Quel poco che resta di buono dopo il Festival del cinema di Roma
04 Novembre 2007
Sparare sulla
seconda edizione della festa internazionale del cinema di Roma rischia a questo
punto di diventare qualcosa di cattivo gusto ma il fiasco dell’ “Altra
giovinezza” di Coppola, Sidney Lumet che ad un certo punto ha avuto un problema
ad un orecchio e dice che non può volare a Roma, Maryl Streep che non si
presenta punto, come anche Daniel Auteil e Michael Pitt che dice di aver perso
l’aereo, danno la misura dell’interesse che la kermesse ha suscitato negli
addetti ai lavori. Isabelle Huppert doveva presentare “L’amore caché” di
Capone, ma nessuno l’ha vista. Tim Robbins poi, con l’ ”applauso preventivo”
all’eco-giustizialismo terrorista del suo “Noise”, niente non si è presentato
neanche Tim Robbins.
Non venendo uno dei
maggiori apostoli dell’anti-bushismo, qualcuno alla fin fine, si era assuefatto
all’idea che anche Sean Penn prima o poi potesse dare forfait, magari
mandando in rappresentanza il suo cane. L’attore-regista “impegnato” invece ha
voluto presenziare. Insieme al “Leoni
per Agnelli” di Redford e alla presenza di Dario Fò nel salottino della TV a
circuito chiuso, la presentazione ad “Into the wild” ha voluto rappresentare la
giornata dello sdegno contro l’amministrazione autoritaria del paese a stelle e
strisce, proprio mentre in una delle altre sale della festa andava l’ennesima
puntata delle memorie filo-castriste del sempiterno Gianni Minà:
paradossale.
Tuttavia oltre i salottini della tv del cinema
dove il Premio Nobel Dario Fò ironizza sulla forma del “cappellaccio” da cowboy
del Presidente Bush che ne avrebbe condizionato oltre modo le scelte politiche,
riusciamo a trovare nella festa internazionale del cinema di Roma anche il
“cinema”. Ebbene sì.
Archiviate le ennesime produzioni
cinematografiche mediocri del mediocre cinema contemporaneo italiano e la
mediocre trasposizione cinematografica del tenero (e mediocre) romanzo “Seta”
del tenero Baricco (a proposito Kiera Knightley non è potuta venire), stanchi
di ascoltare le solite parole sul cinema italiano di Scorsese (neanche lui è
potuto venire ma ci ha tenuto tanto a prendere un caffè via web con il pubblico
del festival), capitiamo su “No Smoking”, commedia noir di produzione
della Bollywood indiana, pronti a questo punto alla stravaganza: sempre meglio
del bla-bla-bla della Bellucci.
La sorpresa non è poca. Ci troviamo davanti ad
un film, quello di Anurag Kashyap, già sceneggiatore del divertente “Guru”
(2002), al secondo lavoro alla regia dopo “Black Friday” (2004), capace con una ironia elegante di
maneggiare le contraddizioni della crescita spasmodica dell’India
contemporanea, la profonda tradizione teosofica che la contraddistingue, la
rivoluzione nei rapporti di coppia, la voglia di libertà delle giovani
generazioni, il tutto con un linguaggio occidentale, un citazionismo preso dal
meglio del postmodernismo contemporaneo, una regia che ammicca al fumetto.
Il protagonista è il Signor K. (John Abrham)
di Bombay, bello e ricco, rappresentante della borghesia rampante della nuova
India, ma tremendamente dipendente da nicotina al limite del parossismo. Gli
incubi che costellano i suoi sonni tormentati dai sensi di colpa lo condannano
alla misantropia e lo portano alla fine del matrimonio con la bella Anjali (Ayesha Takia).
Per correre ai ripari e far tornare la moglie
a casa, decide di sottoporsi ad una terapia di disintossicazione. Seguendo il
“laboratorio” consigliatogli da un amico, scenderà nella Bombay profonda,
scenderà letteralmente verso il centro della terra, si perderà in un labirinto
straniante. Finito nelle mani di Baba Bengali, santone capace di sollevare da
dipendenze a vario titolo in cambio della firma di contratti dalle clausole che
definire vessatorie risulta senz’altro eufemistico, smetterà di fumare per
sempre. Ma non gli costerà poco.
Onirico, non a caso il tributo leale a Kafka
nel nome del protagonista K. che riecheggia il Josef K. de “Il processo”;
attento, all’evoluzione del costume di un paese dai mille volti che inizia ad
aprirsi alla ricchezza diffusa; colto, poiché lo spettatore non faticherà a
trovarvi, trasfigurati dal linguaggio contemporaneo, concetti centrali nella
società indiana come l’atma (anima) e la sua corruzione, nonché una
dicotomia sempre viva con il corpo e con l’assoluto; leggero,
come per la migliore Bollywood si vuole.
“No smoking” è un film grottesco che di sorriso in sorriso, finisce per
proiettarti quasi in una deriva parossistica della dipendenza di Zeno Cosini,
il protagonista de “La Coscienza di Zeno”, una coscienza che come nel racconto
sveviano risulta “malata” ma in questo caso analizzata con gli occhi di un
cineasta che per le esagerazioni al limite del kitsch ricorda da vicino Terry
Gilliam.
Un film da non perdere, una bella boccata d’ossigeno
non solo per chi si è trovato alla festa del cinema internazionale di Roma.
