Welfare, i vincitori e gli sconfitti dopo Piazza San Giovanni

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Welfare, i vincitori e gli sconfitti dopo Piazza San Giovanni

22 Ottobre 2007

20 ottobre: non erano un milione ma erano comunque tanti.
E molte erano anche le bandiere della Cgil esibite nonostante il divieto di
Gugliemo Epifani. Così la sinistra reazionaria si è riposizionata  dopo le due sconfitte incassate, in rapida
successione, nei giorni scorsi: una nel referendum sindacale, l’altra nelle “primarie” del Partito democratico. 
E tutto sommato il tono della manifestazione di sabato scorso (anche per
l’assenza dei “movimenti”) non ha preso direttamente di mira il Governo.
In sostanza, a meno di incidenti al Senato, Prodi non corre rischi da quella
parte: l’ala della sinistra della sua maggioranza vuole condizionare il Governo
sui contenuti e sa che il premier è disposto ad ascoltare le sue richieste.

I
problemi li ha Walter Veltroni, il quale, col suo Pd, vuole raggiungere e
conquistare un elettorato sempre più diverso e lontano da quello che ha
riempito Piazza San Giovanni.  Ma le
formazioni neo-comuniste hanno dimostrato, purtroppo, di avere un pezzo del
popolo di sinistra che crede ai loro slogan e alle loro promesse. Che poi erano
gli slogan e le promesse contenuti in quel deleterio programma elettorale
dell’Unione perennemente citato quando scoppiano dissensi all’interno della coalizione di centrosinistra. Insomma, per dirla con Nicola Rossi, la sinistra sconta adesso il
modo dissennato con cui ha fatto opposizione nella passata legislatura. In
materia economica e sociale hanno demonizzato, mentendo e sapendo di mentire,
alcuni provvedimenti della Casa delle libertà (dalla legge Biagi alla riforma
Moratti, fino al riordino delle pensioni), salvo poi accorgersi, arrivati al
potere, che abolire o cambiare radicalmente quei provvedimenti avrebbe prodotto
guasti insostenibili sul fronte produttivo e delle finanze pubbliche. Ecco
spiegati, allora, i piccoli (ancorché sbagliati) ritocchi alla legge Biagi e la
correzione dello “scalone” previsto dalla legge Maroni, senza rinunciare
tuttavia ad un innalzamento – seppur più graduale – dell’età pensionabile.

Ma
il popolo di sinistra rivendica i “piazzali Loreto” che gli sono stati
promessi. Non intende ragionare: pretende di inseguire i suoi miti irrazionali
(del resto che cosa è più irragionevole e sbagliato del comunismo?), di vedere
bruciare le odiate insegne del nemico. Il Pd avrà le sue gatte da pelare con un
alleato siffatto. Ma si tratta – il Pd e la Cosa rossa – pur sempre di due
soggetti distinti, che faranno fatica ad andare d’accordo, che resteranno
insieme solo per ragioni di potere: ognuno di essi però si darà una propria
distinta identità.

I problemi in casa li ha la Cgil. La sinistra di Piazza San
Giovanni sta facendo incetta delle azioni della Confederazione di Corso
d’Italia, mediante una dura e scorretta competizione sui temi del lavoro e del
welfare.  Per adesso la Cgil ha condotto
un gioco di squadra con le altre confederazioni e in tale contesto ha preso
parte alla vittoria nel referendum dell’8-10 ottobre. Ma la discrepanza tra le
posizioni sostenute fino a poco tempo fa dalla “confederazione rossa” e i contenuti
dell’accordo del 23 luglio e del relativo disegno di legge è sempre più
evidente. In politica è salutare il cambiamento di posizioni quando è
necessario, se è determinato da un’obbiettiva analisi della situazione. Nel
caso della Cgil sono evidenti, invece, i calcoli politici ovvero la protezione
del Governo dal rischio di una crisi che inneschi le elezioni anticipate. La
Cgil, infatti, ha grandissime responsabilità nel disorientamento di tanti
lavoratori. Vogliamo dimostrarlo in maniera oggettiva e non polemica, riandando
alla lettura delle  tesi preparatorie del
XV ed ultimo congresso e relative ai temi del lavoro e del welfare.  

 
 La Tesi n.5: “Un’occupazione solida e
stabile”

 La Cgil si proponeva di riportare
ad unità il mondo del lavoro. Purtroppo, nulla si può costruire di solido e
stabile se basato su di un’analisi sbagliata. La Cgil, infatti, rappresentava
una situazione non corrispondente alla realtà, in quanto – a suo dire – il
mercato del lavoro era caratterizzato da: “una condizione di precarietà nel
lavoro che genera precarietà sociale; una riduzione della coesione sociale e un
aumento dell’illegalità; un impoverimento del lavoro dipendente privato e delle
pubbliche amministrazioni; un depauperamento delle competenze e delle
professionalità; una riduzione degli strumenti e dei luoghi del sapere e della
formazione strettamente connessi ad un lavoro di qualità”. E ci fermiamo qui,
per carità di patria, a metà circa dell’elencazione delle sciagure piovute
addosso al mondo del lavoro. Ovviamente, se l’analisi fosse veritiera un
sindacato che si rispetti (e che sia consapevole della sua missione) dovrebbe
solo trovare motivi per una spietata autocritica. La Cgil, invece, rivendicava
a sé – con singolare autocelebrazione – una serie di successi (magari solamente
“difensivi”) nella tutela dei diritti dei lavoratori. La Tesi arrivava persino
a prendersela con quanti indicano (come l’innominato Pietro Ichino) che era in
atto “un’artificiosa contrapposizione tra gli interessi dei lavoratori
tradizionali (gli insiders) e gli interessi dei lavoratori irregolari o dei
disoccupati (gli outsiders), sostenendo che la ragione della condizione dei
secondi fosse l’eccessiva tutela dei primi”. A fronte di tutto ciò, quale era
la proposta alternativa della Cgil? Semplice. Come nella giostra strapaesana,
bisognava infilzare il “saracino”: “andare oltre la legge 30 significa
ribaltarne – era scritto nella Tesi – l’intera filosofia….Questo significa per
noi – proseguiva – cancellare la legge 30 e sostituirla con un sistema di norme
e di diritti complessivamente alternativo”. Naturalmente, il “male assoluto”
cominciava col Libro Bianco accusato di disegnare “una società caratterizzata
dall’indiscussa ed indiscutibile supremazia delle ragioni dell’impresa, che
deve essere libera di competere nella globalizzazione senza vincoli, di costo e
di diritti”.

Dopo aver chiesto ed ottenuto
l’abolizione di questa legge, che come avrebbe agito  la Cgil? L’idea era quella di  “un concetto allargato della dipendenza
economica come fondamento dei diritti, delle tutele e dei costi cui deve far
fronte l’impresa, attraverso una ridefinizione di “lavoratore economicamente
dipendente” cui far corrispondere l’equiparazione dei diritti e dei costi.
Questo voleva dire – secondo la Cgil – fare del contratto a tempo indeterminato
“la normale forma di lavoro e di assunzione per l’ordinaria attività di
impresa”.

La Tesi n.7:   il welfare e le
pensioni

Diversamente dalla legge Biagi
(condannata alla cancellazione), la riforma Maroni (legge n. 243/2004) se la
cavava con una contestazione, ancorché definita prioritaria, “perché non
risolve ma accentua” tutti i problemi descritti, in tema di welfare e
previdenza, nella Tesi  n.7 e derivanti
(ohibò !) dalla riforma del 1995 (sì proprio quella impostata e fortemente voluta
proprio dai sindacati), la quale “pure garantisce omogeneità e sostenibilità
economica nel tempo…… ma lascia irrisolto” il problema della sostenibilità
sociale a causa dell’abbassamento del tasso di solidarietà interno del sistema.
In sostanza, pur senza ammetterlo, la Cgil finiva per dare ragione alle
critiche rivolte da più parti alla riforma Dini e cioè che, pur di
salvaguardare gli attuali occupati, le misure per il risanamento del sistema
furono  caricate sulle spalle delle
generazioni future, in termini di forte riduzione del tasso di sostituzione.
Nel contempo, la Cgil si accorgeva anche della perdita di valore delle pensioni
trascorso un decennio dalla loro erogazione. Inoltre, la confederazione di
Guglielmo Epifani si poneva il problema di come implementare il calcolo
contributivo per le carriere discontinue dei giovani: secondo la tesi “occorre
prevedere –  come già rilevato in materia
di lavoro –  la copertura figurativa
piena per tutti i periodi coperti da ammortizzatori sociali, per quelli di
congedo parentale e per il lavoro di cura”. Senza indicazioni equipollenti
circa le misure sostitutive, la Cgil, al pari dell’Unione, proponeva
l’abolizione dello “scalone” dell’età pensionabile (da 57 a 60 anni) atteso
nella notte di S. Silvestro 2007.

Con queste premesse (e promesse) nessuna meraviglia se
Cipputi scende in piazza e vota contro. E’ stato a lungo incoraggiato a
sbagliare.