In Italia manca una cultura della Sicurezza

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In Italia manca una cultura della Sicurezza

17 Settembre 2007

“Sul fronte del terrorismo l’Italia è malmessa. Bisogna
cambiare mentalità e smetterla di crogiolarci nel pensiero che ci è andata
sempre bene”. La realtà è questa: le istituzioni fanno poco per scongiurare un
eventuale attacco, le Forze dell’Ordine non si sentono adeguatamente preparate
e gli italiani evitano di pensarci, ma in fondo, come testimoniano molti
sondaggi, hanno paura che prima o poi possa capitare anche a noi. A lanciare
l’allarme è Danilo Coppe, presidente dell’Ire (Istituto di ricerche esplosivistiche)
e uno dei massimi esperti di esplosivi nel nostro Paese, che con i politici e
le Forze dell’Ordine lavora quotidianamente. “Ciò che manca – dice – è una
formazione organica a livello nazionale di tutti i soggetti impegnati nella
sicurezza del Paese”. Coppe spiega, infatti, che l’iniziativa è lasciata ad ogni
singola questura. “Capita, ad esempio, che mi chiami il comando di Foggia per sapere
come si prepara una bomba artigianale, quelle solitamente usate negli attentati,
ma non quelli di Trento o Sassari, che continueranno ad ignorare le componenti
principali di questi ordigni”. Con il risultato che: “Se una pattuglia di
Sassari – si badi bene è sempre un esempio -, fermasse una persona con tre
fustini di candeggina è più probabile che pensi di avere di fronte a sé un
maniaco della pulizia, piuttosto che un possibile terrorista”.

Di fronte a tutto questo, dichiara Coppe, le istituzioni
affondano la testa nella sabbia. E viene da chiedersi il perché, visto che sono
passati sei anni e Bin Laden è sempre lì, con la sua barba tinta e l’indice
alzato in segno d’ammonimento, pronto a ricordarci che quell’11 settembre la
storia è cambiata e con lei le nostre certezze. Ormai il terrorismo ci riguarda
direttamente e influenza il nostro modus
vivendi
. Certo non potevamo passare sei anni chiusi in casa evitando treni,
aerei e metropolitane, aspettando che i terroristi punissero anche noi, come occidentali.
Eppure, nel giorno del sesto anniversario dell’attentato alle Torri Gemelle,
quanti, tra gli italiani in fila al check
in
, hanno pensato: “Cavolo, proprio oggi dovevo partire?”. Per poi
rassicurarsi subito dopo e auto-convincersi: “Ma insomma, non capiterà proprio
a me!”.

Di fatto, un sondaggio di Sky Tg24 del 9 settembre, rivela
che ben tre italiani su quattro considerano lo sceicco del terrore come una
minaccia concreta. La paura c’è e, negli anni, cresce. A confermarlo è l’ultima
indagine della Camera di Commercio di Milano, pubblicata proprio alla vigilia
dell’anniversario della caduta delle Torri. Rispetto all’anno scorso, il 55%
degli italiani dichiara di sentirsi meno sicuro di prima. I cittadini più
timorosi sono quelli delle grandi città: in testa i milanesi (più del 65% di
loro, in seguito agli attentati in Occidente, non si sente sicuro quando
transita in prossimità di luoghi pubblici affollati), seguono i romani (60%) e
i napoletani (49%). Analizzando il dato nel tempo, poi, è interessante notare
come in due anni il senso di insicurezza, ad esempio, dei milanesi sia quasi
raddoppiato: era del 39% nel 2005, è passato al 65% nel 2007.

Un timore che cresce quando minacciosamente ci ricordano che
quel che è successo può ripetersi. E nella nostra memoria riaffiora l’eco di
quei due grattacieli spettacolarmente collassati al suolo, rimbombano le esplosioni
di Madrid del 2004 e poi, l’anno seguente, quelle di Londra. Così,
inaspettatamente, senza preavviso. E’ questo che terrorizza di più:
l’ignoranza. Il non sapere, qualora venissimo attaccati, da chi, dove e
soprattutto quando; il come e il perché, ormai li conosciamo bene. I giorni
seguenti l’attentato in Spagna, una ricerca Eurisko, registrava tra gli
italiani un repentino calo di sicurezza collettiva e un forte senso di
impotenza. Addirittura più di sette connazionali su dieci ritenevano che il mondo
fosse in pericolo. Il 60% non si sentiva più sicuro sul posto di lavoro.
All’improvviso, in molti hanno avuto l’impressione che le risorse economiche
della famiglia fossero diminuite (63%) di conseguenza, che occorresse stare più
attenti ai prezzi (lo ha pensato l’85% del campione) e rimandare gli acquisiti
impegnativi (51%).

A questa insicurezza popolare, la politica non ha saputo
dare rassicurazioni decise. Ma soprattutto non è riuscita a creare piani
antiterrorismo concreti. Danilo Coppe ne è convinto e lo dimostra carte alla
mano, annunciando alcuni risultati di uno studio appena uscito, finanziato
dall’Ue, volto a ridurre la vulnerabilità degli obiettivi sensibili. “Bastano
pochi euro – spiega – per migliorare di molto la nostra sicurezza. Ad esempio,
basterebbe incollare una pellicola trasparente sulle vetrate di ogni finestra di
un palazzo (costo: circa un euro l’una), per ridurre del 70% i feriti in caso
di attacco”. In Italia, uno dei problemi principali è che gli obiettivi
sensibili, quindi la maggior parte delle sedi istituzionali, si trovano in
edifici storici, più difficili da proteggere. Ma nella costruzione di nuovi
edifici si potrebbero adottare, senza spese aggiuntive, dei semplici
espedienti. “In futuro – suggerisce – si dovrebbe evitare di costruirli in
maniera parallela alla strada di fronte. La forza d’urto delle onde di una
bomba non si troverà davanti una parete piatta che fa da vela, ma un angolo che
divide in due la forza esplosiva”.

Per concludere, i suggerimenti dell’esperto per una concreta
prevenzione al terrorismo sono: più formazione delle Forze dell’Ordine a
livello nazionale, maggiori investimenti per rinforzare le strutture degli
obiettivi sensibili e qualche piccola accortezza. “E questo non per fomentare
l’allarmismo. Semplicemente – conclude Coppe – per evitare che, a seguito di
paradossi tutti italici, la storia, quella più tragica, si ripeta”.