Tancredi (Pdl): “All’Italia servono meno regioni. Abruzzo, Marche e Molise centro dell’Adriatico”

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Tancredi (Pdl): “All’Italia servono meno regioni. Abruzzo, Marche e Molise centro dell’Adriatico”

29 Gennaio 2013

L’Abruzzo ha una grande occasione nei prossimi anni. Sfruttare la sua vocazione adriatica per rispondere alla sfida europea delle "macro-regioni". Per cogliere questa opportunità, come pure per avere uno sviluppo industriale che porti oltre la crisi, serve una classe dirigente lungimirante. Ne è convinto il senatore Paolo Tancredi, che corre alle elezioni del 2013 per la Camera dei Deputati. Tancredi pensa a un’area geografica più ampia del solo Abruzzo, che comprenda anche Marche e Molise, una proposta che va nella direzione della riduzione del numero delle regioni italiane. La composizione delle liste del Pdl in Abruzzo, infine, ha provocato uno squilibrio tra le diverse anime del partito. Una frattura da sanare in fretta pensando alle future politiche di governo. 

Senatore, che succede nel Pdl abruzzese? I giornali non parlano d’altro…

Senta, preferirei chiudere qui le polemiche. Riconosco che nella composizione delle liste del partito sono stati commessi degli errori, che questo ha causato una situazione di disagio a Pescara, ma quand’è che parliamo di programmi e di proposte? Faccio una sola considerazione: Pescara è sempre stata la città più "cosmopolita" dell’Abruzzo, se c’è una qualità nei pescaresi è quella di saper guardare oltre i confini della loro regione, e anche io, da parlamentare, mi sono sempre sentito "pescarese". Quindi perché cadere in una sorta di campanilismo?

Allora parliamo di programmi. L’Unione Europea ha dato il via libera alla costituzione della macro-regione adriatica, una questione strategica per l’Abruzzo.

Iniziamo col dire che personalmente penso a un’area che insieme all’Abruzzo comprenda anche Marche e Molise. 3 milioni e mezzo di persone sono tante, possono competere con l’Emilia e il nord Adriatico e con i Paesi balcanici.

Sì ma si tratta di 3 regioni, non una

Il regionalismo italiano soffre di nanismo. Credo che al di là delle formule e delle definizioni demagogiche sia necessario ridurre il numero delle regioni, da 20 a 12.

Una parte fondamentale della programmazione europea sulla macro-regione adriatica riguarda i trasporti, la mobilità, le reti energetiche… Cosa deve fare l’Abruzzo per non farsi trovare impreparato davanti a questa sfida?

Abbiamo una buona rete autostradale e un problema con quella ferroviaria. Si può connettere il trasporto su gomma con i principali porti commerciali, penso a Ortona, ma scontiamo ancora un ritardo nella realizzazione di un vero sistema intermodale integrato, anche per colpa dei tagli agli investimenti infrastrutturali che ci sono stati negli anni scorsi. 

Quindi?

L’Abruzzo ha una vocazione e delle enormi potenzialità come piattaforma logistica, è al centro di due assi: quello verticale della dorsale adriatica che unisce il Mediterraneo all’Europa baltica e quello orizzontale del corridoio V che da Kiev arriva in Croazia. Soprattutto nell’asse est-ovest, la nostra regione ha una posizione strategica per collegare Adriatico e Tirreno. Marsica e Valle Peligna sono a un passo da Napoli e da Roma. La programmazione deve andare in questa direzione, dobbiamo sfruttare la nostra posizione geografica. Ci sono consistenti investimenti che possiamo già fare come regione.

In che modo una buona programmazione può influenzare il tessuto industriale abruzzese? Che risposte dare ai lavoratori delle aziende in crisi che rischiano il posto di lavoro?

Sono due discorsi che si tengono e il lavoro va difeso. La classe dirigente che deve mettere l’Abruzzo al centro dell’Adriatico è la stessa che ha il compito di immaginare un modello di sviluppo industriale che ci porti fuori dalla crisi.

Quale sviluppo industriale?

Se vogliamo dare ai territori l’attenzione che meritano forse non dovrebbe essere così scontato ospitare solo investimenti delle grandi multinazionali.

Il rilancio economico non si discute ma l’Adriatico è anche un mare di frontiera, unisce storie che appartengono a una radice identitaria comune. Secondo lei non dovrebbe essere anche questo il senso di una macro-regione?

Il mito vuole che fu Diomede a fondare Teramo. Certo che c’è questa radice comune, lo sa che in Abruzzo ci sono delle comunità in cui si parla albanese? Ci sono sempre stati dei contatti culturali, il mare ci ha legato, anche se la guerra nella ex Jugoslavia e le crisi degli ultimi anni sono state elementi problematici e drammatici. Adesso bisogna tornare a sfruttare le potenzialità di quella vicinanza.