E’ suicida difendere il “made in Italy” con la dogana

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E’ suicida difendere il “made in Italy” con la dogana

03 Marzo 2008

Per fortuna i programmi elettorali dei maggiori partiti
non mettono in discussione la globalizzazione. Ma in qualche dibattito
televisivo è riemersa un’opinione critica. Sicuramente il tema tornerà
all’ordine del giorno durante la campagna elettorale, dal momento che un guru
caro alla Cosa Rossa, come Luciano Gallino, si è pronunciato più volte in
termini negativi. Ma non è stato il solo.

Potrà sembrare strano (se non ci
fosse la globalizzazione una coalizione liberale dovrebbe inventarla), ma gli
avversari di questo processo di dimensioni mondiali si annidano –
autorevolmente – anche nelle formazioni di centro destra. Ovviamente vi sono
dei problemi: un mercato – ancorché globale – è un sistema di regole,
condivise, rispettate e fatte rispettare. E che sui mercati internazionali,
divenuti interdipendenti, non sempre siano operanti buone regole è una realtà
indiscutibile. Connessi alla globalizzazione, poi, vi sono dei benefici e dei
costi%2C che spesso non si redistribuiscono in maniera equilibrata; nel senso che
non è affatto detto che, per ogni protagonista, vi siano, in varia misura, una
parte di costi ed una di benefici. Può anche capitare che qualche soggetto sia
costretto a caricarsi solo dei costi e qualche altro abbia sono dei vantaggi.
Ma è al saldo complessivo che bisogna prestare attenzione. Ne deriva che,
grazie alla globalizzazione, i benefici siano maggiori dei costi. E che il
saldo sia positivo, soprattutto per quelli emergenti.  In passato, prima della riduzione delle
precedenti barriere alla mobilità, accentuata dal grande miglioramento delle
tecnologie e della comunicazione, il reddito nazionale dei paesi più ricchi era
comunque maggiore di quello dei paesi più poveri, anche se questi ultimi erano
dieci volte più popolosi.

Oggi, la parte spettante ai paesi emergenti è in
costante crescita. Considerando le quote di Pil mondiale, dal 1980 al 2006, la
Ue è scesa dal 29% al 21%, mentre
l’incremento realizzato dai paesi in via di sviluppo ed emergenti è passato dal
39% al 48%. Quanto alla composizione del commercio mondiale, la Ue, pur
scendendo, è riuscita a difendere la propria quota (passando da 34% al 29%). E
se il 21% del Pil – ha scritto Giacomo Vaciago – si confronta con il 29%
dell’export, ciò significa che la nostra complementarietà con la fortuna dei
paesi emergenti è più evidente rispetto ad altre aree sviluppate (Usa e
Giappone).

La globalizzazione, dunque coinvolge sempre più paesi e sempre più
persone, spinge verso un aumento della qualità del mercato, ed è dunque un fattore
potente di crescita. Ma – è sempre Vaciago a parlare – occorre che gli Stati li
sappiano “meritare” i benefici della globalizzazione, adeguando la
propria struttura e sapendone governare il processo. Così, per i paesi
sviluppati, spesso “sazi e disperati”, la globalizzazione è un potente “vincolo esterno”, la sola circostanza in grado di condizionare l’azienda
Italia e spingerla sul terreno delle riforme. L’aspetto più significativo dei
benefici della globalizzazione risiede proprio nell’accelerato trend al
cambiamento che caratterizza non solo i paesi emergenti (impegnati a colmare un
grande divario) ma anche quelli più sviluppati. Se l’Europa scegliesse di
difendere con le barriere doganali un modello sociale non più sostenibile,
almeno nelle sue forme tradizionali, si accentuerebbe soltanto quella
prospettiva di declino da tempo presente nei nostri incubi collettivi. E si
indebolirebbe la capacità di reagire e di misurarsi con le sfide aperte ed
ineludibili.

È scritto nel Rapporto Attali che “la crescita economica non è
un’astrazione. Può e deve riguardare tutte le dimensioni del benessere e
innanzi tutto quello della libertà reale che permette a ciascuno,
indipendentemente dalle sue origini, di trovare ciò per cui è più dotato, di
progredire nella conoscenza, nella vita professionale, nelle risorse sue e
della sua famiglia, di riuscire nella vita e di trasmettere il proprio sapere e
i propri valori”. Ammesso e non concesso – in tale contesto – che l’Italia
esporti di più in Svizzera che in Cina, sono i processi di tendenza a contare.
Ridiamo la parola a Jacques Attali: “Oltre cento paesi al mondo oggi hanno un
tasso di crescita del Pil superiore al 5% annuo. L’Africa stessa, come
l’America Latina, cresce a ritmi superiori al 5%. La Cina ha tassi superiori al
10% da diversi anni, l’India segue da vicino quasi al 9%, l’economia russa
rinasce con una crescita del 7%, la Turchia sfoggia tassi dell’11% e ci apre le
porte di un mercato immenso, in cui i due terzi della popolazione hanno meno di
25 anni”.  E’ questo il mare su cui
l’economia italiana deve saper navigare. Del resto, versare lacrime sulla
concorrenza della Cina è un discorso vecchio, superato dalla realtà stessa.
L’apparato produttivo italiano è riuscito in larga misura a riposizionarsi.
Pensiamo al settore calzaturiero: pochi anni or sono le aziende produttrici
cantavamo il requiem, oggi prendiamo atto del loro salto di qualità. Le
medesime considerazioni valgono per il tessile o il comparto degli occhiali. Il
fatto è che in Cina ci sono circa 250 milioni di benestanti interessati al “made in Italy”. Tutto sommato, ce ne sono meno nella Ue.