E’ la regolamentazione parziale ad allontanare l’uscita dalla recessione
28 Dicembre 2012
È di questi giorni la notizia che una fra le più importanti banche del mondo pagherà un’ammenda molto considerevole in relazione a quanto avvenuto per lo scandalo Libor. Essa ha accettato di riconoscersi colpevole dell’accusa di frode per via elettronica per manipolazione di alcuni tassi benchmark. Anche altri intermediari potrebbero registrare ingenti perdite a causa dello scandalo della manipolazione del Libor. Venti altre istituzioni finanziarie sono state perseguite per lo scandalo che ha già visto la condanna della britannica Barclays, seppure con una multa di importo inferiore. Sembra però che le cose sul piano della disciplina finanziaria non stiano cambiando molto.
Queste notizie fanno comprendere che i tentativi di regolarizzare la finanza ultra-speculativa dopo la crisi finanziaria sono rimasti vani: questo tipo di finanza è tornata in primo piano con gli strumenti derivati, i prodotti finanziari più rischiosi e sofisticati, spesso non legati a posizioni in portafoglio, quindi speculativi e con tassi di rischio multipli del capitale conferito. Questi sono arrivati a cifre stratosferiche, multiple del PIL mondiale. I controlli pubblici, incrementati ancora di più dopo la crisi, sembrano non riuscire ad arginare una speculazione ormai diffusa e sistematica. Di fatto ci si trova a dover fare i conti con un capitalismo finanziario globale che non riesce a regolamentare sé stesso.
Uno dei problemi principali è quindi costituito, secondo i legislatori, dalla crescita esplosiva del sistema bancario ombra, proprio perché gli istituti che ne fanno parte sono stati al centro dell’ultima crisi finanziaria, e rischiano di generarne un’altra. L’economia reale globale è ancora in condizioni tragiche dopo 4 anni dal fallimento della Lehman Brothers, perché i meccanismi che in precedenza avevano generato gran parte del credito statunitense si stanno rimettendo in piedi ed ora, secondo un nuovo rapporto del Financial Stability Board, il sistema bancario ombra è tornato in gioco, più forte che mai. Il FSB ha rilevato che gli strumenti finanziari in mano alle banche ombra sono arrivati a valere 67 mila miliardi di dollari, una somma che è quasi pari al PIL mondiale (69,97 bilioni) e maggiore dei 62 bilioni presenti nel sistema prima del crollo del 2008.
Subito dopo il sistema bancario-ombra degli Stati Uniti vi è quello dell’Eurozona, che consta di un patrimonio valutato, nel 2011, circa 17 mila miliardi di euro, secondo i dati del Financial Stability Board (Fsb) di Basilea, l’organo di controllo delle politiche internazionali sulla finanza. Di questo settore la quota maggiore rimane agli Usa, anche se vi è stata negli ultimi 6 anni una riduzione, che l’ha portata poco al di sotto di quella europea. Questa diminuzione, infatti, è stata compensata dall’aumento del Vecchio Continente, e soprattutto del Regno Unito, che da solo vanta una quota di pari a più di un terzo rispetto a quella americana. Fa riflettere che gli istituti finanziari non bancari (Nbfi: non-bank financial institution), i quali rappresentano le aziende del credito-ombra si trovano a competere con le banche commerciali in diversi settori e, in alcuni casi, rappresentano una fetta significativa delle attività finanziarie se confrontate alle banche commerciali considerate standard. Tuttavia essi, operando spesso senza particolari obblighi regolamentari, presentano rischi notevolmente più elevati rispetto a queste ultime.
Quanto visto porta ad affermare di nuovo che l’attività finanziaria non è né un’attività reale né produttiva, ma semplicemente redistributiva che genera un gioco “a somma zero” all’interno del quale, per soggetti che guadagnano molto oggi ve ne saranno altri che perderanno altrettanto domani. Soltanto la persona, per mezzo del suo lavoro, è in grado di generare vera ricchezza reale, la finanza non può farlo, almeno non in maniera diffusa e stabile. Sembrano queste considerazioni scontate e desumibili già 4 anni fa ma, se oggi non verranno condivise da tutti, si corre il serio rischio fa allontanare ulteriormente le tenui possibilità di uscita dall’attuale recessione.
