Le poltrone che scottano in Confindustria
21 Gennaio 2008
di Redazione
Con la scelta dei tre saggi – nominati il 16 gennaio dalla Giunta – che dovranno consultare in lungo e in largo Confindustria è partita ufficialmente la corsa per la presidenza. Il candidato è uno solo: Emma Marcegaglia. I saggi sono Luigi Attanasio (Re Vetro, di Genova), Ernesto Illy (di Trieste e presidente di contromarca), e Antonio Bulgheroni (industriale del cioccolato, di Varese).
I “tre” sono gli stessi saggi che erano stati scelti dalla Giunta sotto l’amministrazione D’Amato, quattro anni fa: neanche un metalmeccanico, neanche un rappresentante delle associazioni territoriali di maggior peso come Milano o Torino. I tre avevano fatto molto bene nel consultare i confindustriali nel 2004 e per questo motivo sono stati riconfermati. Il che però fa anche intendere che certi equilibri un po’ scossi, del passato non siano stati del tutto ricomposti.
I tre saggi dovranno occuparsi molto del programma, raccogliere le idee della base da dare al presidente futuro per definire il suo programma.
Intanto però l’attenzione degli addetti ai lavori è concentrata su chi saranno i futuri vicepresidenti. Più o meno per scontato si dà Alberto Bombassei: uno dei confindustriali di maggior prestigio anche per la sua magnifica Brembo, assai preparato sulla questione fondamentale della contrattazione. Vi sono, poi, i confindustriali più legati alla gestione montezemoliana: da Andrea Moltrasio a Massimo Calearo che hanno senza dubbio peso ed esperienza per partecipare alla presidenza, ma non mancano di fattori che giocano contro di loro. Moltrasio, innanzi tutto, è bergamasco come Bombassei ed è possibile che questa sua origine orobica ponga qualche problema alla complicata definizione della squadra del presidente, che deve calcolare qualità del singolo, categoria industriale provenienza territoriale. E il tutto in una situazione in cui il presidente sarà mantovana e in cui tanti sono i vice oggi in carica (e tra questi pesi massimi come Marco Tronchetti Povera, Gianmarco Moratti, Gianfelice Rocca) lombardi. Per non parlare di province “pesantissime” confindustrialmente, come Brescia, che non sono state rappresentate negli ultimi quattro anni.
Altro montezemoliano di peso che aspira a entrare in presidenza in rappresentanza di un Veneto punito nel 2004 per l’ostilità a Montezemolo, è Calearo, presidente di Federmeccanica e dell’Associazione industriali di Vicenza.
Senza dubbio, Calearo è un confindustrialista di rilievo, ha goduto di largo consenso nella sua base, è intimamente legato al mondo Fiat che conta assai nelle cose di viale dell’Astronomia. Una sua nomina a vice Marcegaglia non stupirebbe e sarebbe ben motivata.
Certo, però, che la condotta della vertenza con i metalmeccanici, i pasticci combinati dai vari esponenti del mondo Fiat, a partire naturalmente da Luca Cordero di Montezemolo, l’egemonia dei sindacati sull’opinione pubblica, i risultati costosi (il che in sé era, alla fine, giusto) e non abbastanza modernizzanti (e in questo senso è stata sprecata un’occasione perché quando dai più soldi del previsto, dovresti risolvere alcuni problemi importanti nell’organizzazione del lavoro), hanno proprio nella fase decisiva indebolito un candidato espressione di una regione non famosa per l’unità e la solidarietà interna. Se all’ultimo momento prevalesse una candidatura di Andrea Riello, presidente di Confindustria Veneto e, fino a pco tempo fa, dato in uscita verso esiti politici, nessuno si stupirebbe.
Ma la di là delle mediazioni che la Marcegaglia dovrà fare con il mondo Fiat e con i montezemoliani, formando una squadra che non sarà di pura continuità con il passato ma neanche di netta cesura, il problema sarà quale “cuore” la futura presidente vorrà mettere al centro della sua macchina.
La stampa liberal che fa il suo lavoro per condizionare gli equilibri in viale dell’Astronomia, con articoli di Stefano Livadiotti e Alberto Statera, sostiene l’esigenza che tra i “selezionati” non devono mancare gli esponenti di una certa concezione del confindustrialismo, un movimento che per ottenere consenso su obiettivi di modernizzazione, debba guardare innnanzi tutto a sinistra, evitando i temi più spinosi –come quelli della contrattazione aziendale – e parlando molto di cose generali (dalle riforme del sistema elettorale all’abolizione delle province). E’ – al di là del lobbismo pro Fiat – stata questa l’ispirazione centrale della presidenza Montezemolo, una presidenza giocata molto più sull’immagine che sui contenuti. E’ una linea questa che Montezemolo ha appreso da Luigi Abete, grande protagonista politico dell’Italia di inizio anni Novanta ma scarso costruttore di un sistema di relazioni industriali più avanzato. Si può dire che questa prassi è un po’ tipica dei “giovani industriali”, organizzazione più tesa alla preparazione di conferenze che al duro lavoro del sindacalismo d’impresa. Anche se poi dall’esperienza dei “giovani” sono usciti confindustrialisti tosti come Antonio D’Amato e la stessa Marcegaglia.
La tentazione di puntare su “giovani” che spesso godono di un’immagine molto forte grazie agli indirizzi prevalenti nei media può essere forte per un neo presidente: circolano già i nomi di Matteo Colaninno e Anna Maria Artoni, e qualcuno propone un ripescaggio di una star “caduta” degli anni Novanta, Aldo Fumagalli.
Vi è chi consiglia, invece, alla imprenditrice mantovana che per il glamour basta lei, che i “giovani” dovrebbero dimostrare sul territorio e nelle categorie di avere superato la fase del puro convegnismo (e in questo senso la Artoni sta dando scarsa prova di sé in Emilia) e che per la presidenza di Confindustria la Marcegaglia dovrebbe dimostrare di avere fiducia in se stessa e di essere in grado di coordinare personalità di peso e non comparse brillanti.
