisprudenza e della consulenza amministrativa evitarono spesso dal rischio della più brutale strumentalizzazione politica” (G. Melis, Santi Romano, in Il Consiglio di Stato nella Storia d’Italia, Giuffrè, Milano 2006, p. 1528).

Orlando, da parte sua, così come aveva lasciato la carica di deputato, aveva anche abbandonato la carriera universitaria. Ma andrebbe valutato anche il significato opposto della presenza “accademica” di Orlando, sino a quando essa fu possibile, sui cui testi si formarono generazioni di studenti, compresa quella generazione che ricostruì la nuova Italia disegnandone la nuova carta costituzionale. Nell’aprile del 1947, su “Risorgimento liberale”, l’organo del PLI, venne pubblicato un omaggio al vecchio docente che ritornava all’Università di Roma e si ricordavano quelle ultime lezioni spesso interrotte dall’ingresso di qualche squadraccia in aula, con “tutti i discepoli che circonda[va]no la cattedra del Maestro per impedire ogni atto di volenza”. Lo stesso De Gasperi tenne molto in considerazione Orlando durante la fase della transizione democratica, quando il vecchio statista ebbe un ruolo importante, perchè punto di riferimento per i grandi problemi di ordine costituzionale, ma anche elemento moderatore e mediatore tra i vertici decisionali italiani e alleati, sulla base di una indiscutibile esperienza istituzionale. Per rendersene conto, d’altronde, basta frequentare il fondo documentario conservato presso l’Archivio Centrale dello Stato, in cui si distingue un ricchissimo carteggio, e non solo con le più importanti personalità del tempo, ma anche con gente comune, come nel caso delle moltissime lettere che furono inviate a Orlando dalle vittime delle violenze comuniste sui nostri confini orientali. E chi più del “Presidente della Vittoria”, che ancora in quegli anni amava definirsi come “un’ombra tra le ombre del Carso e del Piave”, poteva capire il dramma dell’italianità offesa?

E sempre alla fase della transizione è riconducibile un altro suo atteggiamento che può avere ingenerato se non discredito sicuramente incomprensione. Mi riferisco alla sua opposizione alla ratifica del Trattato di Pace firmato dall’Italia a Parigi il 10 febbraio 1947, giudicato come un diktat punitivo, opposizione che Orlando giustificava con la necessità di far valere lo sforzo profuso con la lotta di liberazione dal 1943 e sposando la tesi di Croce di una diversificazione tra “guerra di popoli e guerra di religione” e quindi tra guerra fascista e guerra degli italiani, come ricorda lo stesso Orlando in un discorso pronunciato a Roma il 4 novembre 1944 in ricordo di “Vittorio Veneto”, pubblicato nel testo in questione (pp. 63ss). Molti videro in quell’atteggiamento l’ottusa ostinazione di un vecchio mosso dal fantasma di Versailles, l’incapacità di comprendere la realtà di un mondo dominato da due blocchi contrapposti in cui le rivendicazioni nazionali non potevano avere più il peso del passato, quando non un deprecabile nazionalismo del tutto fuori tempo. Che fosse l’esperienza a dettare la necessità di evitare gli errori degli anni entre deux guerres non ci sono dubbi, ma non si trattava di una posizione cieca nei confronti dei nuovi orizzonti internazionali o della volontà di sfuggire ad una logica di blocco. Non dimenticando che nella tradizione liberale, la rivendicazione nazionale non è disgiunta dall’accettazione di un sistema di alleanze, anzi, l’una e l’altra dimensione hanno costituito il presupposto ideologico di base della diplomazia liberale, da Cavour in poi.

I Discorsi extraparlamentari di Orlando, che raccolgono interventi che vanno dal 1910 al 1952,   costituiscono dunque un contributo prezioso, quanto mai opportuno nel sessantennale della morte dello statista siciliano, che spezza l’oblio che a volte avvolge alcuni personaggi chiave della nostra storia politica. Ma c’è qualcosa di più: la sua lettura aiuta a capire quali dovrebbero essere le qualità di una classe politica responsabile, che prima di tutto deve essere composta da uomini liberi, capaci di umanità, che amano il proprio paese e lo servono.