Lista unica Fi-An. E Berlusconi lancia l’ultimatum a Casini
08 Febbraio 2008
Da una parte, una scelta apparentemente coraggiosa – la corsa solitaria del Pd veltroniano – ma in realtà dettata da un mero stato di necessità. Dall’altra, lo scatto libero e volontario che nessuno (o quasi) si aspettava, e che in pochi minuti – giusto il tempo di un intervento a “Panorama del giorno”, il programma di Maurizio Belpietro – ha smontato clamorosamente l’armamentario propagandistico che in queste prime battute di campagna elettorale aveva platealmente ispirato le comparsate televisive dei “democratici”: noi siamo il nuovo, di là c’è lo stesso vecchio caravanserraglio che Berlusconi propone da ormai quasi tre lustri.
Una trovata che fino ad oggi sembrava aver funzionato, come alcuni sondaggisti s’erano affrettati a far sapere al padrone di casa di Piazza Sant’Anastasia. Ma che da oggi sarà un’arma spuntata: mentre in molti lo consideravano come un progetto quasi archiviato, il Popolo della Libertà si riaffaccia prepotentemente sulla scena politica con connotati estremamente concreti: via i simboli di An e Forza Italia, al loro posto ci sarà una lista unitaria col simbolo del Pdl, federata al Nord con la Lega, aperta a quanti vorranno aderire (l’hanno già annunciato Daniele Capezzone, Carlo Giovanardi, Lamberto Dini, Gianfranco Rotondi, ha dato il suo plauso Alessandra Mussolini), cui seguirà la costituzione di gruppi parlamentari unici.
“Non c’è nessuna contromossa da parte mia rispetto alla decisione di Veltroni”, ha specificato il Cavaliere, presagendo – a ragione – quale sarebbe stato il leitmotiv con cui il Pd avrebbe cercato di parare il colpo. Difatti, poco dopo l’annuncio è toccato a Dario Franceschini dare il “la” ai Democratici (“il dibattito e il terremoto nel centrodestra sono assolutamente una conseguenza della nostra scelta coraggiosa e innovativa”) seguito qualche ora dopo dallo stesso segretario (“è certo un tentativo di rispondere alla nostra sfida ma il problema non è fare il maquillage ma fare una scelta coraggiosa. Non conta il cambio di vestito ma la sostanza”). Detto dal sindaco dell’effimero, che un esponente forzista ebbe a definire “impresario teatrale”, fa un certo effetto. Se non fosse che neppure il duo più glamour della politica italiana potrebbe negare l’evidenza: l’eroismo del Pd consiste nel liberarsi giocoforza di una zavorra elettoralmente disastrosa, e di rafforzare attraverso uno sconfitta dignitosa una leadership mediaticamente brillante ma politicamente debole.
Ma tant’è. A seguito dell’annuncio di Silvio Berluconi, si è subito presentato l’interrogativo sul posizionamento dell’Udc. Il Cavaliere ne ha auspicato l’ingresso nel Pdl, e non poteva essere altrimenti. Altrettanto prevedibilmente, lo stato maggiore di via dei Due Macelli – prima il segretario Lorenzo Cesa, qualche ora dopo lo stesso Pier Ferdinando Casini – ha respinto l’offerta. Ma mentre l’ex presidente della Camera lasciava aperta la porta ad una eventuale federazione, Berlusconi ha chiarito la posizione del soggetto unitario al riguardo: “Spero che l’Udc aderisca – ha detto il Cav -. Se non aderiscono, noi andiamo avanti ugualmente. Nessuno può negare che siamo alleati, ma non nella stessa coalizione. Possono presentarsi da soli, e poi in Parlamento potremo naturalmente trovare un accordo per farli entrare in un’alleanza”.
Il paragone con la Lega, infatti, non regge. Quest’ultima è un partito dalla forte connotazione territoriale, presente al Nord con radicate e significative percentuali di consenso, ma pressoché assente nel resto d’Italia. Circostanza che ben spiega la scelta di un vincolo federativo con il Popolo della libertà. Diverso è il caso dell’Udc. Si tratta di un partito a diffusione nazionale: stabilire un vincolo di alleanza con il Pdl senza prevedere una confluenza, dunque, significherebbe in qualche modo depotenziare la portata della scelta che Fini e Berlusconi hanno compiuto in queste ore. Aggregare i due partiti maggiori del centrodestra lasciando ad un terzo la facoltà di allearsi mantenendosi autonomo vorrebbe dire senz’altro operare una semplificazione e procedere in avanti lungo il percorso unitario, ma fornirebbe argomenti di un certo appeal a quanti, da sinistra, sostengono che la nuova formula con cui lo schieramento moderato si presenta alle elezioni non è altro che una versione riveduta e corretta della Cdl.
Un ulteriore elemento che sconsiglia un’alleanza formale tra Udc e Pdl riguarda la dimensione costituente e profondamente riformatrice che la nuova legislatura probabilmente assumerà. Se è una rivisitazione del sistema istituzionale che il nuovo Parlamento si troverà ad affrontare, la diversità di visione che l’Udc ha sempre manifestato rispetto al resto del centrodestra – anche recentemente in occasione del dibattito sulla legge elettorale – tornerebbe a riproporsi, questa volta drammaticamente. Meglio sarebbe, allora, raccogliere – questo sì – il guanto di sfida della “vocazione maggioritaria”, puntando a rendersi numericamente autonomi dai centristi.
Per stabilire accordi di governo in seguito c’è sempre tempo, e lo stesso Berlusconi si è espresso chiaramente in tal senso. Ma sarebbe un peccato mortale affossare sul nascere la prospettiva di una riforma del Paese per non avere il coraggio di fissare adesso una frontiera ben definita.
