Annapolis non risolverà la questione israelo-palestinese

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Annapolis non risolverà la questione israelo-palestinese

07 Novembre 2007

di Barry Rubin

Esiste un detto molto conosciuto che riguarda il mondo politico americano: quando coinvolgi il prestigio del presidente in un’iniziativa è meglio che tu sappia in anticipo che l’impresa avrà successo. Questo principio, il governo Usa se lo è scordato quando ha annunciato lo svolgimento di un importante incontro internazionale ad Annapolis per la fine di novembre. Sono state rilasciare numerose dichiarazioni pubbliche che dovrebbero lasciar intendere l’effettiva esistenza di un piano molto ben congegnato e di scopi precisi. Questo, semplicemente, non corrisponde alla verità. Nella migliore delle ipotesi, il summit sarà un evento dalla enorme risonanza mediatica dove si faranno molte fotografie ma dove, alla fine, non succederà niente di concreto. Israele sarà presente e, probabilmente, pure l’Autorità Palestinese (anche se continua a minacciare di non farlo a meno che prima non gli sia concesso quello che vuole). L’Arabia Saudita, l’Egitto e gli altri paesi arabi (la Siria non è stata invitata) non hanno ancora chiarito cosa intendono fare. Dopo mesi di sforzi, ad oggi ancora non esiste un’agenda vera e propria o un insieme di obiettivi da raggiungere.

Come mai, allora, gli Stati Uniti hanno voluto organizzare un summit quando ancora non era chiaro chi avrebbe partecipato e cosa sarebbe successo? Ci sono quattro ragioni per cui ciò sta succedendo, tre di queste sono apparentemente buone, ma nessuna sembra essere veramente in grado di spiegare la conduzione così disordinata di un simile grande show.

Primo, gli Stati Uniti vogliono dimostrare che stanno lavorando duramente sul conflitto israelo-palestinese (e sul conflitto arabo-israeliano) in modo da soddisfare le aspettative interne, quelle dei regimi arabi e degli europei. I governi arabi sostengono che dalla questione palestinese dipendono tutte le loro mosse. Anche se non è vero, molte persone in Occidente gli credono. Affermare che l’amministrazione Bush ha fatto poco per il conflitto israelo-palestinese – falso anche questo, ma è un altro paio di maniche – è già di per sé un argomento dalla grande presa mediatica e sarà senza dubbio riproposto molte volte nel corso della campagna elettorale per le presidenziali.

Organizzare una conferenza internazionale sul tema certamente dimostrerà che gli Stati Uniti si sono impegnati, ma farà anche apparire il governo molto meno competente di quello che è nell’affrontare la questione. Il vero problema, ovviamente, sta nel fatto che l’Autorità Palestinese non è in grado di fare progressi e gli Stati arabi, da parte loro, non vogliono fare molto per aiutarla.

Una seconda ragione è che Washington vorrebbe il supporto degli europei e dei paesi arabi in Iraq e sul dossier nucleare iraniano. Ad oggi, il gran disegno strategico americano in Medio Oriente consiste nella costruzione di un’ampia alleanza tra Occidente e mondo arabo (ad eccezione della Siria) contro l’asse radicale guidato dall’Iran e che comprende Damasco, Hamas ed Hezbollah. Lo scopo è quello di fermare l’espansione dell’Islam radicale e prevenire l’acquisizione di armi nucleari da parte dell’Iran.

Si tratta di uno sforzo giusto e degno di merito. Ma la conferenza di Annapolis contribuirà a mandarlo avanti? Dopo tutto, questo incontro metterà in risalto il conflitto arabo-israeliano, proprio ciò che alle volte sembra ostacolare tale alleanza. Se la conferenza non avrà esiti positivi, fornirà ai regimi arabi un’altra buona scusa per evitare ogni tipo di collaborazione. 

Inoltre, anche se il summit si rivelasse un successo, la questione arabo-israeliana verrà ugualmente addotta come alibi dai governi arabi per non offrire il proprio contributo, sebbene riconoscano che il ruolo di deterrente giocato dagli Usa nei confronti dell’Iran fa i loro interessi.

Perché gli arabi dovrebbero rischiare di mettersi contro Teheran e Damasco se gli Stati Uniti, comunque vadano le cose, li proteggeranno lo stesso senza che ci sia bisogno da parte loro di spendere soldi o di agire in qualche modo?  I leader arabi in realtà pregano disperatamente gli Stati Uniti di fermare il programma di nucleare iraniano, ma lo fanno in privato. In pubblico invece questi signori fanno capire che la questione non gli interessa più di tanto e, anzi, sembrano in qualche modo orgogliosi di sapere che un compagno musulmano possa mettere le mani su delle armi di distruzione di massa. È così che funziona la politica mediorientale: il fatto che l’Iran userà le armi per intimidirli o ricattarli non spingere certo i leader arabi all’azione.

Lo scenario in cui gli Stati Uniti si muovono fa venire in mente il seguente detto: “Non chiedere scusa. Ai  tuoi amici non serve sentirlo e i tuoi nemici comunque non ti perdoneranno”. Per quanto degna di lode possa sembrare questa strategia, la conferenza di Annapolis non aiuterà a rafforzarla.

La terza nonché migliore argomentazione, nondimeno, riguarda l’esigenza di raggiungere un qualsivoglia accordo ad interim sulla questione israelo-palestinese, proprio perché un accordo di pace definitivo è ancora molto lontano. E’ meglio che l’Autorità Palestinese controllata da Fatah sopravviva come governo della West Bank piuttosto che Hamas prenda il sopravvento. Se poi questo regime facesse anche qualche tentativo di fermare il terrorismo e calmare le tensioni, non ci sarebbe niente di male.

Ovviamente, il problema è che l’Autorità Palestinese vuole ottenere tutto senza concedere niente. La sua posizione di base è la seguente: Israele dovrebbe offrire ai palestinesi la possibilità di costituire il loro Stato con Gerusalemme est capitale, di rimuovere tutti gli insediamenti ebraici, di liberare tutti i prigionieri palestinesi, di offrire ad ogni palestinese che lo desideri la possibilità di vivere in Israele;  e vorrebbe anche che i donatori internazionali gli offrissero valanghe di soldi. In cambio di tutto ciò, l’Autorità Palestinese…beh…accetterà l’accordo.

Anche se quanto suddetto dovesse sembrare un’esagerazione, state sicuri che non lo è. Una parte del problema sta proprio nella debolezza della leadership dell’Autorità Palestinese. Il resto sta invece nella sua codardia quando si tratta di affrontare l’estremismo dominante nel movimento. In definitiva, il risultato migliore che il summit potrà conseguire sarà l’adozione di una qualche modesta misura che contribuisca a puntellare lo status quo.

Qual è la quarta e peggiore ragione per svolgere il summit? Impegnandosi a fondo in Medio Oriente  il segretario di Stato americano, Condoleezza Rice, sta pianificando la sua carriera futura, mentre l’amministrazione in carica vuole raggiungere un traguardo importante in politica estera nei pochi mesi di vita che le restano. Dio sa se potevano scegliersi un compito un po’ più semplice!  

La Rice sembra aver deciso, tutto a un tratto, che la questione palestinese sia l’equivalente del problema dei diritti civili negli Stati Uniti. Sfortunatamente, però, il movimento palestinese – che ricopre simultaneamente il ruolo della vittima e quello del Klu Klux Klan – non ha niente a che vedere con questo modo naive di pensare.

Gli Stati Uniti, quindi, si stanno preparando ad un drammatico fallimento o , al meglio, ad un grande sforzo senza risultati. Date le priorità degli interessi americani, l’impiego d’ingenti risorse e gli assalti politici che l’amministrazione deve respingere da parte dei suoi nemici, è difficile credere che la conferenza di Annapolis sia ciò che serve in questo momento.

Traduzione di Andrea Holzer