Sulle riforme costituzionali la sfida è tra riformatori e paladini dello status quo
11 Giugno 2012
La partita vera inizia oggi, al Senato. Col pacchetto delle riforme costituzionali al dibattito dell’Aula. Si vedrà chi vuole cambiare veramente per svecchiare l’architettura dello Stato e chi, invece, si arroccherà sulla difesa dello status quo magari aggrappandosi al solito ‘non c’è tempo’. Il vero discrimine è questo e in gioco c’è il futuro del paese.
Prima Giorgio Napolitano, poi i presidenti di Senato a Camera a ricordare alle forze politiche l’importanza di approvare prima possibile (cioè prima della fine della legislatura) quei provvedimenti – peraltro già licenziati dalle commissioni, mediati tra i partiti della maggioranza e metabolizzati al proprio interno – per dare alle istituzioni più forza e più efficienza.
Da oggi, occhi puntati su Palazzo Madama. All’ordine del giorno la discussione generale sulla riforma costituzionale. Compreso l’ultimo capitolo che si è aggiunto: il semipresidenzialismo alla francese. Che nelle intenzioni del Pdl – che ieri lo ha formalmente ufficializzato – deve andare insieme con la riforma della legge elettorale. Semipresidenzialismo insieme al doppio turno, altrimenti niente da fare. ‘Indisponibile’ è il termine che la nota di via dell’Umiltà sottolinea in grassetto per chiarire subito che i margini non ci sono e che o si va in Aula con questo schema, oppure non se ne fa di nulla. Una mossa per far uscire allo scoperto il Pd e per non restare col cerino in mano.
Ma è anche un modo, al netto dei tatticismi, per rivendicare una riforma rimasta nel cassetto da decenni e sulla quale in pochi, ancora oggi tra gli addetti ai lavori (politici e non, vedi i costituzionalisti) possono storcere il naso. Giusto Casini che si trincera dietro il refrain del ‘non c’è tempo’ o la Bindi, più interessata al no pregiudiziale che alla sostanza della proposta. In casa Pd, invece, ci sono voci fuori dal coro come quelle di cinque senatori che prima di dire no dicono ‘andiamo a guardarci dentro’. E se questo sarà l’approccio reale, ci sono buoni motivi per ritenere che qualche passo in avanti sarà fatto. Anche se la strada appare in salita, perché Pd e Udc ne fanno più una questione di metodo che di merito e su quella sono pronti a tirare su barricate demagogiche.
Il dossier-semipresidenzialismo sta in sei emendamenti presentati dal Pdl a firma del capogruppo Gasparri e del suo vice Quagliariello. Tra i punti dell’impianto pidiellino ce n’è uno destinato ad alimentare polemiche, come segnalano numerosi parlamentari della maggioranza: il presidente della Repubblica, “eletto a suffragio universale e diretto”, non sarebbe più il capo del Csm. Per ‘conflitto d’interessi’. Tra le nuove prerogative del presidente ci sarebbe anche quella di presiedere il Consiglio dei ministri con una sorta di “sconfinamento” nel potere esecutivo. Dunque, per evitare conflitto tra potere esecutivo e giudiziario, il Pdl ha formulato l’emendamento che consegna la guida del Csm al primo presidente della Corte di Cassazione. Nell’emendamento che modifica gli articoli 87 e 104 della Costituzione, si legge: “Il Consiglio superiore della Magistratura è presieduto dal primo presidente della Corte di Cassazione. Ne fa parte di diritto anche il procuratore generale presso la Corte di Cassazione”.
Un ruolo non secondario negli equilibri delle forze in campo a Palazzo Madama potrebbe giocarlo la Lega che, tuttavia, ha già detto di essere disponibile a discutere del semipresidenzialismo a patto che la riforma della Costituzione preveda e trascriva nero su bianco, l’istituzione del Senato federale.
Molto del livello di intesa complessivo tra Alfano e Bersani dipenderà – pare di capire – dalle modifiche all’attuale sistema di voto. La road map già fissata prevede un tempo di tre settimane per dire se nel 2013 si andrà al voto col ‘Porcellum’ o con una nuova legge elettorale. Potrebbe essere questa la cartina di Tornasole per comprendere come e quanto andrà avanti di pari passo col semipresidenzialismo. Certo, il Pdl punta sulle voci democrat fuori dal coro dei no a prescindere, quei cinque senatori che per il momento si sono palesati invitando i colleghi di partito a metterci il naso e a vedere di che si tratta prima di pronunciarsi. Confronto nel merito, insomma. Se gli emendamenti dovessero passare, l’unico modo per mettere mano al sistema di voto è il doppio turno alla francese, ma solo in quel caso. Altrimenti? Resta la bozza dell’intesa ABC: modello proporzionale misto tedesco-spagnolo, poi archiviato dall’esito delle amministrative.
Vedremo oggi che aria tira a Palazzo Madama. Ma su una cosa almeno la strada appare chiara a tutti in Parlamento: la politica non può più permettersi di non decidere.
