Trump e la realpolitik, come cambia la politica estera degli Usa in senso “kissingeriano”
21 Gennaio 2020
di Vito de Luca
Un anno e mezzo dopo l’elezione di Donald Trump, Henry Kissinger si espresse così: «Penso che Trump possa essere una di quelle figure nella storia che appare di tanto in tanto per segnare la fine di un’era, costringendola a rinunciare alle sue vecchie modalità». Una sentenza difficilmente opinabile, quella dell’ex segretario di Stato al servizio alla Casa Bianca ai tempi di Nixon e Ford, dichiarata al Financial Times. Il vecchio Kissinger ha certamente ragione, poiché The Donald ha funto da spartiacque anche nella tradizionale diplomazia. Anche se, in realtà, per certi aspetti, è stato il predecessore di Trump, Barack Obama, a rappresentare la rottura della norma nella politica estera Usa. Non Trump. In una certa misura, infatti, l’attacco aereo che ha ucciso il generale iraniano Soleimani è stato un estremo ritorno, un riallacciarsi ad una certa tradizione – all’iperrealismo, diciamo così, dell’azione politica. È del tutto evidente, poi, che se sono stati i principî “kissingeriani” in gran parte a guidare la politica estera americana dopo la seconda guerra mondiale, con Obama, e con il suo cauto multilateralismo, si è intrapreso un altro percorso, diversamente da Trump, decisamente più “kissingeriano”.
Se si tratta di un ritorno vi è però la novità, con Trump, di intensificare una crisi usando la forza militare ed economica degli Stati Uniti, come quella esercitata nelle ultime settimane, in grado di rovesciare la situazione per quanto riguarda i rapporti Usa-Iran, in una direzione che pochi pensavano possibile. Così come accaduto con la Corea del Nord, così come accaduto nei rapporti commerciali firmati recentemente con la Cina, con tutto vantaggio per gli Stati Uniti, i quali si vedranno acquistare dal Celeste impero beni per quasi 200 miliardi. Un altro elemento del Trump “kissingeriano”, è l’aver mostrata, come un marchio di fabbrica, ancora una volta, dopo il caso Soleimani, l’irrilevanza delle principali potenze europee – vedi Gran Bretagna, Francia e Germania in primis – durante tutta la crisi.
L ‘”E3″, che da tempo ha cercato di mantenere vivo l’accordo nucleare iraniano minando la politica americana di “massima pressione” sull’Iran, non ha raggiunto gli obiettivi. Ed è chiaro che vada riconosciuto il crollo, probabilmente senza ritorno, dell’accordo nucleare dell’era Obama, vista l’incapacità di Teheran di rispettare i termini di esso. La realtà della situazione è sorprendente: i tentativi dell’Europa di mantenere vivo l’accordo hanno ottenuto poco a Teheran a causa dell’impotenza del continente. E l’opposizione europea alla politica iraniana di Trump ha ottenuto risultati ancora meno rilevanti a Washington. In un’intervista, il premier inglese Boris Johnson ha quasi ammesso la sconfitta nel mantenere vivo l’accordo sul nucleare, chiedendo invece un nuovo “accordo Trump”. Anche l’accordo sul clima di Parigi, in aggiunta all’accordo nucleare iraniano, è un chiaro esempio, di stampo obamiano, di come si sia dimostrato che l’Occidente, nelle due vicende, aveva dimenticato il potere del dominio “escalatorio”.
In altre parole, colui che porta il bastone più grande mantiene il dominio, fintanto che è però in grado di usarlo. L’argomentazione è semplice: se la risposta a qualsiasi atto aggressivo di un avversario straniero è sempre di ridimensionare per evitare una spirale di violenza, allora il vantaggio portato dal dominio militare ed economico è perso, creando più caos, non di meno. È questa la logica che ha consentito di sviluppare un crescendo per l’Iran e la Russia, in un modo tale che l’Occidente, non essendo stato in grado di gestire le crisi, è rimasto inscatolato nella sua visione prudente e multilateralista. Trump ha cambiato questo.
