Banca Popolare Cooperativa: modello efficace per lo sviluppo dei territori
12 Marzo 2013
In questa fase lunga e complessa di crisi economica, nella quale gli istituti di credito vengono tutti accomunati indistintamente nel ruolo dei cosiddetti colpevoli, appare ancora più urgente la necessità di far conoscere e comprendere meglio il funzionamento, la composizione e le diversità presenti all’interno del sistema bancario. Non tutti forse conoscono quale sia la differenza tra una Banca Popolare Cooperativa ed una banca società per azioni. Alla base della formula cooperativa vi è un principio molto semplice, il limite al possesso azionario e la presenza del voto capitario, che tende ad assicurare peso uguale fra i soci, indipendentemente dalle azioni possedute, e una più ampia partecipazione della compagine sociale alla vita della banca stessa.
Questa distinzione risulta ancora più necessaria e stringente alla luce di quanto sta emergendo nelle ultime settimane in merito ad una possibile trasformazione della Banca Popolare di Milano dallo status di cooperativa a quello di SpA.
Questo cambiamento, infatti, tende a snaturare quello che è il DNA originale di una banca che, come nel caso delle Popolari, è nata e si è affermata nel tempo assicurando lo sviluppo sociale ed economico del suo territorio.
Giustificare questa metamorfosi con una presunta inefficacia del modello di banca popolare e con la presenza allo stato attuale di condizioni tali da favorire la formazione di management autoreferenziali appare alquanto pretestuosa.
Innanzitutto, sono numerosi i casi di management autoreferenziale che nell’ambito di banche SpA hanno dimostrato di provocare danni ai risparmiatori (basti pensare ai mutui subprime negli Stati uniti). Proprio l’enfatizzazione del modello di banca universale come quello unico da perseguire e da elogiare ha portato, infatti, agli eccessi degli anni passati e ai prodromi della crisi che dal 2008 sta colpendo l’economia internazionale. Una tendenza accentuata dall’avvento del cosiddetto owner capitalism che ha portato i manager ad essere anche azionisti.
Inoltre, gli esempi, anche recenti, di trasformazione di una banca Popolare in banca SpA non sono stati positivi, come nel caso, ad esempio, della Banca Antonveneta, trasformata in società per azioni nel 2002 e dopo diversi passaggi di proprietà (olandesi dell’ABN-AMRO e spagnoli del Banco Santander) è stata acquisita dal Monte dei Paschi. Un’operazione che non ha generato alcun valore aggiunto al territorio del Veneto.
Inoltre, le Banche Popolari hanno dimostrato proprio durante la crisi, concretamente, quanto la loro governance unita ad un modello di business basato sul relationship banking e che privilegia le relazioni con il cliente sia stato foriero di successi, garantendo per quanto possibile nella difficile congiuntura attuale redditività e sostegno economico e sociale alle comunità.
Il flusso di nuovi finanziamenti alle piccole e medie imprese erogati dal Credito Popolare negli ultimi quattro anni è stato infatti di circa 160 miliardi di euro, un dato in linea con quanto registrato nei quattro anni precedenti la crisi e che testimonia l’impegno che il Credito Popolare ha profuso dalla fine del 2008 fino ad ora. Impegno che si è tradotto in un aumento della quota di mercato degli impieghi a PMI, cresciuta nello steso periodo dal 24,6% al 26%.
Le difficoltà dell’attuale contesto economico hanno reso ancora più evidente quanto sia essenziale il ruolo delle banche popolari nella nostra economia composta prevalentemente di piccole e medie imprese e quanto sia indispensabile preservarne non solo lo spirito originario ma mantenerne intatti quei meccanismi che hanno permesso finora di operare in favore dei territori e delle comunità. Cambiare ciò non potrà che contribuire in futuro a rendere più fragile e vulnerabile il nostro sistema produttivo e il nostro tessuto sociale.
* Segretario Generale Associazione Nazionale fra le Banche Popolari
