Welfare o non Welfare, in America questo è il problema
18 Agosto 2012
Finora era stata una campagna elettorale noiosa, Obama che accusa Romney di voler togliere le pensioni alle vecchiette e Romney che attacca il “Big government” dei liberal. Poi Romney ha scelto Paul Ryan come suo “vice” nella corsa alla Casa Bianca e le quattro settimane che separano gli Usa dal voto si sono scaldate, perché – spiega lo storico Del Pero – “Ryan è uno dei giovani turchi che nell’ultimo biennio hanno reso impossibile la vita sia a Obama che alla leadership repubblicana al Congresso”. Nel luogo che più di ogni altro dà una direzione agli USA, la Camera dei Rappresentanti, Ryan fino a ieri guidava l’importante commissione Bilancio. A marzo, ha presentato la versione 2.0 del suo “Path to Prosperity: a Blueprint for American Renewal”, un ambizioso piano che punta a tagliare le tasse, ridurre la spesa pubblica, e radere al suolo la riforma sanitaria del Presidente Obama.
L’America ha come molti altri Paesi un proprio modello di welfare. Nel 1965 questa spesa incideva per il 25,6% sul PIL, nel 2008, prima della Grande Recessione, era salita a quota 32,6%. Un trend che non può continuare all’infinito. Ryan ha tradotto la difficile algebra del bilancio in parole comprensibili per l’uomo della strada, nella dura consapevolezza che il welfare, così com’è, è destinato al collasso. Nelle sue intenzioni bisogna quindi riformarlo secondo il vangelo reaganiano, “restringendolo” per farlo funzionare meglio, come avvenne negli anni Ottanta, o perlomeno come si cercò di fare allora, in un contesto di crescita economica molto diverso (e migliore) dal nostro, e senza dimenticare che anche il mitico “Gipper”, alla fine, dovette cedere di fronte all’incalzare della spesa federale (Servizi Sociali, Medicare, educazione, formazione al lavoro, ecc…), ottenendo pochi risultati.
Ryan è diventato il beniamino del Tea Party, il movimento che della lotta allo Stato spendaccione ha fatto la sua bandiera; sembra aver compattato i neocon (è di qualche tempo fa l’endorsement di Bret Stephens sul WSJ) e gli evangelici. Con la sua competenza si fa apprezzare da quell’elettorato indipendente che probabilmente non si fida più dei Democratici e si guarda attorno per capire chi votare. Obama, il grande architetto del salvataggio pubblico dell’economia – che non ha portato l’America fuori dalla recessione – ha subito accusato Ryan di «darwinismo sociale». Ergendosi a difensore degli investimenti statali in ricerca, innovazione e sviluppo, il Presidente ha promesso di tassare i ricchi per sostenere la classe media, spiegando che non ha alcuna intenzione di rinunciare al welfare come lo conosciamo oggi. Anche perché si tratta di un prezioso strumento di consenso elettorale. Obama si era già preso il voto ispanico grazie ai passi falsi di Romney sul tema dell’immigrazione, adesso può spiegare ai “latinos” che Ryan intende «privatizzare» i servizi sociali: non è vero, ma l’impressione è quella.
La coppia Romney-Ryan rischia quindi di prendere una brutta china. Obama potrebbe capovolgere l’assunto che le prossime elezioni saranno un referendum sul suo conto: per adesso sono diventate un referendum sul piano di Ryan (l’anno scorso, la Democratica Kathy Hochul ha giocato tutta la campagna elettorale nel 23esimo distretto di NY in chiave anti-Ryan, vincendo un posto che era dato per sicuro ai repubblicani). Il problema non è semplicemente l’aggressività elettorale di un Presidente che non ha perso la sua proverbiale combattività e verve retorica. La verità è che ogni quattro anni i candidati repubblicani sostengono di voler riformare il welfare e ogni volta gli elettori repubblicani li smentiscono con le urne.
Il «ryanismo», l’ideologia del “taglia-che-ti-passa”, non convince neppure economisti, eminenti osservatori moderati, e repubblicani affatto eretici. Il Nobel per l’economia Krugman ha negato che nei prossimi 10 anni il deficit Usa possa calare semplicemente introducendo dei “voucher” e scaricando la spesa sanitaria a livello locale, significherebbe «ridurre gli aiuti ai poveri per abbassare le tasse ai ricchi». La rivista “New Republic” si è domandata come sia possibile contenere la spesa pubblica al 4% del PIL se dopo la Seconda Guerra mondiale non è mai scesa sotto l’8% (tanto più che Ryan giura di non voler toccare la spesa militare). La risposta è che Ryan guarda lontano, al 2050. Troppo lontano. David Brooks ha scritto che il Piano di Ryan, così com’è, è “inaccettabile per gli elettori moderati è non ha nessuna chance di passare”. La proposta di ridurre budget federale, debito e deficit, fa discutere ma rischia di non emozionare gli elettori che si chiedono come verranno creati nuovi posti di lavoro.
Quali sono le ricette liberiste per contrastare la stagnazione, la disoccupazione, le diseguaglianze, il declino dei tassi di crescita americani? Qui casca l’asino. Scegliendo Ryan, «Romney ha fatto un grande favore a Obama», dice David Frum: «Sto con Paul perché gli Usa devono contenere la crescita del Medicare e tagliare la spesa. Ma questo potrà avvenire solo dopo che l’economia si sarà ripresa e condividendo tutti insieme i sacrifici». Funzioneranno le ricette per la crescita se si deprime il consumo interno con “l’austerity”?
Dicono che il grosso merito di Ryan sia stato quello di aver messo con le spalle al muro i Democratici, costringendoli a fare i conti con la (in)sostenibilità futura dell’attuale sistema di welfare, ma non è certo la prima volta che succede. Negli anni Sessanta, fece scalpore il “Rapporto Moynihan”, del senatore e sociologo Daniel Patrick Moynihan (Democratico), che mostrava come gli aiuti alle famiglie nere povere non risolvessero i loro problemi economici, anzi aumentassero la loro dipendenza dallo Stato. Da allora le politiche degli Stati occidentali, pur con le debite differenze, non sono cambiate granché, e si può azzardare che il welfare figlio della moderna socialdemocrazia abbia avuto una funzione depressiva sul capitalismo, tassando i profitti e la crescita, riducendo «l’esercito di riserva della manodopera» di marxiana memoria, disincentivando gli imprenditori ad assumere e i lavoratori a cercarsi un’occupazione. Eppure gli americani, la generazione degli “Hope Springs”, il welfare vogliono tenerselo stretto, infischiandosene di scaricarne i costi sulle prossime generazioni.
Alternative? I governi dovrebbero incoraggiare maggiormente l’offerta di servizi sociali senza essere costretti a pagarli direttamente, grazie a un modello di cooperazione con le comunità locali, il mondo imprenditoriale, le istituzioni religiose, il volontariato e il “Terzo settore”. Andrebbe dato sostegno morale alle persone in difficoltà, responsabilizzandole da un punto di vista individuale e assicurandole sul fatto che un’opportunità prima o poi arriva, sempre che tu la stia realmente cercando. Il fatto è che Ryan non è un “conservatore compassionevole” come George W. Bush, né mostra di voler seguire le orme della “Big Society” di David Cameron. No, la parola magica di Ryan è ora e sempre competizione. A meno che non ti trovi nel bel mezzo di una delle roteanti crisi cicliche del capitalismo americano, come quella scoppiata nel 2008-2009. Allora anche i falchi del Wisconsin si turano il naso, votano il TARP e approvano lo “stimulus” obamiano.
