Un blog per raccontare che nello sport c’è molto più dello sport
01 Agosto 2007
di Redazione
Per dirla alla Phil Jackson, il coach degli
indimenticabili Chicago Bulls di Michael Jordan: «nello sport, c’è molto più
dello sport». «Fuorigioco» è il blog che vuole dar conto dei tanti
(altri) aspetti del fenomeno sportivo, in Italia, in Occidente, verso Pechino
2008. Senza ricorrere a troppi tatticismi e tecnicismi. Piuttosto, esibendo un
sano spirito agonistico. L’importante sarà rendere partecipi i lettori di
partite che si giocano anche a bordo campo, applicando gli schemi della
politica, dell’economia, dello spettacolo e della cultura. Pronti? Via!
Tre indizi uno in fila all’altro, sommati giusto per
totalizzare una prova. Primo e secondo indizio. La controversa risoluzione dei due
gialli dell’estate sportiva – la spy story/legal thriller della Formula 1 e il
legal thriller/medical drama del Tour de France – continua a intrigare teorici
del complotto e più pragmatici analisti del Palazzo, là dove si amministra il
business dei motori e del pedale, governandolo secondo norme codificate
(scritte e non scritte). A proposito di regole e di eccezioni. Il circo
allestito da Bernie Ecclestone aveva dunque provato a risolvere al suo interno,
lo scontro senza precedenti tra le due maggiori scuderie in pista. L’ha
rivelato l’AD della Ferrari Jean Todt, accennando a un gentleman’s agreement
stabilito con la McLaren di Ron Dennis, ancora lo scorso 9 giugno. La
salomonica decisione del Consiglio FIA, per l’assoluzione del comportamento
sospetto di Stepney e Coughlan, è quindi l’inevitabile conseguenza dello
stralcio di ogni possibile constatazione amichevole tra le parti. Lo stretto
passaggio obbligato alle vie legali ha finito per penalizzare quelli del
Cavallino, e non poteva essere altrimenti, per chi si è ritrovato l’incombenza
di giudicare un caso già scottante di suo, per giunta a campionato in
accelerata verso la dirittura d’arrivo.
Lo spettacolo doveva continuare: e con
ambedue i suoi massimi protagonisti, evitando accuratamente di ritoccarne
assetti e sospensioni (anche dalle gare). Viceversa la corsa di Michael
Rasmussen, lanciato in maglia gialla verso Parigi, neanche avrebbe dovuto
cominciare. Appena prima dell’inizio della Grande boucle, il fuggitivo non si è
reso reperibile per l’effettuazione di due controlli anti-doping a sorpresa,
richiesti dalla federazione internazionale. La scorrettezza non varrebbe altro
che la squalifica, soprattutto in termini d’immagine, di un evento e di una
disciplina di loro abbondantemente schizzati di fango, nonostante le severe
lavate di capo a chi si macchia di assunzioni proibite (due espulsioni in
quindici tappe). Oltralpe quasi un reato penale. Per colpa di un cavillo
burocratico e di una comunicazione istituzionale fuori tempo massimo, l’albo
d’oro del Tour ha rischiato seriamente di sporcarsi un altro anno ancora, dopo
quelli segnati dagli affaire Rijs e Landis. Il caso strano l’ha risolto
un’operazione di pulizia, condotta in extremis dalla stessa Rabobank, che ha
infine licenziato il proprio dipendente capo-classifica. Nella sostanza, la
pressione di CIO, organizzatori, gruppi sportivi e ciclo mediatico-giudiziario
si era fatta davvero insostenibile, anche al di là di quello che formalmente sostenevano
i regolamenti. E poi dice che uno la butta in politica.
Terzo e ultimo indizio. Il Palazzo del governo de l’Havana
ha diramato un laconico dispaccio presidenziale, settimana scorsa. Il
comunicato faceva riferimento alla spedizione della selezione cubana, chiamata
a rappresentare l’isola e il suo regime in quel di Rio de Janeiro, sede
designata per i Giochi Pan-americani 2007 (13-29/7). Più in particolare, una
nota si esprimeva in questi termini, sul (quasi) misterioso abbandono del peso
gallo Guillermo Rigondeaux e del welter Erislandy Lara, scomparsi
all’improvviso dal ritiro della nazionale: «I pugili cubani sono stati
messi a terra da un colpo alla mascella, pagato con dollari USA. Esiste una
mafia che utilizza raffinate tecniche psicologiche e milioni di dollari, per
selezionare, acquistare e promuovere la carriera dei cubani in competizioni
pugilistiche internazionali». Questa la versione dei fatti offerta
dall’entourage di Fidel Castro, quasi in loop con altre scarne prese di
posizione espresse in circostanze analoghe (di recente se la sono svignata,
approfittando di una tournée all’estero, anche altri validi boxeur quali
Barthelemy, Gamboa e Solis Fonte). Certo fanno un’altra sensazione, i nomi del
campione olimpico Rigondeaux e del fuoriclasse Lara: nomi puntualmente
rispuntati fuori dopo pochi giorni, compresi nell’elenco aggiornato dei
professionisti messi sotto contratto dall’Arena Box Promotion di Ahmet Oner,
navigato manager di stanza in Europa. La fuga per la vittoria nel pugilato che conta,
allo svolgimento di un’attività remunerata a prezzi di mercato, è infine una
libertà che il regime castrista non si può permettere. E non appena i suoi
indifendibili difensori abbassano la guardia, ci pensano poi gli stessi
migliori sportivi cubani, a metterne KO la retorica propagandistica. Non sono
forse loro, a subire in prima persona il più pesante degli embarghi? In
definitiva, riuscire ad aggirarlo vale davvero la conquista del titolo più
prezioso.
