“Gheddafi come Berlusconi”, la stampa inglese soffre di orientalismo

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“Gheddafi come Berlusconi”, la stampa inglese soffre di orientalismo

01 Marzo 2011

Aprite il Times, sfogliate il Telegraph o l’Indipendent, le pagine dei giornali inglesi sono piene di foto ed articoli sulla coppia Gheddafi-Berlusconi, neanche il Cavaliere fosse un capo tribale pronto ad aprire il fuoco su magistrati e grillini, onde studentesche e operai della FIOM-CGIL. La stampa inglese passa al setaccio gli interessi italiani in Libia e quelli libici nelle grandi aziende italiane, convincendosi che i nostri asset energetici sono a rischio; o forse ai giornali della perfida albione conviene, in un momento di turbolenze come questo, rompere le uova nel paniere all’ENI.

I professionisti del giornalismo anglosassone vanno matti per Ruby e le giovani amazzoni della quarta sponda, subito ripresi e amplificati dalla stampa antiberlusconiana in Italia. La lascivia e la sensualità immorale sono due capisaldi dell’orientalismo inglese, del modo in cui quella cultura ha guardato e guarda al mondo arabo e musulmano, e ai "sud" del mondo come il nostro (anche noi italiani abbiamo avuto e abbiamo il nostro, di orientalismo). Rozzi monarchi ammaliati dalla bella Salambò sembrano incapaci di governare i loro Paesi: peccato che il Cav. non sia mai sbarcato a Tripoli con il Vangelo in una mano e un pacco di dollari nell’altra, per incontrare ragazze carine e studiose, e persuaderle a convertirsi al Cristianesimo (probabilmente ci sarebbe anche riuscito). Gheddafi invece è sbarcato a Roma e le ragazze italiane si sono convertite sotto le luci delle televisioni. Gli accademici della Sapienza lo hanno ascoltato senza fiatare durante la sua vergognosa lezione antioccidentale nella più grande delle università italiane.

E’ vero che Berlusconi gli ha fatto il baciamano, ma se è per questo il presidente Obama della deferenza ha fatto una politica diplomatica, inchinandosi davanti al re dell’Arabia Saudita e all’Imperatore del Giappone. E’ la soft diplomacy, bellezza. Dobbiamo trattare con gli stati-rentier, tenerceli buoni finché in gioco c’è la nostra sicurezza energetica nazionale. Ma negli ultimi giorni la stampa inglese avrebbe potuto – e dovuto – registrare il cambio di posizione del governo italiano dopo l’imbarazzante, anche se non del tutto sbagliato, silenzio sugli eventi in Libia. Berlusconi ha detto di non voler disturbare Gheddafi, ma poi davanti ai fatti ha definito quello libico “un regime” ed ha condannato la repressione sanguinosa della rivolta. Quest’ultimo passaggio dev’essere sfuggito ai colleghi di Londra, troppo impegnati a seguire le evoluzioni del gonnellino di Ruby, sperando che si alzi un dito di più.

David Cameron l’altro ieri ha detto ad Al Jazeera di “sentirsi un liberal-conservatore non un neocon” e di voler rifondare i rapporti degli inglesi con il mondo arabo. Poco ci mancava che archiviasse “la guerra sbagliata” di Blair. Nessuno ha aperto bocca. Ma la sterzata dell’Italia nei rapporti con la Libia e il trattato di amicizia finito carta straccia sono stati semi-ignorati dai commentatori inglesi. Eppure a Londra non dovrebbero rallegrarsi di come sono andati i rapporti fra la Gran Bretagna e la Libia negli ultimi anni. Basterebbe fare un nome, che agli americani non piace, non è mai piaciuto. Quello di un terrorista che uccise 270 persone, in prevalenza cittadini degli Usa. Al-Megrahi, l’attentatore di Lockerbie. Le autorità inglesi lo hanno rilasciato a Gheddafi, chiedendo al Rais di mantenere un certo decoro al momento della liberazione. Il Colonnello invece ha accolto Al-Megrahi come un eroe al suo ritorno in patria. Ha mandato a prenderlo all’areoporto suo figlio, il "moderato" Seif. E’ stata una delle più grandi feste patriottiche che la Repubblica anarco-socialista di Libia ricordi.