“Riforme istituzionali, nessuna scorciatoia”

Banner Occidentale
Dona oggi

Fai una donazione!

Gli articoli dell’Occidentale sono liberi perché vogliamo che li leggano tante persone. Ma scriverli, verificarli e pubblicarli ha un costo. Se hai a cuore un’informazione approfondita e accurata puoi darci una mano facendo una libera donazione da sostenitore online. Più saranno le donazioni verso l’Occidentale, più reportage e commenti potremo pubblicare.

“Riforme istituzionali, nessuna scorciatoia”

14 Giugno 2013

Una decisione politica nell’arco di quattro mesi, in caso contrario “pronto a prenderne atto anche prima dei diciotto mesi che il Governo si è dato”. Il Ministro Gaetano Quagliariello sa per esperienza diretta che il percorso delle riforme istituzionali richiede capacità di  resistenza, ma sa anche che il dilatarsi dei tempi diventa un alibi (trasversale) ormai  inaccettabile per non giungere al traguardo.

Intanto, Ministro, quale sarà l’ordine delle riforme? Sarà prima messa in sicurezza la legge elettorale, prima del prevedibile giudizio di parziale incostituzionalità; oppure sarà scelta la forma di governo e successivamente la legge elettorale più coerente?

“Il primo atto del Governo sulle riforme è stato la presentazione di un disegno di legge costituzionale che, in ossequio al mandato ricevuto dal Parlamento con le mozioni di fine maggio, fissa un iter e soprattutto un crono-programma tale da assicurare il compimento del percorso in un arco di diciotto mesi. Un intervallo ragionevole, che garantisce alle Camere centralità e il necessario approfondimento. Si può anche sostenere che niente debba cambiare, ma allora lo si deve fare a viso aperto, nelle sedi della deliberazione politica, assumendosene fino in fondo la responsabilità. In attesa che si completi il percorso di questo disegno di legge che chiamerei ’metodologico’, la commissione di esperti istituita dal Governo lavorerà per approfondire dal punto di vista costituzionalistico le varie opzioni sul campo e le ricadute sull’ordinamento, ed entro ottobre, come  contributo conoscitivo, metterà a disposizione dell’esecutivo e del Parlamento una relazione. In questo quadro, è evidente che il nostro orizzonte è una riforma complessiva che riguarda la forma di Stato, il bicameralismo, la forma di Governo e dunque una legge elettorale che sia coerente con il nuovo equilibrio costituzionale. Altro discorso è l’ipotesi di una ’clausola di salvaguardia’ che metta la legge vigente al riparo da problemi di incostituzionalità, ma questo è tema che attiene al dibattito fra le forze politiche”.

Al centro del confronto c’è il semipresidenzialismo alla francese. Il Pdl è favorevole, il Pd è diviso. Andando oltre gli schemi di schieramenti, cosa comporterebbe in concreto – anche in termini di contrappesi – l’introduzione di questo modello nella politica italiana?

“Al di là delle opinioni che sono note e che sarebbe ipocrita negare, non sta a me in questa fase prendere parte per una o per l’altra possibile forma di governo. L’importante è che il dibattito non si sviluppi sotto forma di una contrapposizione ideologica tra modelli astratti, ma – partendo dal presupposto ormai condiviso che la scelta è fra opzioni legittime e pienamente confacenti a un sistema democratico – tenda a individuare l’assetto istituzionale che meglio possa aiutare il Paese a uscire dalla crisi politica, decisionale e di sovranità in cui si trova. Per decenni ci si è illusi di poter caricare sulle sole esili spalle delle riforme elettorali succedutesi nel tempo una sorta di palingenesi del sistema. Questa illusione è svanita sotto l’urto della realtà, e ora si tratta di pensare in termini di sistema. Una cosa però mi sento di dirla, anche recependo le preoccupazioni manifestate da Raffaele Bonanni: qualunque sarà l’assetto istituzionale prescelto, il processo di riforma terrà conto dei necessari bilanciamenti istituzionali e sociali, nonché delle sue ricadute sull’ordinamento, per garantire equilibrio e contrappesi soprattutto sul fronte della sussidiarietà e del rafforzamento del ruolo dei corpi intermedi. Non ci saranno scorciatoie né interventi privi di ponderazione. Il lavoro degli esperti potrà essere utile anche per questo”.

In molti sostengono che sia quello tedesco il modello che maggiormente rispecchia la realtà italiana…

“Nel merito dei diversi modelli non mi pronuncio. Ciò che conta è evitare il cosiddetto ’accanimento modellistico’, e chiedersi molto concretamente quale impianto costituzionale sia più adatto a far uscire le istituzioni italiane dalla condizione di debolezza e arretratezza nella quale si trovano. Ad esempio, se dovessi pronunciarmi a titolo personale sul mio modello astrattamente preferito sceglierei il governo di gabinetto così come descritto da Walter Bagehot. Ma osservando la situazione italiana, l’evoluzione degli ultimi decenni, i fenomeni di scollamento tra politica e opinione pubblica, il contesto europeo che richiede una accresciuta capacità di negoziazione, e ripensando a ciò che è accaduto nei giorni dell’ultima elezione per la presidenza della Repubblica, credo non ci si possa esimere dal considerare un sistema che grazie all’elezione diretta, e ai conseguenti contrappesi sia sociali che istituzionali, possa restituire legittimazione e capacità decisionale alle istituzioni. Ma qui chiudo la parentesi delle opinioni personali”.

Altro punto cardine è la fine del bicameralismo perfetto, con la creazione del Senato federale. In questo caso il consenso sembra decisamente ampio. Arriveremo a questo traguardo?

“E’ il primo punto dal quale si è partiti con il lavoro di approfondimento. Vi è una unanimità di fondo nel ritenere che l’attuale sistema, con due Camere dotate di identiche funzioni e un sistema che comporta un tempo abnorme per l’approvazione di una legge, sia ormai insostenibile. E’ altrettanto condiviso il proposito di una riduzione del numero dei parlamentari. Su come il bicameralismo dovrà essere razionalizzato la discussione è aperta, ma se non si vorrà tornare indietro, certo non si potrà non tener conto dell’evoluzione dello Stato in senso regionalistico verificatasi negli ultimi anni e in particolare dopo la riforma del Titolo V”.

A proposito: lei da tempo considera indispensabile la revisione della ripartizione delle competenze legislative tra Stato e Regioni, così come individuate nel titolo V della Costituzione. Qual è il suo progetto?

“Io credo che si debba operare in tre direzioni. Da un lato, porre rimedio alle storture determinate dalla riforma del Titolo V, che con la definizione delle materie concorrenti ha generato una confusione legislativa e un contenzioso costituzionale senza precedenti. Dall’altro occorre operare una razionalizzazione dei livelli di governo territoriale, superando l’attuale policentrismo anarchico e delineando un sistema che possa coniugare un efficace coordinamento centrale con la valorizzazione delle specificità italiane e del principio di sussidiarietà. E, soprattutto, bisogna portare a definitiva attuazione la grande incompiuta del federalismo fiscale, che sostituendo il criterio della spesa storica con quello dei costi e dei fabbisogni standard, elevando a modello le pratiche virtuose e responsabilizzando gli amministratori della cosa pubblica, può rappresentare la più grande opera di ristrutturazione della spesa pubblica italiana”.

La discussione delle riforme è intrecciata a quella sui costi della politica. Cosa risponde a chi definisce una truffa il nuovo meccanismo di finanziamento ai partiti?

“Rispondo che il finanziamento dell’attività politica deve essere rigoroso, trasparente e privo di eccessi, ma che allo stesso tempo la democrazia ha un costo che non può essere soppresso pena la soppressione della democrazia stessa. Chi parla di truffa tende a considerare solo una faccia della medaglia. La verità è che il disegno di legge del governo, ora affidato alla sovranità del Parlamento, opera una rivoluzione copernicana: si passa da un finanziamento pubblico a pioggia camuffato da rimborsi, a un sistema di contribuzione volontaria fondato sulla libera opzione del cittadino elettore e contribuente. E comunque, dall’anno prossimo, i partiti incasseranno molto meno. Questo è un dato di fatto e sfido chiunque a contestarlo”.