Pericolo cinese per gli asset europei
26 Ottobre 2007
Come mai i “fondi sovrani” sono fioccati come funghi, e ora sono gli osservati speciali dei governi americani ed europei.
Nel corso della storia, gli Stati hanno sviluppato modi sempre nuovi e ingegnosi di protendersi al di fuori dei propri confini nazionali. A volte è la stessa morfologia del Paese di origine a imporlo, altre volte una strategie di espansione a sé, il più delle volte una commistione di elementi.
A quanto pare, la forma di espansione tipica di questo inizio millennio – per lo meno per ora – è di tipo finanziario. Mi riferisco a quella portata avanti tramite i cosiddetti “fondi sovrani”, cioè quei veicoli privati a capitale pubblico. Se ne contano a palate: arabi, mediorientali e cinesi.
Spesso e volentieri, gli Stati che iniettano liquidità nei fondi sono tutt’altro che democratici (basti pensare al caso dei fondi cinesi, o ai Paesi arabi più ricchi), e quindi l’uso dei fondi di investimento (proprio di mercati capitalistici di stampo democratico) desta particolare attenzione.
Già era noto l’attivismo degli sceicchi nell’investire proficuamente i loro petrodollari, un ritornello che imperversa dalla seconda metà degli anni ’70 in poi. Tra le tracce recenti – e più vistose – c’è senza dubbio l’ingresso nell’azionariato EADS, a fianco dei tedeschi e dei francesi, ma anche l’attivismo sul versante dell’acquisto di mercati mobiliari regolamentati.
Ora, però, si susseguono in particolare le voci di possibili deal che vedono coinvolti fondi cinesi. CITIC, per esempio, sta tentando l’arrembaggio dell’americanissima Bear Stearns, e altri fondi volteggiano attorno a prede europee di prim’ordine.
I fondi cinesi hanno un’origine storica ben precisa, individuata con acume dal Professor Paolo Savona nel corso dei suoi studi: i negoziati per l’ammissione al WTO della Cina (1994). Per molti versi, questi negoziati rivelano, a distanza di oltre un decennio dalla loro conclusione, una serie di clamorose ingenuità da parte degli Stati occidentali. Come, soprattutto, quella di non aver costretto la Cina ad adottare una politica valutaria a cambi flessibili.
Il risultato di questa (colpevole) mancanza è che la Cina ha mantenuto una moneta artificialmente bassa, inducendo il mondo a fare shopping da lei, e incamerando enormi quantitativi di valute estere. Sembra una battuta, eppure è una verità arcinota: lo sbilancio commerciale americano è stato finanziato dai Cinesi. Almeno fino a qualche tempo fa, se è vero – come è vero – che i cinesi stanno usando il denaro dragato con politiche valutarie spregiudicate per fare shopping a loro volta. Dove? In Occidente, soprattutto in Europa e negli Stati Uniti, e possibilmente in settori nevralgici: porti, trasporti, armi, energia.
Da qualche mese, in Germania e in Francia è suonato il campanello d’allarme. A muoversi per prima è stata la Germania, che sta operando su due fronti.
Il primo è quello interno, in cui si sta approntando una potente normativa di “assenso preventivo”, concepita espressamente per evitare acquisizioni “ostili” in settori vitali dell’economia tedesca.
Il secondo è il fronte estero, in cui Angela Merkel è un prezioso alleato degli Stati Uniti. A giudizio di tutti gli osservatori, Angela Merkel ha infatti saputo imporsi come sapiente negoziatrice in politica estera fin dal primo giorno del suo mandato come Bundeskanzlerin, e nulla lascia presagire mutamenti di tendenza. D’altro canto, la Cina spacca da anni gli imprenditori tedeschi tra chi – come la CDU – propende per una politica di “reazione” (al dumping sociale, alla cronica violazione della proprietà intellettuale, all’opacità nei confronti degli operatori economici), e chi – SPD- preferisce raccogliere la sfida di un mercato vastissimo.
Lo si è visto nel recente tour in Cina, vero e proprio coronamento di una politica di sapiente tessitura, in cui la Merkel ha raccolto i fili delle precedenti gestioni nel tentativo di cavarne un tessuto di pregio.
Gli scenaristi occidentali si aspettano soprattutto che la Merkel funga da messaggero di una grande intesa atlantica (UE+USA) con le altre potenze democratiche globali: la “Grande Alleanza”, come è intitolato l’ultimo libro di Carlo Pelanda (www.lagrandealleanza.it) su questi temi, e come ha illustrato Brent Scowcroft, guru di Bush senior, in un articolo sul Die Welt dell’agosto scorso.
La prima mossa per la costruzione della Grande Alleanza, però, è un ponte transatlantico. Come fare a metterlo in piedi? Tanto per gradire, aggregazioni bancarie euro-americane, prima che i cinesi provino a papparsi qualche banca sull’una o sull’altra sponda dell’Atlantico.
