Giustizia lampo: i distruttori di Roma sono tutti liberi
17 Dicembre 2010
Tutti a casa i 22 fermati, tra i 20 e i 30 anni, che martedì scorso hanno partecipato alle devastazioni nel centro di Roma, e sono stati arrestati con l’accusa di resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale. Alcuni in attesa del processo, altri in libertà. Amici e familiari festeggiano dopo aver appeso un grande striscione: "Reprimete e processate ciò che non potrete mai fermare. Libertà per tutti/e".
Se questi giovani dimostrassero un minimo di gratitudine capirebbero di essere molto fortunati a vivere in una democrazia, altro che la "dittatura del berlusconismo". In democrazia il dissenso, il malcontento, quelle proteste che oggi attraversano l’Europa intera e parlano di università e disoccupazione, crisi economica e grandi speculazioni, tutto sommato continuano ad essere gestite e controllate senza forme eccessive di repressione.
Senza arrivare a casi limite come l’Iran, al martirio della povera Neda e ai processi farsa, fermiamoci alla vicina e "democratica" Turchia, dove tanti compagni dei nostri centri sociali vanno a svernare inseguendo facili e musicali orientalismi. Una nazione, dicono, moderna, piena di opportunità, che deve entrare in Europa perché il ridente presidente Erdogan ha trovato la quadra fra islam e moderazione, politica e religione.
Peccato che i tribunali di Ankara non sono così magnanimi come quello di Roma. Uno studente che protestava è stato condannato a 2 anni e 4 mesi di prigione per aver lanciato un uovo contro Erdogan, mentre altri due sono stati messi agli arresti per 9 mesi per aver appeso dei poster critici verso il governo durante la visita del primo ministro a Istanbul.
Nell’Italia del "Cavaliere nero" in galera non ci vai, ma quel finanziere che osa prendere la pistola mentre i manifestanti lo soverchiavano diventa un mostro, quando invece paradossalmente dovremmo dargli una medaglia visto il sangue freddo che ha dimostrato, agendo per legittima difesa e senza spargimenti di sangue, in un deleterio cortocircuito fra poliziesco, giudiziario, politico e mediatico.
Certo, in Italia c’è stata Giorgiana Masi. Ma guardate il video che vi proponiamo, che in queste ore gira su YouTube e Corriere.it. Nelle immagini vediamo un gruppo di agenti che piombano su un povero manifestante che si copre la testa, cercando di evitare le manganellate e i calci nelle reni (perché braccia e gambe non si spezzino). Un poliziotto calpesta il giovane, volontariamente. Il titolo è "Scontri a Roma: videoshock delle forze dell’ordine".
A quella scena abbiamo partecipato anche noi in prima persona. Eravamo proprio dietro i due agenti in borghese che, aggirato il giovane, lo hanno placcato e immobilizzato prima che arrivassero i colleghi. Queste immagini nel video non si vedono, dovete fidarvi di come le raccontiamo. E perché i due agenti hanno teso la trappola? Fino ad un minuto prima il ragazzo stava lanciando sampietrini grossi quanto un mela sulla testuggine dei poliziotti.
Ora, se hai scelto il "riot" come una forma di protesta, se ti aggradano la violenza e lo scontro fisico, dovresti mettere nel conto che puoi finire male, è una legge semplice come quella del più forte. Per quanto i casseurs possano affinare le tecniche dell’insorgenza, non staranno mai al passo con l’inquadramento (anche coatto) della polizia, con gli elicotteri che sorvolano la strada e comunicano agli ufficiali sul terreno cosa sta accadendo. Il teppismo è la sconfitta radicale del movimento.
Se invece, mettiamo, sei un "pink", se pensi, cioè, che per te manifestare significhi stendersi mezzi nudi in mezzo alla strada perché "questi sono i nostri corpi non quelli delle veline", allora, stai tranquillo, che gli "sbirri" ti lasceranno in pace. Al governo non c’è Ahmadinejad.
